Schwarze Milch

Schwarze Milch

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Presentato nella sezione Panorama della 70 Berlinale, Schwarze Milch rappresenta l’opera seconda della filmmaker Uisenma Borchu, un viaggio in Mongolia alla ricerca delle sue origini, per lei che è vissuta in Germania. Un viaggio di emancipazione culturale ma anche femminile, un confronto tra due stili di vita in un film dove l’aspetto finzionale si diluisce nel diario personale e nel documentario etnografico.

Il latte nel deserto

Wessi e Ossi sono due sorelle trentenni che si incontrano dopo decenni di separazione e dopo aver trascorso gli anni formativi in Germania e Mongolia, rispettivamente. Wessi torna a nella sua terra natale, in Mongolia nel pieno deserto dei Gobi, alla ricerca delle sue radici. La donna vorrebbe partecipare pienamente a tutti gli aspetti della vita nomade, ma il suo comportamento occidentale si scontra costantemente con le usanze locali. [sinossi]

«Tu mi appartieni», dice il compagno tedesco di Wessi, per cercare di impedirle di partire per la Mongolia, alla ricerca delle proprie radici culturali e familiari, per lei che si era trasferita in Germania con la famiglia in età infantile e lì aveva vissuto. «Tu mi appartieni» ripete la donna allo specchio e parte. Un brevissimo prologo in Germania per introdurre quello che sarà il film, un viaggio nella propria cultura d’origine da parte della regista Uisenma Borchu nel suo secondo film, Schwarze Milch, presentato nella sezione Panorama della 70 Berlinale.

Il prologo di cui sopra serve anche per porre subito un punto di vista femminile, per rivendicare un’emancipazione tanto nella moderna e in teoria aperta Germania, quanto in una realtà tradizionale come quella della sua famiglia in Mongolia. Uisenma Borchu è Wessi in tutto e per tutto. La regista ha sentito il bisogno di costruire una struttura narrativa molto esile a sostegno di quello che è assimilabile a un suo videodiario, con un approccio che si avvicina pure al documentario etnografico, nel riportare usi e costumi locali, credenze, riti e superstizioni. Tra questi il sistema rituale di macellazione che appare ai nostri occhi insostenibile, nel mondo civilizzato dove ci si nutre di carne che può facilmente provenire da allevamenti intensivi. Ma si tratta di un modo di uccidere l’animale considerato il più indolore possibile, e il tutto nel rispetto dell’anima della defunta bestia.

Ciò che presumibilmente fa parte dello stesso animismo che porta a salvare la mosca che sta affogando nel latte, rivolgendole pure la parola. Nei titoli di coda, in luogo della classica scritta che attesta che nessuno animale è stato ucciso o maltrattato per il film, si dice invece che le scene in cui il bestiame viene macellato sono state effettuate ‘documentarily’, in forma documentaria, registrando una pratica tradizionale, ai fini dell’alimentazione. Una definizione, documentarily, applicabile a buona parte del film. La via da documentario di Schwarze Milch tuttavia evita di scadere nelle facili forme patinate da National Geographic o formule fiabesche, disneyane per quanto piacevoli come quelle del recente film La principessa e l’aquila. Le dune nel deserto dei Gobi, e i costumi e le decorazioni, i tappeti sono tutti resi da Uisenma Borchu senza calcare su color correction sgargianti, sono autentici come lo è l’operosità dei nomadi del deserto, e la loro quotidiana lotta per la sopravvivenza. Ed è evidente che l’approccio non è quello del documentarista esterno, distaccato, ma quello della filmmaker è un viaggio interiore nel proprio background culturale, un recupero delle proprie tradizioni.

La regista non lesina situazioni difficilmente digeribili per un pubblico “civilizzato”, oltre alle scene di macello di cui sopra, come per esempio la pratica di lavarsi il viso con la propria urina, evidentemente necessaria nella vita nel deserto. Non si tratta di un viaggio puramente esplorativo di Uisenma Borchu/Wessi della sua heimat in Mongolia, una scoperta acritica di usi e costumi, stili di vita e cibi tradizionali. Come si diceva, Schwarze Milch è un film di donne, è una rivendicazione del ruolo femminile in entrambi i paesi. L’incontro delle sorelle Wessi e Ossi genera un cortocircuito nella vita di entrambe, e la prima riesce ad aver accesso a pratiche tradizionalmente riservate agli uomini della comunità, tra cui la macellazione della capra. La donna vissuta in occidente porta anche una rivendicazione femminile nella sessualità e nel desiderio. Così il rapporto con l’uomo che fa visita alla loro iurta, l’abitazione mobile tipica dei popoli nomadi della Mongolia, con propositi sessuali violenti di prevaricazione, si ribalta nel ruolo attivo giocato da Wessi in sogno, con chi riteneva il corpo femminile come un puro utensile di cui potersi servire alla bisogna.

Nella rappresentazione del desiderio femminile, Uisenma Borchu usa anche dei momenti onirici, delle situazioni come semplicemente sognate dalla protagonista. E all’apice arriva la sua infatuazione per Terbish, un vecchio del villaggio che viene restituito nel film in tutta la sua profonda bellezza, nella pelle scavata del suo volto, in una sensualità che nulla ha a che vedere con gli stereotipi occidentali. In questo contesto di erotismo compare il latte di cui il titolo del film. Nell’impeto del rapporto, sognato, con il visitatore, Wessi parla di un latte nero che schizzerà dai loro seni. Qui il latte nero è un ossimoro a indicare una forza femminile interiore, profonda, quanto percepita come oscura e maligna. C’è poi il voluttuoso bagno nel latte in stile Cleopatra, accennato da Wessi e deprecato dalla sorella in quanto violazione delle regole tribali che non prevedono sprechi di latte, diventa per Ossi un momento di trasgressione, di voluttà erotica non a caso sottolineato dalla presenza di un serpente, con un richiamo al peccato biblico.

L’ultima scena di Schwarze Milch sembra rimandare al film di Philippe Garrel La cicatrice intérieure. Un cerchio tracciato nel suolo del deserto, dove si ritrovano e si abbracciano Wessi e Ossi. È il solco della iurta di Terbish, che Wessi voleva raggiungere ma che evidentemente la sua esistenza errabonda l’ha portato altrove. Una figura geometrica astratta che rappresenta l’assenza da un lato, e dall’altro una avvenuta riconciliazione.

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La scheda di Schwarze Milch sul sito della Berlinale

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