Indiana Jones e l’ultima crociata

Indiana Jones e l’ultima crociata

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Terzo capitolo di quella che è al momento una tetralogia, Indiana Jones e l’ultima crociata è il film dedicato alle avventure dell’archeologo statunitense in cui con più costanza Steven Spielberg si trova a dialogare con la commedia classica, costruendo una dialettica generazionale tra Harrison Ford e Sean Connery.

Il cinema è il Santo Graal

1938, a un passo dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. L’archeologo Indiana Jones (Indy per gli amici) viene contattato da un miliardio affinché lo aiuti nella ricerca del Santo Graal, il calice che Gesù Cristo avrebbe utilizzato nell’ultima cena per condividere il vino con gli apostoli e nel quale venne poi raccolto il suo sangue. Il professor Jones parte alla volta di Venezia, anche perché in questa strana faccenda sembra essere coinvolto anche suo padre… [sinossi]

Gli anni Ottanta, il decennio del consolidamento delle major hollywoodiane dopo la sbandata del periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, si apre per Steven Spielberg con uno dei suoi più grandi successi commerciali (I predatori dell’arca perduta), che porta per la prima volta sul grande schermo il personaggio di Indiana Jones, l’archeologo avventuriero con il volto beffardo di Harrison Ford – che il pubblico aveva imparato ad amare con la saga fantasy-fantascientifica inaugurata da Guerre Stellari nel 1977. Non è un caso che gli anni Ottanta si chiudano anche con il terzo capitolo dedicato al dottor Jones, Indiana Jones e l’ultima crociata: in realtà arriverà qualche mese più tardi in sala anche uno dei più grandi insuccessi al botteghino dell’intera carriera di Spielberg, Always – Per sempre, uno dei pochi titoli della sua carriera a rimanere incompreso anche nei decenni a venire. Sulla centralità del personaggio di Indiana Jones all’interno dell’immaginario di Spielberg si potrebbe discutere a lungo: per quanto il grande impatto che ebbe sul pubblico aiutò a certificare il ruolo di primattore del cineasta di Cincinnati nel cosmo hollywoodiano dell’epoca, non c’è dubbio che sia doveroso ragionare sulle avventure dell’archeologo inserendo tra i vari tasselli anche quello concernente George Lucas, colui che inventò il personaggio nei primi anni Settanta (all’epoca il cognome non era Jones, ma Smith, forse a sottolineare l’assoluta quotidianità e normalità di una figura del tutto al di fuori del quotidiano e della norma) e che prima di condividerlo con l’amico Spielberg cercò di portarlo in scena insieme a Philip Kaufman. Anche Indiana Jones e l’ultima crociata, d’altro canto, vede il soggetto firmato da Lucas, a riprova di una volontà condivisa, quella di ricreare, nella Hollywood risorta dalle proprie ceneri, la dimensione del cinema avventuroso, quasi fumettistico, in voga tra gli anni Trenta e Quaranta. La volontà dunque di riscrivere i codici rappresentativi della contemporaneità attingendo agli archivi classici, in un’operazione di retro-avanguardia che segnerà in profondità il linguaggio hollywoodiano, e le cui radici sono ravvisabili ancora oggi.

Per Steven Spielberg Indiana Jones non è il figlio prediletto – quello semmai lo si deve rintracciare dalle parti di E.T. – ma rappresenta senz’ombra di dubbio il porto più sicuro in cui rifugiarsi quando la buriana si avverte con più forza. E così, dopo le molte polemiche scaturite da Il colore viola e l’insuccesso commerciale de L’impero del sole (dovranno passare molti anni prima che ci si renda conto diffusamente dell’altissima qualità del film), ecco che si sente la necessità di tornare sul finire degli anni Trenta, quando il mondo era facilmente divisibile in buoni e cattivi – la stratificazione della lettura politica nell’adattamento del romanzo di J.G. Ballard si rivelò con ogni probabilità un boomerang – con i nazisti a fare la parte dei villain. Di storie con protagonista Jones Lucas ne aveva abbozzate un buon numero, anche perché all’epoca della firma del contratto con la Paramount sul finire degli anni Settanta l’accordo tra le parti prevedeva la realizzazione di cinque film, e quella che più solleticava Spielberg aveva come antagonista Sūn Wùkōng, il leggendario re delle scimmie presente nella letteratura della dinastia Tang e diffuso nella cultura dell’sud-est asiatico e dell’Estremo Oriente. Ma, come già in occasione di Indiana Jones e il tempio maledetto, si decise poi di muoversi in altri territori, e Lucas propose la ricerca del Santo Graal, anche per costringere Jones a confrontarsi con uno degli archetipi della mitologia cristiana e in particolar modo anglosassone. Un elemento, quello dell’archetipo della cultura giudaico-cristiana, che riconduce immediatamente a I predatori dell’arca perduta, e che giustifica il ritorno in carreggiata dei nazisti come principali avversari di Jones. A distanza di oltre trent’anni dalla sua realizzazione Indiana Jones e l’ultima crociata si conferma un perfetto congegno a orologeria, dominato da una regia ispiratissima, che sa muoversi con un rara eleganza nella cornice d’azione, vivificando quel gusto dell’avventura per l’avventura che è poi, a conti fatti, il cuore pulsante dell’intera saga. Dopo essersi riappropriato dell’immaginario d’antan, e aver istituzionalizzato una sorta di neo-classicismo del cinema di puro intrattenimento a Hollywood (le cui avvisaglie erano già presenti ne Lo squalo, e ancor prima in Duel), Spielberg non ha più intenzione però di limitarsi a questo aspetto, e vuole ispessire la componente umana del suo protagonista.

Sotto il profilo strutturale L’ultima crociata non è dissimile dai suoi due predecessori: a un incipit con un centro diverso da quello che assumerà la narrazione, fa seguito una carambola di avventure che ruotano attorno a un oggetto mitico (l’arca dell’alleanza, le sacre pietre di Sankara, e il Santo Graal). Eppure Spielberg compie uno scarto sensibile, spostando cronologicamente indietro le lancette del tempo per la prima sequenza. Il film inizia infatti nel 1912, quando Indiana Jones e solo un ragazzino e già è in grado di mettersi nei guai. Uno scarto evidente e che racchiude in realtà il senso profondo di questa terza incursione di Jones nella storia del cinema. Non è l’avventura in quanto tale a interessare Spielberg, in questo caso, ma il motivo per cui si mette in moto il tutto: e questo motivo è la necessità per il protagonista di ritrovare suo padre, archeologo come lui e unica persona al mondo a non chiamare il figlio Indiana ma semplicemente Junior. Nella messa in scena del rapporto padre-figlio e del gap generazionale si ritrova con forza il senso intimo della poetica di Spielberg, molto più che nel rutilare dell’azione. E la scelta di Sean Connery nel ruolo paterno dimostra una volta di più la voglia di confrontarsi con l’immaginario del passato: l’eroe più iconico degli anni Ottanta è figlio dell’eroe più iconico di due decenni prima. Bond vs. Indy, in qualche misura, per quanto il personaggio di Connery sia quello di un topo di biblioteca non troppo incline, al contrario del figlio, all’azione fisica. Non c’è dubbio, in ogni caso, che Indiana Jones e l’ultima crociata viva e prosperi soprattutto grazie alle schermaglie tra genitore e figlio, in grado di trovare una propria collocazione perfino in eventi storici a dir poco più grandi dei personaggi – c’è persino il rogo dei libri a Berlino. E nel finale, che nell’ottica di Spielberg sarebbe dovuto essere definitivo, c’è persino modo di commuoversi. Invece quella crociata ultima non lo sarà proprio per niente, visto che nel 2008 arriverà Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo a riesumare un mondo che forse sarebbe stato meglio lasciar riposare in pace. Potere dell’industria, pari quasi all’immortalità del Graal.

Info
Indiana Jones e l’ultima crociata, il trailer.

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