La regina dei desperados

La regina dei desperados

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Western del 1952 di Allan Dwan, La regina dei desperados (il titolo originale è Montana Belle) è un film dove il regista opera una ibridazione narrativa con il noir adattando al selvaggio west la figura della dark lady, incarnata nella ‘banditessa’ Belle Starr, realmente esistita. Trapela la visione progressista del regista in un film che sfida il Codice Hays e il Maccartismo, anticipando tematiche del suo successivo capolavoro La campana ha suonato (Silver Lode).

E poi ci troveremo come Belle Starr

La fuorilegge dell’Oklahoma Belle Starr si unisce alla famigerata banda dei Dalton, dopo essere stata salvata dal linciaggio da uno di loro, il giovane Bob che si invaghisce di lei. Di lei si innamorano anche un altro membro della banda, Mac e il ricco proprietario del saloon Tom Bradfield, che è stato ingaggiato dai banchieri della cittadina di Guthrie per sgominare i Dalton che minacciano i loro interessi finanziari. [sinossi]
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Vuole la vulgata che Soldato blu e Il piccolo grande uomo siano stati i primi western a favore dei nativi americani. Nulla di più falso e chi fa questa affermazione dimostra di non conoscere il western dell’epoca del muto, peraltro dalla filmografia assai più cospicua di quella del western sonoro. Allan Dwan che ha attraversato il muto e il sonoro, con una carriera che è iniziata nei primi anni Dieci (era già un regista affermato quando nel 1916 David Wark Griffith gli chiese di aiutarlo per le riprese dall’alto del set di Babilonia) per arrivare ai primi anni Sessanta, e una filmografia di un numero imprecisato di film, chi li stima attorno ai seicento, chi attorno agli ottocento. E già i muti western di Dwan erano dalla parte dei nativi americani, convenzionalmente chiamati indiani, il che non ha rappresentato l’unica occasione per il regista di manifestare le sue idee progressiste.

Nel film La regina dei desperados (il titolo originale è Montana Belle), uscito nel 1952, compare ancora un indiano, Ringo, ma in un ruolo minore. Fa parte in realtà di una banda di rapinatori, la banda Dalton, e non mostra idee particolarmente aperte. L’arrivo della donna nella banda è visto malissimo da tutti i componenti, maschilisti, del resto sono dei banditi del selvaggio west, immaginando che avrebbe portato solo guai, cosa che in effetti succederà. Non è da meno il pellerossa che la definisce ripetutamente, con tono di spregio, una squaw. Ma ci sono alcuni momenti in cui Dwan mostra di voler dare dignità ai nativi, nelle volte in cui parlano tra loro nel linguaggio cherokee, ovviamente incomprensibile. E questo, in un periodo in cui la lingua a Hollywood omologava sempre e comunque tutto in lingua inglese, anche per film ambientati in altri paesi in in altre epoche (pensiamo solo ai film di Lubitsch), significa riconoscere la dignità di una cultura.

La regina dei desperados mette in scena, ma in modo totalmente romanzato e non aderente alla realtà storica, la figura della fuorilegge Belle Starr, la regina dei banditi, che impazzò con le sue gesta criminali dopo la guerra di secessione. Figura che era già stata abbondantemente trasfigurata nella letteratura, a partire da un dime novel di Richard K. Fox, pubblicato a seguito della morte della donna. Allan Dwan la fa interpretare da una quanto mai conturbante Jane Russell, all’inizio della sua carriera, e la rende come la perfetta dark lady in un innesto di uno stilema narrativo dal genere noir al western. Belle Starr è una maliarda pericolosa, riesce sempre a ottenere quello che vuole, a soggiogare gli uomini e a farsi ubbidire da loro, mettendosi anche a capo di una banda che rompe il monopolio delle rapine con quella dei Dalton, egemone fino a quel momento. Una donna forte, determinata, astuta, in grado di tessere ragnatele in cui tutti finiscono per essere avviluppati. Una donna capace di sparare con estrema precisione e con un’abilità che le permette di gareggiare con i pistoleri più veloci, così come di sfrecciare a cavallo. In ciò la figura si differisce dalla femme fatale parassita degli uomini. Dwan conferisce una dignità narrativa a una villain al femminile, nell’ambito di un genere tradizionalmente maschilista. Belle Starr è anche conturbante, nella sua versione femminile, quando si esibisce al saloon The Bird Cage, di proprietà di Tom Bradfield, di cui si innamorerà, nel suo caso veramente a differenza degli altri due partner che semplicemente usa. Lei stessa ammette di provare piacere nell’esibirsi, dal non sapere resistere a quella vita da performer e quindi da giustificarla ai suoi sgherri come una perfetta copertura. I numeri di danza furono proposti a Dwan dalla stessa Jane Russell che suggerì anche i brani The Gilded Lily, della sua amica Portia Nelson, e la classica My Sweetheart’s the Man in the Moon.

La regina dei desperados è un film fitto di trame e contro-trame, di trappole e tranelli. Più o meno tutti sono doppiogiochisti. Ma a un certo punto fa capolino l’amore vero, che fa cadere tutte le ambizioni della protagonista, il suo estremo cinismo. Alla fine trionfano i sentimenti, anche nella figura dello sgherro doppiogiochista, pronto a vendersi al miglior offerente, che agisce ora per amicizia. Un riscatto per la villain che porta a un finale romantico quanto ambiguo, lasciando intendere che la donna verrà catturata e così punita in ossequio al Codice Hays. Ma l’happy end è solo rimandato. La regina dei desperados appartiene alla fase dei western femminili che Dwan produceva in quegli anni, come Il diavolo nella carne (Surrender), Il mio bacio ti perderà (Belle Le Grand), La donna che volevano linciare (Woman They Almost Lynched) e La regina del Far West (Cattle Queen of Montana) dove recita la donna del western per eccellenza, Barbara Stanwyck. Il Dwan progressista si ritrova nel come delinea un sistema in mano ai poteri economici, ai banchieri e assicuratori, che vogliono incaricare un loro uomo, Tom Bradfield, a tutela dei propri interessi, eludendo la giustizia ufficiale dello sceriffo. Si parla all’inizio di un linciaggio, quello del marito di Belle Starr, da cui lei è riuscita a fuggire grazie all’aiuto di Tom. Una parvenza di idee progressiste appare nel dialogo iniziale. Tom riesce a far passare la presenza di una donna per averla salvata da un linciaggio, cosa che tutti considerano inammissibile, ma in fondo è perché sono dei banditi. Ancor più inammissibile se a carico di una donna, ma poi la donna verrà considerata o un fastidio o un oggetto sessuale. Il linciaggio ci porta direttamente al film di due anni successivo del regista, La campana ha suonato (Silver Lode), autentico pamphlet antimaccartista.

La sparatoria finale di La regina dei desperados avviene in un villaggio tutto addobbato di coccarde dai colori della bandiera americana, unionista, ai balconi e agli edifici. Sono uguali a quelle della cittadina in festa del film successivo, dove si consuma una caccia all’uomo in nome di una giustizialismo sommario in cui tutta la popolazione è impazzita, soggiogata da un delatore. Può essere che in La regina dei desperados Dwan riversi un sentore di quella caccia alla streghe che da lì a poco sarebbe esplosa. Il film è uscito nel 1952 ma è stato realizzato nel 1948 e rimasto nel cassetto di Howard Hughes che lo aveva acquistato. Il produttore e magnate, negli anni in cui controllava la RKO, pagò la pellicola 600 000 dollari dalla Republic, la compagnia di Dwan, con lo scopo preciso di tenere sospeso il film, facendo accrescere nel frattempo la popolarità di Jane Russell che era la sua protégée. Hughes produsse una serie di film con le grande star, Questi dannati quattrini! (Double Dynamite!), commedia in cui recitava con Groucho Marx e Frank Sinatra, Il suo tipo di donna (His Kind of Woman), noir con Robert Mitchum e Vincent Price, La città del piacere (The Las Vegas Story), ancora con Price, e l’esotico L’avventuriero di Macao (Macao) di Josef von Sternberg, sempre con Mitchum, finché non ritenne che i tempi fossero maturi perché il pubblico la accettasse nel ruolo di una gangster.

Il primo film a colori di Dwan risulta ufficialmente Canzone del Mississipi (I Dream of Jeanie), ma vista l’uscita posticipata di cui sopra, probabilmente lo è stato La regina dei desperados, dove Dwan usa al massimo la tavolozza cromatica, cercando di utilizzare tutti i colori con effetto pittorico. E il colore assume un ruolo narrativo nel foulard blu che è usato, come carattere distintivo, della banda Dalton, o da chi si vuole spacciare per quella. Purtroppo Raiplay passa una versione in bianco e nero, pur in lingua originale. Forse perché proviene dai vecchi archivi Rai della televisione non ancora a colori o forse da una copia 16mm in bianco e nero trovata da qualche parte.

Info
La scheda di La regina dei desperados su Wikipedia.

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