Sangue sulla luna

Sangue sulla luna

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Primo western per il grande artigiano di Hollywood Robert Wise, nonché suo ingresso nel cinema di serie A per la RKO, Sangue sulla luna è anche un esempio di ibridazione con il noir, genere già frequentato dal regista in quegli anni. Film con momenti memorabili: la rissa tra due protagonisti e l’assedio finale.

Mezzogiorno senza fuoco

Il cowboy Jim Garry viene coinvolto in una faida tra il suo vecchio amico Tate Riling e l’allevatore John Lufton. Apparentemente il primo sta proteggendo l’interesse dei piccoli agricoltori della zona, ma in realtà sta cospirando per costringere il secondo a svendere la sua mandria a un prezzo stracciato. [sinossi]
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“Sangue sulla luna” è un’espressione, a detta del film, dei nativi americani a indicare un presagio oscuro, il segnale per un’imminente minaccia, un’aria di tempesta. In un film dove alcuni brevi dialoghi tra indiani sono mantenuti nella lingua originale, i pellerossa sono in qualche modo già stati ‘addomesticati’, come nella concezione di molto cinema western in cui erano considerati parte della natura selvaggia, qualcosa da domare e colonizzare. Gli interessi della riserva indiana sono ora amministrati da un agente del governo, ormai sono i visi pallidi a gestire i loro territori e, attorno alla fornitura di carne di uno di questi, si genera una competizione senza esclusione di colpi. Nel suo primo film western, una sorta di promozione della RKO che ha voluto assegnargli per la prima volta una grossa produzione dopo essere stato relegato ai B-movie, Robert Wise racconta di un sistema di corruzione dove un territorio indiano diventa, con cinismo di tutti i contendenti, una grande torta che fa gola, in una disputa commerciale, tra forniture di cibo e diritti di pascolo del bestiame, egemonie di interessi, manovre di confisca. Sembrano giochi dell’alta finanza del giorno d’oggi, giochi di svalutazione dei beni, di trucchi e raffinati inganni con complici funzionari corrotti, come quel Jake Pindalest (ribattezzato Morgan nell’edizione italiana), l’amministratore governativo dei territori indiani. Il film si colloca dopo l’Homestead Act del 1862, l’atto in base al quale chiunque, anche gli ex-schiavi, poteva chiedere l’assegnazione di terre da coltivare fuori dai territori delle tredici colonie originali. Non viene espressamente detto nel film ma è chiaro dal romanzo da cui è stato tratto, Gunman’s Chance di Luke Short. E la grande faida è tra i piccoli coloni, beneficiari di quella legislazione, sobillati da un malvagio, e un allevatore magnate.

Sangue sulla luna inizia con una pioggia incessante, con un’atmosfera noir, che ritorna poi nelle tante scene notturne, nelle ombre espressioniste di alcuni interni come lo scantinato, che Wise applica al western, cui approda dopo aver già esplorato generi diversi, come avrebbe fatto in tutta la sua carriera. Al momento di realizzare questo film, il regista era reduce proprio da un noir, Perfido inganno (Born to Kill). La natura e i paesaggi, gli elementi materici, come i successivi paesaggi innevati, e la tempesta di neve, sono ingredienti su cui il film si gioca. Anche la storia d’amore tra Jim ed Emma si gioca nella natura, in paesaggi notturni illuminati da falò. Dall’inizio seguiamo l’eroe, o antieroe, il cavaliere solitario, il cowboy errante, l’ex-proprietario terriero che ha perso tutto, con una giacca di montone inzuppata che ricorda gli impermeabili dei detective privati dei film hard-boiled. Come loro viene inizialmente ingaggiato, reclutato al migliore offerente, salvo poi ricredersi.

Al pari dell’universo cinico del mondo del noir, in Sangue sulla luna il manicheismo è fluido, e quello che viene raggiunto alla fine suona come posticcio. Il protagonista passerà dall’altra parte una volta resosi conto del giro losco in cui l’amico lo stava portando. Sulla sua appartenenza alla fazione opposta, e sui relativi sospetti, si genera un clima di diffidenza continua, di ambiguità morale che pervade tutto il film. Centrali in questo senso anche le figure delle figlie di Lufton, soprattutto Carol che amoreggia con Riling, il rivale del padre, salvo poi pentirsene. L’altra figlia, Emma, si innamorerà invece di Jim, dando il via al cortocircuito positivo del film, all’interno del sottotesto della duplice storia d’amore nel contesto delle guerre finanziarie. Il ribaltamento di bene e male genera un senso di relativismo nello spettatore, pronto ad accettare un eventuale ulteriore cambio del punto di vista morale del film. E il villain, quello che alla fine verrà fissato come tale, mostra una sua dignità d’animo che lo porterà a rivolgere al vecchio amico l’ultima frase prima di morire: «Mi dispiace lasciarti, io e te avremmo vinto ma sei un uomo onesto». A suggellare la definitiva presa di posizione morale, che è a un piano superiore dell’amicizia virile, cardine del western.

Robert Wise sa giocare con gli stereotipi del western, a volte annullandoli, eludendo così i relativi meccanismi spettatoriali. C’è un primo, mancato duello, quando Jim Garry viene sfidato da due sgherri nel pieno centro della città che prelude alla classica scena di sparatoria. Il protagonista li affronta uno per uno, nel tradizionale campo controcampo, ma nessun colpo di pistola verrà esploso. Il primo viene sgominato a cazzotti, il secondo finisce per essere dissuaso dalla figura imponente, con il suo incedere lento. Il duello del western, dove vince il primo che riesce a sfilare la pistola dopo che i due contendenti si sono a lungo fissati negli occhi, torna alla fine del film, tra Jim e Riling, all’apice della lunga scena d’assedio, altro stereotipo western. Ancora Wise gioca di sottrazione degli elementi spettacolari. Qui avviene tutto di notte, nel buio pesto e si risolve in un’unica veloce inquadratura al buio, in un totale che lascia l’ambiguità su chi abbia vinto: tutti e due hanno sparato. Solo in una scena successiva capiremo qual è stato il verdetto. In mezzo anche la famosa e lunghissima scena di scazzottata del film, tra Jim e Riling, in una cantina messicana, così diversa dagli abituali saloon del genere, con fotografia espressionista, al buio, dopo che si è rotta la lampada, con pochi sprazzi di luce e giochi di ombre. Una scena estenuante, fisica, vera, che lascia i protagonisti sanguinanti ed esausti, una scena che anticipa la scazzottata cult, altrettanto snervante, di Essi vivono.

Il progetto di Sangue sulla luna fu affidato dalla RKO, che aveva acquistato i diritti del libro, a Robert Wise e al produttore Theron Warth, ex-montatore, suo è stato il montaggio di Notorious – L’amante perduta. Wise aveva finito il suo sodalizio con il produttore Val Lewton nel reparto B-movie della RKO che voleva così promuoverlo a dirigere una grossa produzione. Dopo aver lavorato alla sceneggiatura, la direzione a Wise fu comunque oggetto di una lunga negoziazione, alla fine risolta da Dore Schary che aveva appena assunto l’incarico di direttore di produzione della RKO. La regia fu affidata così a Wise, escludendo l’opzione Jacques Tourneur, e il ruolo da protagonista fu dato a Robert Mitchum dopo che si era fatto il nome di James Stewart.

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La scheda di Sangue sulla luna su Wikipedia

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