Aliens – Scontro finale

Aliens – Scontro finale

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Fresco del successo internazionale di Terminator il trentaduenne James Cameron rimane nel campo della fantascienza riportando in vita la dormiente Ripley e con lei l’horror spaziale per eccellenza. Aliens – Scontro finale non segue le linee direttrici del capostipite diretto da Ridley Scott, e alla riflessione filosofica sulla creazione preferisce un action muscolare e dinamitardo, che guarda a Fanteria dello spazio di Robert A. Heinlein. Teso come la corda di un violino Aliens è un titolo centrale tanto nello sci-fi quanto all’interno della poetica cameroniana.

Scacco alla regina

Il capitano Ellen Ripley è rimasto ibernato per quasi sessant’anni in un sofisticato contenitore del traghetto spaziale Nostromo. Unica sopravvissuta alla terribile disavventura che ha distrutto l’equipaggio dell’astronave, viene risvegliata e successivamente inviata di nuovo sul pianeta Archeron, ora popolato da una colonia di pionieri che non danno però più segni di vita. Cosa sarà loro successo? [sinossi]

1987. Nel volume 102 delle celeberrime “Segnalazioni cinematografiche”, pubblicazione semestrale del Centro Cattolico Cinematografico, alla voce Aliens – Scontro finale si legge: «Qualche tenue riferimento psicanalitico non è sufficiente a riscattare il film dall’impressione di macchinose congerie di situazioni orrende, tutto sommato ripetitive e noiose. Il ritmo è ossessivo, gli effetti speciali spettacolari e insistenti». A distanza di quasi trentaquattro anni dalla sua distribuzione nelle sale italiane – sul finire di settembre del 1986, dopo la presentazione fuori concorso alla Mostra di Venezia di Gian Luigi Rondi, insieme a Grosso guaio a Chinatown di John Carpenter, Pericolosamente insieme di Ivan Reitman ma senza Velluto blu di David Lynch, scandalosamente escluso per la nota “querelle Rossellini” – appare davvero incomprensibile l’incapacità di cogliere in profondità il senso, non solo estetico, dell’avventura intrapresa da James Cameron nel rimettere mano al capolavoro di Ridley Scott, e va sorridere quel “macchinose congerie di situazioni orrende” che dovrebbe stigmatizzare l’approccio del film e ne sottolinea paradossalmente uno degli aspetti non solo più rilevanti, ma anche perfettamente compiuti. In epoca di remake e reboot a rotta di collo, dove nell’arco di quindici anni è possibile trovarsi a tu per tu con tre saghe diverse dedicate all’Uomo Ragno, risulta bizzarro ricordare come tra Alien e Aliens intercorrano ben sette anni, durante i quali l’universo fantascientifico mondiale è stato scosso dalla scossa tellurica provocata da Scott, che a sua volta prendeva suggestioni di Mario Bava immergendole nel liquido amniotico dell’immaginario cyberpunk di H.R. Giger e tentando speculazioni filosofiche sul cosmo, sull’umano, sul concetto stesso di creazione, e di maternità. Nel 1986, quando un trentaduenne James Cameron fresco di successo internazionale con Terminator (quasi 80 milioni di dollari raggranellati in giro per il mondo, a fronte di un costo produttivo di poco più di 6 milioni), gira finalmente Aliens la fantascienza è cambiata in modo radicale, allontanandosi con sempre maggiore forza dalle sirene riflessive che echeggiavano nel decennio precedente il canto di 2001: Odissea nello spazio in occidente e Solaris oltre la Cortina di Ferro. Dopotutto fu proprio la sceneggiatura ritmata e muscolare di Terminator a convincere la 20th Century Fox ad arruolare Cameron affidandogli il compito – tutt’altro che agile – di tornare a mettere in scena lo xenomorfo nei fatti tradendo lo spirito dell’originale.

Aliens, d’altro canto, non è Alien. Quella s finale, che moltiplica all’infinito la minaccia aliena, fa slittare in modo considerevole il senso ultimo dell’operazione. Anche la metafora della nascita, con il cucciolo che sfonda la parete dello stomaco per venire alla luce, muta di prospettiva: Scott, accompagnato dalla sceneggiatura scritta da Dan O’Bannon (già corresponsabile, insieme a Carpenter, di Dark Star), utilizzava i codici dell’orrore e del vagabondaggio spaziale per teorizzare sulla natura del femminile, sulla procreazione come atto di conquista personale e collettivo, sulla necessità di trovare protezione nell’utero, nel caldo anfratto primordiale. Cameron, che parte da un soggetto a cui lavorano anche David Giler e soprattutto Walter Hill – e su questo dettaglio si tornerà tra poco – non è interessato a tornare su quei punti. Nel suo orizzonte c’è il concetto di wilderness, la lotta tra l’umano e il bestiale non è materia per speculazioni filosofiche, ma ruota attorno all’idea di conquista. Si torna alle radici violente del (bi)sogno americano, della frontiera da annettere a ogni costo, della sopravvivenza come atto non singolo, ma della società – e in cui quindi il singolo è anche a vario livello sacrificabile. L’occhio del britannico Scott vagava nello spazio per cercare risposte a quesiti innati nello spirito umano, e irrisolti. A rispondere ai quesiti del canadese (ma statunitense fin dall’adolescenza) Cameron è la Storia, e quella della nazione in cui vive innanzitutto. C’è Fanteria dello spazio di Robert A. Heinlein da imparare a memoria e rileggere – quel romanzo, completamente stravolto e ribaltato nella prospettiva politica, verrà tradotto in immagini da Paul Verhoeven nel sublime, e largamente incompreso, Starship Troopers –, così come si deve trarre insegnamento dall’archetipo western, come hanno insegnato già negli anni precedenti tanto Carpenter quanto Hill. L’azione si fa muscolare, sudata, quasi sconcia nella sua messa a nudo di un’umanità destinata al massacro: in questo senso il risveglio/rinascita di Ripley è l’uscita dall’incubo per entrare in un nuovo livello incubale, non più legato all’esperienza personale ma all’idea stessa di società del consumo, e soprattutto del profitto. È solo per il profitto, infatti, che Ripley e una squadra di preparatissimi (si fa per dire) marine viene inviata sul pianeta in cui tutto ebbe inizio, e che non avrà mai fine, nonostante l’ottimista sottotitolo italiano. I coloni sono stati mandati incontro alla morte scientemente, per risvegliare il mostro dormiente e poterlo studiare, conquistare.

Il mito del west non è però passato indenne sotto le forche caudine della sconfitta strategica e militare nel sud-est asiatico, e il rumore della disfatta vietnamita rimbomba in ogni singola scelta narrativa di Aliens: l’equipaggiamento sofisticato delle truppe statunitensi poco e niente possono contro la conoscenza del territorio degli xenomorfi, e ancor più il loro attaccamento alla causa, che è quella di procreare, e continuare a vivere, infestando e cibandosi dei malcapitati umani. Solo Ripley, che ha uno spirito bellicoso ma al contempo protettivo (verso Jonesy, il bel micione in Alien, e verso la piccola Newt in questo secondo episodio), può rivaleggiare a testa alta contro la regina e la sua gigantesca e agguerrita progenie. Solo lei può scendere nell’antro mostruoso che è viscera della terra e della regina, parete uterina e caverna misteriosa degna delle favole dei Grimm. Cameron gioca con il Vietnam-movie, ripassa a mente la claustrofobia hawksiana di Un dollaro d’onore, moltiplica le idee visive da corredare di effetti speciali mai gratuiti, ma perennemente tesi alla riconquista di un immaginario che non si accomodi solo nelle ristrette secche del contemporaneo, ma sappia trovare terreno fertile nel già vissuto/filmato, nello scontro tra passato e futuro. Da parte sua ci mette una dimensione quasi giocosa – ma che mai si permette di non prendere sul serio ciò che sta mettendo in scena – che è figlia del suo tempo, nel rutilare reaganiano degli anni Ottanta; ma sotto la plastica apparente scorre sangue, e non importa più se sia innocente o colpevole. La speranza dell’umano, abbandonato al suo destino da una società che lo utilizza a suo piacimento per guadagnare anche solo un dollaro in più e d’altra parte braccato come preda da una razza apertamente ostile, è quella di tornare a dormire, di reimmergersi nel sonno artificiale della macchina, lontano da tutto e da tutti, eppure dove possono sempre raggiungerti gli incubi. “Escono dalle fottute pareti” dichiara agghiacciato Hudson, e in questa frase divenuta celeberrima si annida la grandezza poetica ed espressiva di un film che ha cambiato i connotati a una saga per dimostrarne l’eterna capacità di confrontarsi con il suo tempo. Lo capirà anche David Fincher in Alien³, meno Jean-Pierre Jeunet in Alien – La clonazione. Nel frattempo Cameron, raro esempio di costruttore visionario di mondi nel sempre più affaticato universo hollywoodiano, tornerà da prospettive sempre diverse sul concetto di alterità e di conquista, tanto in The Abyss quanto in Terminator 2 e Avatar. Ma questa è un’altra storia.

Info
Il trailer di Aliens – Scontro finale.

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