Il grande sentiero

Il grande sentiero

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Il grande sentiero è il terzultimo film diretto da John Ford in cinquant’anni di carriera, e l’ultimo western. Considerata da molti un’opera dettata da supposti sensi di colpa del regista nei confronti dei nativi, spesso antagonisti nei suoi film precedenti, mette in scena una volta di più con estrema coerenza il popolo dei derelitti. I Cheyenne di questo film non sono diversi dai sottoproletari senza lavoro di Furore, e in fin dei conti neanche da Ethan Edwards, il protagonista di Sentieri selvaggi: tutti cercano un luogo che sia possibile chiamare “casa”, “patria”, “famiglia”. Un luogo mitico, forse inesistente, ma al quale non si può rinunciare.

La lunga marcia

Il popolo Cheyenne è ha superato il livello di sopportazione, e decide di abbandonare le terre desolate e malsane dove è stato confinato per intraprendere una marcia di oltre duemila chilometri che permetterà loro di tornare nella terra degli antenati. Decimati dalla fame e dalle fatiche, i nativi vengono raggiunti dal capitano Thomas Archer e dai suoi soldati. Comincia una difficile trattativa… [sinossi]

Prima de Il grande sentiero nell’immaginario cinefilo italiano c’era già un film statunitense con lo stesso titolo. L’altro Il grande sentiero lo aveva diretto Raoul Walsh nel 1930, con il titolo originale The Big Trail, e parlava di coloni nell’Oregon, e di vendette da portare a termine. Chissà per quale motivo si scelse di tradurre con il medesimo titolo anche Cheyenne Autumn, il terzultimo film diretto da John Ford nel 1964: quel che è certo è che suona a suo modo divertente il fatto che il tema del colono perda qui la sua centralità, sostituito in tutto e per tutto (pene e sofferenze comprese) da quello del colonizzato. Si è spesso scritto con superficialità di questo film, inserendolo frettolosamente tra le opere minori di Ford, schiacciato com’è tra I tre della croce del sud e Il magnifico irlandese. Lo si è maneggiato con malcelato imbarazzo, quasi che il suo stesso esistere rappresenti una colpa. La domanda che ha spesso accompagnato la visione del film è stata: “Perché John Ford ha deciso di abbandonare il western proprio con questa storia?”. Già, perché Cheyenne Autumn è l’ultimo western dell’uomo che più di ogni altro ha incarnato il senso più profondo e stratificato di questo genere. E per quanto duri quasi due ore e quaranta è un film che non viene mai dominato dall’epos classico, anzi: trasmette un umore mortifero, letale, esprime un dolore profondissimo, che non può essere in alcun modo raddolcito. Dopo quasi cinquant’anni a riprendere selle e sparatorie Ford abbassa il sipario sul suo rapporto con il vecchio west e lo fa cambiando completamente la prospettiva. Non mancano certo alcune figure chiave del suo cinema, a partire dalle giubbe blu e dal popolo statunitense, ma l’intero impianto narrativo è costruito sull’impresa disperata e folle di Piccolo Lupo e della sua gente, che hanno deciso di abbandonare la riserva in cui il governo li ha reclusi per tornare nella terra degli avi, dove sono le loro radici. Nel 1964 il mondo del cinema western non ha ancora rivisto ufficialmente la propria mitologia (Ucciderò Willie Kid arriverà nel 1969, seguito l’anno successivo da Soldato blu, Piccolo grande uomo e Un uomo chiamato Cavallo), e così tocca a Richard Widmark, che nel film interpreta il capitano Thomas Archer, spiegare la situazione a un pubblico del tutto disabituato a cambiare orizzonte dello sguardo per accogliere il punto di vista dei “pellerossa”. Dopo una ouverture musicale il campo lungo di una zona desertica e depressa, in cui sono costretti a vivere i Cheyenne, non avrebbe bisogno di ulteriori chiarimenti, ma la voce fuori campo di Archer irrompe: “The beginning of a day. September 7th, 1878. It dawned like any other day on the Cheyenne reservation in that vast barren land in the American Southwest… which was then called Indian Territory. But this wasn’t just another day to the Cheyenne. Far from their homeland, as out of place in this desert as eagles in a cage. Their three great chiefs prayed over the sacred bundle that at last, the promises made to them, when the white man sent them here more than a year ago, would today be honored. The promises that had led them to give up their own way of life, in their own green and fertile country, 1500 miles to the north”.

Può apparire un passaggio secondario, in fin dei conti insignificante, ma è una vera e propria rivoluzione. Il cineasta che ha incarnato più di ogni altro lo spirito della wilderness e il mito della frontiera (“My name’s John Ford. I make Westerns”) rovescia completamente il discorso, scavalca il campo e si mette dalla parte della minoranza schiacciata, degli sconfitti, dei reietti che pure nell’immaginario collettivo sono ancora i cattivi. Le ombre rosse. Ma la Guerra del Vietnam sta facendo riemergere nel subconscio statunitense la memoria rimossa di un genocidio sottaciuto, della progressiva spoliazione dei più basilari diritti di un intero popolo, colpevole solamente di essere lì a intralciare la strada del progresso, o supposto tale. Ed ecco che quell’inquadratura iniziale, che già sottolinea la necessità di rovesciare l’immaginario del western classico per donare il giusto sguardo a chi non ne ha mai potuto godere, diventa anche il monito storico di una nazione che sta cadendo di nuovo nel medesimo errore (e lo farà ancora, e ancora, e ancora… Ma oramai John Ford sarà morto). Ford accetta di demitizzare alcuni dei suoi punti cardine, proseguendo in buona sostanza il percorso già parzialmente intrapreso con L’uomo che uccise Liberty Valance solo un paio di anni prima. Certo, non rinuncia a sottolineare il buono presente nella società statunitense, la rettitudine del capitano Archer, i propositi della maestrina quacchera che vuole insegnare ai bimbi nativi le basi portanti della democrazia statunitense, lo spirito linconiano del segretario degli interni Carl Schurz cui dona corpo e voce un rassicurante Edward G. Robinson: tre figure iconiche che rappresentano nei fatti il potere politico, quello militare e quello dell’istruzione. Ma questo non raddolcisce più di tanto timbriche mai così uggiose, livide, prive di speranza. È una lunga marcia che non ha speranza, quella dei Cheyenne, ma che non può essere evitata. Perché è giusto che un popolo vessato torni alla sua terra. In questo ragionamento si nasconde un risvolto fondamentale per riuscire a comprendere fino in fondo la poetica di Ford, con troppa facilità appiattita all’epoca su una interpretazione classica del western, e dei suoi passaggi topici.

La rappresentazione delle figure positive degli Stati Uniti d’America è senza dubbio figlia dello spirito rooseveltiano di Ford, forse insieme a Frank Capra il più sincero e appassionato cantore del New Deal – pur con tutte le derive reazionarie che il suo pensiero accoglierà e attraverserà –, ma nell’indomita volontà dei Cheyenne si rintracciano anche le memorie dell’orgoglio irlandese del regista, figlio (a distanza) di una terra assoggettata e colonizzata da una potenza militare straniera, gli inglesi. Considerata da molti un’opera dettata da supposti sensi di colpa del regista nei confronti dei nativi, spesso antagonisti nei suoi film precedenti, Il grande sentiero mette in scena una volta di più con estrema coerenza il popolo dei derelitti. I Cheyenne di questo film non sono diversi dai sottoproletari senza lavoro che vagano per gli States in Furore, e in fin dei conti neanche da Ethan Edwards, il protagonista di Sentieri selvaggi: tutti cercano un luogo che sia possibile chiamare “casa”, “patria”, “famiglia”. Un luogo mitico, forse inesistente, ma al quale non si può rinunciare. Dolente e appassionato, perfino bizzarro con quell’incursione improvvisa della parentesi comica destinata a James Stewart nei panni di Wyatt Earp (vent’anni prima in Sfida infernale l’aveva interpretato Henry Fonda) che ha sempre fatto storcere il naso alla maggior parte dei critici ed è invece la più pura dimostrazione di sincerità autoriale e poetica di Ford, Il grande sentiero è un western non revisionista, ma che si è semplicemente ricordato del controcampo (e controcanto). Ford avrebbe voluto dirigerlo già nel 1957 lavorando solo con nativi non professionisti – qui invece per rappresentare gli indiani si è ricorso ad attori caucasici – ma non gli fu permesso. Quando il sole cala all’orizzonte non si mette la parola fine solo ai western di John Ford, e quasi alla sua carriera in senso assoluto, ma a un approccio al concetto di frontiera che nel decennio successivo sarà completamente rivisto e modificato. La fine di un’epoca, come quella di un popolo. Entrambe da ricordare con dolore.

Info
Il trailer de Il grande sentiero.

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