Intervista a Teboho Edkins

Intervista a Teboho Edkins

Teboho Edkins è nato nel 1980 nel Tennessee, USA, cresciuto in Sudafrica, e si divide tra Cape Town e Berlino. Le sue opere sono state presentate a vari festival internazionali ma anche gallerie e spazi d’arte quali il Centre Pompidou e la Tate Modern. Il suo documentario Gangster Project è stato presentato nel 2011 al FID Marseilles e poi a Rotterdam. A questo sono seguiti i corti documentari Gangster Backstage, presentato alla Festa del Cinema di Roma, e Coming of Age, presentato alla Berlinale e vincitore al Trento Film Festival. Days of Cannibalism, la sua ultima opera, è stato presentato nella sezione Berlinale Documentary della 70 Berlinale. Abbiamo incontrato Teboho Edkins in questa occasione.

Possiamo parlare per Days of Cannibalism di uno scontro di civiltà, tra la comunità cinese e gli abitanti autoctoni del Lesotho, oppure di un incontro?

Teboho Edkins: È un incontro ma allo stesso tempo anche un non-incontro, una sorta di non-comunicazione. Questo è altrettanto interessante.

Mi sembra che tu adotti per ritrarre la comunità cinese lo stesso approccio antropologico che hai con la popolazione autoctona del Lesotho. Quindi non li vuoi rendere come semplicemente una minaccia?

Teboho Edkins: Mantengo le giuste distanze con entrambi e credo che sia molto importante. Come è importante capire quali siano il luogo e il tempo, quando si realizza un documentario, e interrogarsi sul perché ci si trova lì e sul come lo si sta facendo. Per quanto riguarda i Basotho, parlo un po’ la loro lingua, ma con i cinesi non riesco a comunicare nella loro lingua. È un po’ differente l’approccio, con i cinesi posso scambiare Sms ed email ma con i Basotho non posso farlo, è un modo diverso di comunicare con gli uni e con gli altri.

Fai vedere i cinesi nella loro vita famigliare, con i loro bambini. Realizzo così che gli appartenenti alle due etnie non sono nemici, quello che sta succedendo è qualcosa che passa sopra di loro, è corretto?

Teboho Edkins: Sì. All’inizio istintivamente ero un po’ di parte verso i Basotho, pensavo che i cinesi avrebbero preso il sopravvento, come sta accadendo ovunque in Africa. Ma poi ho iniziato a conoscerli, sono davvero persone semplici che provengono da piccole famiglie e partono alla ricerca di fortuna. Sono molto coraggiosi, ma è tutto anche molto triste. Sono persone che passano quattro o cinque anni della loro vita lì prima di tornare a casa e molti, una volta tornati, hanno vari problemi di salute perché, per esempio, bevevano troppo a causa della solitudine. Non sono felici, stanno semplicemente lavorando duramente. È divertente quando sei con i cinesi e pensi ai Basotho, a come sono e alla loro apparenza, alla loro fisicità. I primi ti sembrano davvero fuori luogo. C’è una sorta di calore umano e di energia che proviene dai Basotho che invece i cinesi non hanno, nonostante siano loro quelli con il potere economico. Trovo che sia molto interessante.

Era dunque importante anche riprendere i cinesi nella loro terra, prima di migrare, come fai nella scena all’inizio del film?

Teboho Edkins: Credo di sì perché l’idea per il film ha preso forma in Cina. Ero in un hotel dove arrivano africani in viaggio d’affari e le persone che erano lì non erano molto felici, c’era solitudine e anche prostituzione. Credo che le persone che lasciano il loro paese per andare a fare soldi altrove tendano ad alienarsi. Per cui c’è una certa tristezza o malinconia come quella che ho visto in questo hotel e nei cinesi nel Lesotho. Inizialmente volevo girare un film che fosse un parallelo tra Cina e Africa, ma poi tutto è andato al suo posto e questo è il risultato, trovo che sia ancora più profondo. È molto importante che all’inizio ci sia la Cina, perché apre il film a una visione più ampia. Se questa parte fosse tolta e il film si aprisse direttamente con i Basotho, sarebbe una piccola produzione su temi semplici. Invece mettere la Cina all’inizio crea un contesto logico. Inoltre la tensione c’è alla reception e continua anche in modi differenti.

Mi puoi parlare della scena della rapina che hai ripreso dal vero? Che cosa è successo esattamente? Quali conflitti ci sono?

Teboho Edkins: È un po’ difficile per quanto riguarda i cinesi che ci siano situazioni drammatiche, perché loro non fanno cose molto interessanti, lavorano solo e non succede nulla di anomalo. Nel mio immaginario volevo che andassero a cavallo, che diventassero come gli africani, ma invece lavorano soltanto. Ed è così che li riprendevamo, con i loro piccoli movimenti, le tensioni, ma senza che accadesse nulla di che. Quella volta siamo andati lì al pomeriggio, poco prima che iniziasse la finale della Coppa del Mondo del 2018 che mi pare iniziasse alle cinque. Siamo andati lì verso le quattro e mezza per salutarli, pensando che magari avremmo potuto riprenderli mentre guardavano la finale, magari passando un momento di compagnia e con un po’ di emotività. Quando siamo arrivati al negozio ci siamo resi conto che non avrebbero guardato la finale ma che avrebbero lavorato come al solito. Proprio quando eravamo sul punto di salutarli, siamo stati attaccati tutti quanti. E quello che è accaduto è quello che vedi. Ho ancora una cicatrice. Sono stato colpito con una pistola, c’era sangue ovunque ed eravamo stati legati. Era il panico, ci hanno rubato le camere, hanno rotto alcune cose ma alla fine stavamo tutti bene. C’era una sorta di cameratismo con i cinesi in quel momento, abbiamo condiviso la loro vulnerabilità. E io sono stato felice, ho avuto il momento che volevo, la scena che pregavo di avere. Fino a quel momento non era accaduto nulla e poi c’è stato questo. Credo che quell’attacco fosse essenzialmente una questione di denaro perché i cinesi sono quelli ricchi, quelli che fanno soldi. Per cui non si è trattato di una questione razziale ma economica e concentrata sui cinesi anche perché sanno che loro sono molto più vulnerabili perché isolati. La polizia non li aiuta granché e quindi diventano una preda facile, vengono sempre derubati. Però sono anche molto coraggiosi, come si vede quando c’è una persona a terra e poi c’è una ragazza che arriva per aiutarla. Questa l’ho ripresa io. L’operatore era a terra, c’era tutta quella tensione. E io volevo realizzare un western. È il genere che parla della corsa all’oro, con i pionieri e i colonizzatori che sono arrivati in una situazione dove l’equilibrio di potere non era ben chiaro. È una situazione in cui le vecchie divinità, le vacche, stanno perdendo il loro ruolo e i cinesi le stanno comprando, come tutto. Tutto viene messo in dubbio e la lotta è violenta, riguarda chi ha più potere, è qualcosa di economico ma anche fisico. Per me è questo quello che c’è in un film western, la mancanza di legge quando tutte le vecchie leggi sono morte e le nuove non sono ancora state scritte.

Com’è nata invece l’idea per Days of Cannibalism, da cosa sei partito?

Teboho Edkins: Ero a Hong Kong e mio padre mi disse che aveva sentito parlare di alcuni africani che vivevano a Guangzhou in Cina e mi ha suggerito di andare a visitarli. Ho incontrato gli africani in Cina, e poi ho pensato ai cinesi nel Lesotho e successivamente ho pensato al concept di western. Mi aveva ispirato il film Western della regista tedesca Valeska Grisebach. Stavo pensando a cosa il western significasse, forse è uno spazio di frontiera, forse c’è una lotta. Alcuni dicono che il genere western riguardi le persone morte, che è sempre stato relativo alle persone morte.

E per quanto riguarda le mucche, qual è la loro importanza nella cultura tradizionale dei Basotho?

Teboho Edkins: Riguarda un po’ l’intera economia e rappresentano qualcosa che crea un legame tra persone. Non è come in India, nel Lesotho servono per la carne ma è qualcosa di pratico e anche speciale. Per esempio se volessi sposare tua figlia, tu mi dici che mi puoi dare dieci mucche e io dico di darmene cinque subito e le altre poi. E poi per i successivi vent’anni continuiamo a discutere e poi mi dici che la tua mucca ha partorito, È un modo per creare un legame, una relazione tra le persone. È come se fosse una costante della vita. Inoltre se sei un uomo ricco e compri molte mucche, le altre persone del villaggio si prenderanno cura dei tuoi animali, per cui è una sorta di bene comune. Non è come avere una grande casa dove nessuno può entrare, è come avere denaro che mantiene il tuo status ma tutti possono trarne profitto. Non vendi una mucca: la tieni, la baratti, ci negozi.

Ora però questa situazione sta cambiando, lo si capisce dal film e dalla prima scena: le vacche diventano davvero proprietà privata.

Teboho Edkins: Si, ma non molto. Ora con i cinesi che arrivano e investono in mucche, le persone stanno iniziando a trattarle come denaro. Il concetto relativo alle mucche sta cambiando e si sta mescolando al sistema capitalistico contemporaneo che i cinesi hanno portato nel paese.

In questo senso anche la scena del macello? Ormai la vacca è solo un oggetto trattato in una catena di montaggio per ricavarne carne.

Teboho Edkins: Nella scena precedente mostriamo come il pastore tiene gli animali recitando una poesia sulla mucca, equivalente a un dio che dà vita alle nazioni, una sorta di mito delle origini legato a questo animale. Poi la scena cambia, l’animale è macellato e viene venduto nel negozio cinese. Quindi l’animale nasce come qualcosa di meraviglioso per poi diventare patetico una volta ucciso. È come se fosse un gioco crudele. Vediamo la testa mozzata nella macelleria, come un simbolo di questo dio morto. Questa è l’evoluzione della mucca, vedi le corna all’inizio e poi la testa morta e poi il resto del corpo, è tutto costruito come un filo conduttore all’interno del film. È un po’ come gli dei che alla fine mangiano i loro figli, come nel quadro di Goya Saturno che divora i suoi figli.

Qual è l’atteggiamento del governo del Lesotho nei confronti dei cinesi? Non si fa niente per tutelare la tradizione locale?

Teboho Edkins: La posizione ufficiale è che i cinesi sono i benvenuti fintanto che pagano le tasse e hanno i soldi e fintanto che rispettano le leggi. Ma se le leggi iniziano a crollare allora i cinesi è un po’ come se fossero esterni al sistema. Si dice che i cinesi non mettano il denaro in banca nel Lesotho, per cui diventano delle prede perché hanno tanti soldi in contanti e il governo non li protegge veramente. Ma il governo stesso è corrotto e rilascia facilmente visti e passaporti. Nel Lesotho non è possibile per uno straniero essere proprietario di terreni, devi essere un Basotho. È qualcosa di molto socialista, ogni persona Basotho ha il diritto di avere un pezzo di terra ed è una cosa bellissima, soprattutto se fai un paragone con il Sudafrica dove le grandi fattorie sono in mano ai bianchi. Quando arrivano i cinesi che non hanno il diritto di possedere terreno, questi diventano Basotho ottenendo un passaporto. Ci sono queste situazioni come ad esempio coppie con la moglie cinese e il marito cinese ma che diventa Basotho.

Il Lesotho ha pure rappresentato storicamente una posizione di sfida all’apartheid in Sudafrica, ospitando l’African National Congress di Nelson Mandela.

Teboho Edkins: Il Lesotho è sempre stato un paese separato all’interno del Sudafrica, per cui nel periodo dell’apartheid, era una sorta di rifugio politico. C’erano degli attivisti politici dell’ANC esiliati nel Lesotho e vivevano lì. Era una sorta di isola della resistenza. Mio padre era un bianco sudafricano, era politicamente attivo e ha combattuto in guerra, per cui anche lui è andato in esilio. Ha lasciato il Sudafrica e ci siamo trasferiti nel Lesotho, dove io sono cresciuto. Era un posto davvero bello negli anni Ottanta, era un posto importante con molte ambasciate perché il Sudafrica aveva perso molti appoggi diplomatici. Il Lesotho così assumeva maggiore importanza. Alla fine dell’apartheid tutte le ambasciate si sono spostate in Sudafrica, molti capitali hanno lasciato il paese, e ora sta cercando nuovamente di ripartire. La differenza tra Lesotho e Sudafrica è che in Sudafrica la popolazione di colore è stata molto traumatizzata e distrutta dall’apartheid, l’educazione della popolazione di colore è molto bassa mentre nel Lesotho è molto più alta. C’è una sorta di orgoglio e dignità patriottici che invece non sono presente in Sudafrica. È molto speciale, ho davvero amato quel luogo. Mio fratello è nato nel Lesotho e io sono cresciuto lì.

Mi parlavi del carattere western che volevi dare al film che è di base un documentario. Come mai questa duplice natura?

Teboho Edkins: Ho realizzato molti altri film, circa dieci, ma questo è il primo lungometraggio. Spesso mescolo documentario e narrativa. Ho fatto un film sui gangster in Sudafrica, Gangster Backstage, sono andato da loro e ho detto: «Voglio fare un film con i gangster, quelli veri». Mi piace davvero il genere. Questo film invece è un western. Il prossimo forse sarà un documentario horror. È il procedimento per realizzare un film che mi interessa, com’è cercare soluzioni e crearne sul momento, una grande sfida.

Non scrivi quindi sceneggiature per i tuoi film?

Teboho Edkins: No, devi viverlo, devi vivere l’idea. All’inizio hai una certa idea, ad esempio quella di un film western o qualsiasi altra cosa, e vuoi che sia così, vuoi vivere quello che hai in mente. Per cui crei il western nella vita vera. Sembra più semplice di quanto non sia, ma questo è quello che cerco di fare.

Info
La scheda di Days of Cannibalism sul sito della Berlinale.

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