Ladri di saponette

Ladri di saponette

di

Ladri di saponette è, insieme a Volere volare, l’opera più ambiziosa della carriera di Maurizio Nichetti: una farsa che parte dalla memoria più nobile del cinema italiano, il neorealismo, per distruggere a colpi di slapstick la terribile abitudine di interrompere in televisione i film con la pubblicità. Incredibilmente dimenticato, e più attuale che mai.

Attraverso lo schermo

Maurizio Nichetti ha diretto Ladri di saponette, un accorato omaggio in bianco e nero al Neorealismo. Deve presentarlo in televisione, al cospetto di Claudio G. Fava, ma durante la messa in onda del film un black out crea un varco che permette ai personaggi del film di entrare nelle pubblicità che lo interrompono, e viceversa. Toccherà a Nichetti entrare nel suo stesso film per tentare di mettere a posto la trama… [sinossi]

È angosciante ragionare sul fatto che le giovani generazioni cinefile non abbiano alcuna percezione né memoria della filmografia di Maurizio Nichetti. Una condizione che il settantaduenne regista milanese condivide con altri “cadaveri eccellenti” del cinema italiano, figure che avrebbero meritato una ribalta critica e una diffusione maggiore e che invece sono stati progressivamente ridotti al silenzio, o rinchiusi nelle riserve indiana della cinefilia più stretta, pertugi angusti in cui è difficile muoversi, o anche solo respirare. Nichetti non è il solo, dunque, né mai lo sarà: in un mondo produttivo italiano che ha sempre mal digerito chi non si adegua allo status quo è inevitabile che gli autori meno allineati e allineabili soffrano una mancanza di attenzioni – anche ministeriali, ma qui il discorso si allargherebbe a macchia d’olio. Ciò che rende particolare il caso di Nichetti, e lo conferma anche Ladri di saponette, è la sua volontà nell’arco dell’intera carriera (durata un ventennio, per quanto riguarda il cinema) di aprire una dialettica diretta con il pubblico: non si sta dunque parlando di un auteur rinchiuso nella sua preziosa turris eburnea, ma di un cineasta che non teme il confronto con il popolare. Anzi, è proprio nei detriti del popolare che va a cercare ispirazione per una poetica che fonde l’elemento semplice con la visione rampicante del surreale, e del grottesco. Cresciuto nella scuderia di Bruno Bozzetto, altro cineasta colto che ha sempre lavorato per il pubblico, Nichetti è stato – purtroppo la coniugazione al passato è d’obbligo, visto che non dirige un film per il grande schermo dai tempi di Honolulu Baby, anno domini 2001 – un lampo illuminante nel cielo plumbeo della produzione italiana anni Ottanta. Ha riportato al centro del discorso l’immagine che si fa senso, lavorando sul concetto di comica, elaborando un ordito fitto di sottotrame, costruito su e attraverso i generi, ma sempre libero di muoversi nella direzione prediletta. Dal sarcasmo di Ho fatto splash alla fusione tra live action e animazione di Volere volare che inaugurerà gli anni Novanta sulla falsariga di Chi ha incastrato Roger Rabbit (ma il soggetto il regista e Guido Manuli lo scrissero a inizio anni Ottanta), Nichetti ha segnato in maniera profonda un’era, quella del rampantismo sociale e della yuppieficazione dell’Italia promossa anche dalla svolta liberista del Partito Socialista craxiano, in cui divenne perfino conduttore televisivo per la rete ammiraglia della Rai di un programma per i più piccoli, Pista!. Con gli anni Novanta, l’arrivo della Seconda Repubblica e la vittoria definitiva dell’immaginario berlusconiano – fatto proprio anche dagli oppositori dell’imprenditore lombardo, e quindi minimo comun denominatore dell’intero linguaggio della nazione –, un autore come Nichetti, fiero e orgoglioso promotore di una Milano oramai distrutta e declinabile solo al passato, perderà centralità, e non avrà più spazi a disposizione.

In questo senso va assolutamente recuperato un gioiello come Ladri di saponette, che segna il punto di non ritorno nella dialettica sempre aperta tra Nichetti e l’era nella quale si trova a lavorare. Già in Ho fatto splash la sua verve comica, tutta giocata sulla mimesi, sullo slapstick e sull’eliminazione della verbalizzazione a favore di un recupero del muto, veniva sfruttata per mettere alla berlina la “Milano da bere”, il mito del successo, la sloganistica pubblicitaria (mondo nel quale Nichetti aveva lavorato fianco a fianco con Manuli e sotto l’egida di Bozzetto); in Domani si balla! era la televisione in quanto tale a rappresentare l’oppio dei popoli di marxiana memoria (marziana anche, in questo caso, visto che il film parla di alieni); perfino ne Il Bi e il Ba, vortice dell’assurdo e del nonsense in cui si catapulterà il regista per affermare anche al cinema la stella nascente Nino Frassica, non verranno meno battute salaci contro il microcosmo mediatico, ridicolizzando tanto il mito televisivo quanto l’intellighenzia dei quotidiani. Ladri di saponette compie un triplo salto carpiato in avanti, correndo il rischio di tramutarlo in mortale. Nell’era della televisione che divide et impera, a pochi passi dal crollo del Muro di Berlino e della vittoria su larga scala, definitiva, del capitalismo, giocare con la messa in ridicolo del mezzo televisivo non basta più, perché a quel mondo hanno oramai afferito anche gli intellettuali, coloro che avrebbero dovuto guardare con sospetto e opporsi alla deriva. Nessuno ha seguito i precetti medievali, né preserva la memoria di Arnaut Daniel (“Io sono Arnaldo che raccoglie il vento / e col bue vado a caccia della lepre / e nuoto contro la marea montante”, scriveva in occitano a cavallo tra il Dodicesimo e il Tredicesimo secolo), e quindi nessuno va contro la mera montante. E quella marea, nel 1989, fa tracimare la pubblicità così tanto da intramezzare in modo insopportabile i film in televisione.

In maniera perfino più radicale rispetto al Federico Fellini di Ginger e Fred, Nichetti costruisce un film nel film che a sua volta diventa film nel film nel film, e al cui immaginario mostruoso partecipano tutti: la ricostruzione del reale (Claudio G. Fava che interpreta se stesso, come lo stesso Nichetti d’altro canto), la ricostruzione del reale fittizio (il film che Nichetti deve presentare in televisione è un rifacimento, post-mortem, del neorealismo), e il finto dichiarato, quella pubblicità che oramai nessuno sa più distinguere dal linguaggio cinematografico, e che quindi può fondersi con esso. Generando un Frankenstein, ovviamente, ma cos’altro si può pretendere da un mondo consumistico in cui la socialità – la famiglia disgregata che guarda in televisione il film, con un occhio sempre più distratto – è venuta meno? Lavorando su alcune delle migliori intuizioni comiche della sua intera carriera, e dissacrando tutto ciò che è possibile, senza per questo mai venire meno alla lezione chapliniana dell’umanità, Nichetti in Ladri di saponette riesce a tenere miracolosamente insieme tutte le diverse anime del suo cinema, e dimostra come l’effetto speciale non sia lì con l’unico scopo di stupire – come sottolineava al contrario proprio una réclame in voga negli anni Ottanta – ma serva semmai ad aprire nuove chiavi d’accesso all’immaginario, a moltiplicare le potenzialità dello sguardo, senza però aver diritto a modificarne l’etica. Nel suo personale helzapoppin’ televisivo Nichetti testimonia un atto di resistenza strenuo, per quanto conscio di essere destinato alla sconfitta senza possibilità di appello, come certifica il finale in cui il Nichetti regista è confinato per sempre nel tubo catodico, vittima di un sistema nel quale è oramai superfluo, se non addirittura scomodo. Eccellente narratore di quegli anni, e tragicamente profetico nella lettura del futuro prossimo, Ladri di saponette è un film che andrebbe insegnato nelle scuole di cinema, e che invece è finito nel dimenticatoio, buono solo per puntellare un palinsesto televisivo monco, magari nel cuore della notte. Come il cinema, in quest’epoca buia.

Info
Ladri di saponette, il trailer.

  • ladri-di-saponette-1989-maurizio-nichetti-03.jpg
  • ladri-di-saponette-1989-maurizio-nichetti-02.jpg
  • ladri-di-saponette-1989-maurizio-nichetti-01.jpg

Articoli correlati

  • Animazione

    La gabbianella e il gatto RecensioneLa gabbianella e il gatto

    di Fiabesco, didattico, dal character design sinuoso e dai morbidi cromatismi, accompagnato da una colonna sonora plasmata per il box office, il film di D'Alò è un piccolo classico dell'infanzia. Torna nelle sale, a distanza di vent'anni dalla prima uscita.
  • Buone feste!

    il bi e il ba recensioneIl Bi e il Ba

    di Probabilmente nulla, nella storia del cinema italiano, si avvicina al livello di nonsense espulso dal corpo de Il Bi e il Ba. Merito del protagonista Nino Frassica, ma anche della regia ordinatissima e anarchica di Maurizio Nichetti.
  • Interviste

    Bruno Bozzetto intervistaIntervista a Bruno Bozzetto – parte seconda

    Le fonti di ispirazione, il signor Rossi, l'utilizzo delle nuove tecnologie, la crisi produttiva. Ne parliamo con Bruno Bozzetto nella seconda parte dell'intervista che ci ha concesso.
  • Intervista

    Intervista a Bruno Bozzetto

    Abbiamo intervistato Bruno Bozzetto, principale cantore del cinema d'animazione italiano, grazie a opere capitali come West and Soda e Allegro non troppo.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento