Borotalco

Borotalco

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Con Borotalco Carlo Verdone abbandona la dimensione del film a episodi che aveva caratterizzato sia Un sacco bello che Bianco, rosso e Verdone, e si concentra su una narrazione unica, ridimensionando dunque il concetto di sketch. Ne viene fuori uno dei caposaldi della sua poetica, a partire dalla rappresentazione di un personaggio, Sergio, che accetta pavidamente una vita che non gli appartiene concedendosi però la scappatoia del sogno, unico modo per sopravvivere in una città ferale, e profondamente falsa.

Il cargo battente bandiera liberiana

Sergio Benvenuti, pressato dal prepotente suocero che vorrebbe farlo lavorare nella sua salsamenteria, cerca di trovare la propria strada vendendo enciclopedie porta a porta. Non ha però fortuna, anzi è il peggiore dell’intera ditta, così viene affiancato nelle vendite da Nadia, spigliata coetanea con una passione viscerale per Lucio Dalla. Quando però dovrebbero provare ad andare insieme da un potenziale cliente Nadia non si presenta all’appuntamento, lasciando così solo Sergio con Manuel Fantoni, un sedicente architetto… [sinossi]

Borotalco è il film con cui Carlo Verdone abbandona – non definitivamente – la dimensione comica dello sketch di derivazione televisiva (era dopotutto uno delle stelle di prima grandezza del programma Non Stop, andato in onda tra il 1978 e il 1979) per accedere a una narrazione più prettamente cinematografica, svicolando dal travestitismo e dall’interpretazione plurima di ruoli a favore di una storia nella quale dà corpo e voce a un solo personaggio. È anche il film con cui Verdone convince una volta per tutte la produzione, nel caso specifico Cecchi Gori, del suo potenziale commerciale: Borotalco è un successo su tutta la linea, convincendo la critica e smarcando una volta per tutte il giovane regista e attore dallo schermo televisivo per lanciarlo in un percorso cinematografico che non si è mai esaurito. Ma fosse tutto qui il ruolo svolto dalla terza regia di Verdone, non varrebbe in fin dei conti la pena soffermarvisi più del necessario: Verdone non è un fine metteur en scéne, la sua regia non scardina le regole della commedia nazional popolare, il suo approccio alla materia non si può certo definire “rivoluzionario”. Eppure c’è qualcosa che si agita all’interno della sua produzione degli esordi, e che è rintracciabile in tutta la filmografia almeno fino a Compagni di scuola (che in qualche misura segna un punto, presupponendo una svolta che avverrà compiutamente all’inizio degli anni Novanta con Maledetto il giorno che t’ho incontrato e Al lupo al lupo), che va ben oltre il mero risultato estetico. Verdone, con una forza e una coerenza che pongono come unica possibile pietra di paragone il partenopeo Massimo Troisi, non è solo l’incarnazione di un tipo umano, ma di una geografia umana. Il suo cinema è una mappatura della società romana a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, il disegno abbastanza accurato di un popolo giovanile ben più fragile e vulnerabile di quanto si raccontasse nelle cronache politiche e sociali dell’epoca. Il suo Sergio Benvenuti, già compiuta rappresentazione di quello che si potrebbe definire homo verdonensis, è pavido e timido, trema di fronte al suocero dalla voce tonante e imperiosa (un sublime Mario Brega, destinato a entrare nella leggenda con questa parte, che rinfocola gli entusiasmi già evidenziati in Un sacco bello), e non riesce nella vita di tutti i giorni a mettere a fuoco il suo desiderio, quell’impeto di sogno che è concesso solo raggiungendo una dimensione altra, quella della finzione. Sì, perché la realtà romana è gretta, fatta di squallidi lavori privi di una reale stabilità, si tratti di vendere enciclopedie musicali porta a porta (“dove me lo mette Beethoven?”, chiede sibillino il proprietario dell’attività a un attonito Sergio che, come sempre, non sa dare una risposta compiuta) o di entrare nella salsamenteria del suocero, dove si vende un prosciutto che è dolcissimo e le olive “so’ greche!”.

La commedia umana di Verdone è mesta, ha un retrogusto amaro e lo si era visto già in Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone; non ha troppe speranze sulle possibilità di una società grigia, in cui i rapporti familiari sono slabbrati, spenti, rattoppati e dove i ruoli sono stringenti, asfissianti. Manuel Fantoni rappresenta per Sergio una fuga nel sogno, ma anche in quella libertà che è ottenuta solo attraverso la truffa, tanto che per Fantoni arriva l’arresto, motivo per cui Sergio può prendere il suo posto, fingersi qualcuno che non è, e non sarà mai. Se non nel sogno, nel racconto. In questo passaggio si può vedere anche una metafora del cinema, macchina del racconto immaginario che permette a chi vi accede di muoversi al di fuori della propria vita. Ma non è l’unico elemento da prendere in considerazione: fingere per Sergio Benvenuti – il suo nome potrebbe essere un omaggio al “padrino” Leone, il cognome a Leonardo, sceneggiatore di alcune delle pellicole centrali della storia cinematografica italiana e anche dei primi due film di Verdone – è il modo per esistere al di fuori dell’immagine che gli altri si sono fatti di lui. L’apparenza inganna, ma ancor più inganna la capacità affabulatoria, quel “cargo battente bandiera liberiana” che assume il valore di uno scioglilingua mistico, nella sua totale dispersione spaziale e geopolitica. Da qui la volontà di fingere l’amicizia con i nomi più celebri dello star system hollywoodiano, e che i romani con cui si confronta non sanno neanche pronunciare; da qui il sogno del musical di Broadway in cui vive Marcello, l’unico amico di Sergio, quello con cui divide la stanza del convitto religioso in cui vive; da qui infine l’amore idolatra di Nadia verso Lucio Dalla (anche autore della colonna sonora insieme ai neonati Stadio; Grande figlio di puttana deve molto del suo successo a quello del film). La gioventù romana, e per traslato italiana, non sa affrontare una realtà che non li rappresenta, e che già prefigura la crisi economica e sociale che imperverserà di lì a un decennio, dopo il crollo dei blocchi contrapposti. Verdone, con il già citato Troisi, è l’unico a cogliere la disperazione di una gioventù comica “suo malgrado”, che muove alla pietà prima ancora che al riso. Una gioventù che non ha “ideale in cui sperar” e sopravvive alla propria postura borghese solo grazie al rifugio nel mondo altro, quello in cui la narrazione prende il sopravvento sulla realtà. Così Hollywood può vivere nei palazzi di Fonte Meravigliosa – e lo spaesamento capitolino del film è un altro dei suoi tratti distintivi, che lo rendono unico rispetto alla prassi della commedia nostrana –, e sulle scale del palazzo si può parlare di Burt Lancaster o Richard Burton, prima di scambiarsi un bacio liberatorio e disperato, scappatoia ulteriore dal vero e dal quotidiano.

A Roma Borotalco divenne in breve tempo una vera e propria Bibbia, e quasi ogni aspetto venne trasformato in ricordo collettivo, mantra da recitare a memoria. Molti i passaggi memorabili, dal colloquio di lavoro di Sergio al finto montaggio alternato dell’incipit, dalla gita a Ostia alla sequenza alla stazione Termini (“me so’ dovuto butta’ dal treno a Maccarese!” rimprovererà Sergio a Marcello, che lo ha spinto a fingere un viaggio a Parigi), fino ovviamente al monologo di Manuel Fantoni. Ma forse più di tutti a restare impressa è la figura di Augusto, il suocero del protagonista interpretato da Mario Brega, cui si devono i passaggi più iconici e celebrati del film. Vale forse la pena riportare il breve racconto che deve fungere da ammonimento per Sergio, e che a Roma si trasformò in una sorta di canone, da recitare a memoria durante le serate tra amici: «Mo te vojo riccontà n’fatto che m’è sucesso ieri. M’ha detto: “Papà, che me porti a comprà ‘n pajo de scarpe a Via Veneto?” Capirai a me me s’è allargato er core, io e mi’ fija a Via Veneto, guai a chi me la guardava. Mentre se stava a guardà la vetrina de scarpe, passeno du’ giovanotti e dicheno ‘na frase che a me nun m’è piaciuta, io me giro e dico “A cornuto! Vie’ qua a cornuto!” È venuto tutto spavardo, er più grosso, e m’ha dato un cazzotto in bocca: me lo so’ guardato, ho sputato e j’ho detto: “Manco er sangue me fai usci’, a cornuto! In guardia!”. J’ho dato un destro ‘n bocca m’è cascato per tera come Gesù Cristo, J’ho rotto er setto nasale, j’ho frantumato le mucose, e je dicevo “arzete, arzete, a cornuto arzete!” j’ho detto!… Pieno de sangue per tera, a ettolitri… Nun s’è arzato. Me lo so’ guardato, me so’ girato, me so’ risistemato ‘a giacca. M’ha detto “papà che è successo?” dice mi fija. “Niente, due de passaggio, ‘namo a compra’ le scarpe” j’ho detto». I ben informati riportano che si trattasse della citazione di ciò che davvero accadde tra Brega e l’attore-culturista Gordon Scott sul set di Buffalo Bill, l’eroe del Far West, western di medio cabotaggio firmato nel 1964 da Mario Costa. In fin dei conti la Roma di Borotalco ha qualcosa del vecchio west: regole dettate dal più forte, di fronte alle quali si può cedere in maniera remissiva oppure tentare di bluffare, magari durante una partita di poker. Ma senza speranza di allontanarsi verso alcun orizzonte, se non nel sogno.

Info
Borotalco, il trailer.

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