Yankee

Yankee

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Poco più che trentenne il milanese (di nascita, ma veneziano d’adozione) Giovanni Brass, noto a tutti come Tinto, è già uno dei nomi di punta del “nuovo” cinema italiano, avendo diretto Chi lavora è perduto (In capo al mondo) e Il disco volante. Yankee, che lo lancerà sul mercato internazionale, è il coraggioso tentativo di riscrivere le regole del neonato spaghetti-western prendendo spunto dal ritmo e dalla dinamica dei fumetti d’oltreoceano. Un progetto ambizioso, bizzarro, per un film che ebbe non pochi problemi al montaggio – come fin troppo spesso accadrà per Brass – ma che resta la testimonianza preziosa di un talento purissimo, e forse mai completamente compreso.

La frusta e la pistola

Ai confini tra Messico e Stati Uniti, in una zona deserta dove rapine ed omicidi sono all’ordine del giorno, vivono numerosi malviventi capeggiati dal famoso Concho. Un giorno arriva al villaggio Yankee, un abile pistolero straniero, che, subodorata la possibilità di diventare ricco eliminando tutti i componenti della banda, sui quali pendono grosse taglie, si presenta al cospetto di Concho e gli propone di diventare soci, dividendo poi il ricavato. Concho pensa di avere a che fare con un pazzo e, di conseguenza, dopo averlo messo alla berlina, tenta di ucciderlo. Ma il pistolero si salva ed ingaggia una battaglia senza quartiere contro la banda, il cui numero si assottiglia ogni giorno di più. [sinossi]
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Chissà cosa sarebbe cambiato nella Storia del cinema italiano (e non solo) se a Giovanni Brass in arte Tinto fosse stata concessa quella libertà creativa che presente sulla carta – e riconosciuta fino alla fase delle riprese – è stata poi con troppa continuità smentita al momento di chiudere il film in moviola, o nella sala montaggio. Regista tra i più massacrati dai tagli nella produzione nazionale, Brass è stato un vero e proprio eversore, un anarchico del tutto disinteressato alla prassi, al pensiero comune, alle voglie e alle placidità della maggioranza silenziosa. Si è al contrario sempre contraddistinto per la messa alla berlina di una società borghese gretta e materiale, avvezza al potere ma non alla soddisfazione del desiderio, in cui il subconscio è stato cancellato, represso, distrutto dall’evidenza di una morale bigotta che ha fatto proliferare come virus mortifero dapprima il fascismo e quindi la società “bene” del boom economico. Per quanto ancora oggi si faccia fatica a comprenderlo e a studiarlo in modo appropriato, Brass è stato uno dei nomi più rilevanti del “nuovo” cinema italiano, quello sorto dalle ceneri del neorealismo e allattato al capezzolo della Nouvelle Vague d’oltralpe. Se Brass non viene solitamente citato accanto ai vari Bertolucci e Bellocchio (tanto per fare due nomi) è soprattutto per la sua volontà, dopo lo smacco subito con Caligola, di concentrarsi sulla messa in scena del corpo e della sessualità, là dove l’erotismo e il soft core sono considerate bolle purulente del cinema d’autore, da tenere a debita distanza critica e spettatoriale. Si dovrebbe ripartire invece dall’inizio, e da Chi lavora è perduto (In capo al mondo), l’opera prima con cui si fece notare ad appena trenta anni. Oppure rincarare la dose con Il disco volante, satira di costume con cui abbandona l’indigenza indipendente per farsi produrre da Dino De Laurentiis. Ma forse, per cogliere la stratificata ricchezza delle sue potenzialità espressive, si dovrebbe riscoprire un film come Yankee.

Prodotto nel 1966, quando Brass ha trentatré anni, Yankee rappresenta in una certa misura la morte e resurrezione del regista. Prodotto da Antonio Lucatelli e Francesco Giorgi, che a parole concedono massima libertà espressiva a Brass, Yankee è il tentativo – riuscito, nonostante i problemi di post-produzione su cui si tornerà tra poco – di aprire le porte del mercato estero al giovane cineasta: di lì a poco arriveranno infatti gemme dell’avant-pop internazionale come Col cuore in gola, L’urlo, Nerosubianco e Dropout, nei quali il regista avrà modo di lavorare con stelle di prima e seconda grandezza del firmamento attoriale quali Jean-Louis Trintignant, Tina Aumont, Franco Nero e Vanessa Redgrave. Tutti film che in Italia faticheranno a circolare, per una messa in scena dei vizi privati – e di ben poche pubbliche virtù – che mal si confà al moralismo cattolico-centrico della Democrazia Cristiana, ma anche alla pudicizia esasperata del Partito Comunista. Per far accedere Brass nei salotti extra-nazionali si deve necessariamente passare per il veicolo commerciale principale del cinema italiano degli anni Sessanta: lo spaghetti-western, la rilettura al ragù delle sparatorie all’alba che fecero grandi gli orizzonti dell’industria statunitense. Molti sono dopotutto gli autori che si trovano a tu per tu con il western, costretti a maneggiare un materiale esplosivo almeno quanto la dinamite che imperversa nelle trame, ma spesso in grado di uscirne indenni, se non rafforzati: si pensi a Un fiume di dollari e Requiescant di Carlo Lizzani (in quest’ultimo c’è anche una piccola parte affidata a Pier Paolo Pasolini), Quién sabe? di Damiano Damiani, I lunghi giorni della vendetta di Florestano Vancini, e si ragioni anche sul fatto che Toby Dammit di Federico Fellini avrebbe dovuto contenere sequenze da “italo-western” e che a scrivere con Sergio Leone C’era una volta il west vennero chiamati Dario Argento e Bernardo Bertolucci. Il western è anche un territorio ibrido, in cui è possibile sperimentare visioni non allineate, come dimostrerà anche lo splendido Se sei vivo spara con cui esordirà alla regia Giulio Questi.

Questo Brass lo sa benissimo, e il suo film assume da subito un piglio del tutto distante dalla prassi del genere: teso alla scomposizione del quadro in ogni sua forma, alla ricerca di angolazioni inusitate per la macchina da presa, Yankee è un oggetto d’avanguardia mascherato da film popolare, o per meglio dire è la dimostrazione di come il cinema popolare possa essere adatto alla ridefinizione dei confini dell’immaginario. In una pura operazione warholiana Brass prende la narrazione tipica dello spaghetti-western (l’uomo solitario che arriva in un paese e ne scoperchia il nido di vipere: tutte trame figlie di Per un pugno di dollari, e per estensione diretta de La sfida del samurai di Akira Kurosawa: forse conscio di questo rapporto diretto Brass aveva immaginato la stilizzazione degli elementi in scena come fossero ideogrammi portatori di senso attraverso il segno) e la immerge nel calderone del fumetto, in un atto analogo e rovesciato a quello che compirà Mario Bava con Diabolik, che però dalle strisce disegnate è anche costretto a desumere il suo film. La libertà espressiva di Brass, che scoordina completamente le abitudini del genere, rivisitandone il topos e i passaggi chiave, è rimasta intatta ancora oggi, e permette di ammirare la perizia tecnica con cui il regista riesce a mescolare il luogo comune (il duello, il saloon e via discorrendo) a una pratica quasi prossima al surrealismo, grazie a dettagli che squarciano il velo dell’ovvio. Peccato che parte del film non sia mai stato possibile apprezzarlo così come lo avrebbe voluto Brass, perché al montaggio i produttori imposero una visione più omogenea ai western di successo che si vedevano in giro all’epoca. Perde così vigore e originalità Yankee, omologato a un sistema di immagini che non gli interessava, e che aveva cercato con la sua messa in scena – grazie anche un sapiente utilizzo della luce e della fotografia – di aggirare. Resta un sadismo anche erotico che troverà riverbero, ma solo in parte, negli anni a venire, e quei dettagli improvvisi che costringono lo spettatore a trovare nuovi orizzonti di sguardo (e che nell’idea primigenia di Brass sarebbero dovuti essere molti di più). Inizia qui l’odissea di Brass con i committenti, che vedrà massacrato, riscritto o nascosto al pubblico praticamente ogni suo film nel decennio successivo, fino al “catastrionfo” (neologismo di Enrico Ghezzi che ben si presta alla carriera di Brass) già citato di Caligola. Yankee, nonostante la rabberciata versione a disposizione, è comunque un tassello importante in cui è possibile cogliere l’originalità e la potenza dell’immaginario brassiano, e merita una riscoperta, per quanto tardiva.

Info
Una clip da Yankee.

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