Altura

Altura

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Ritrovato da Franca Farina della Cineteca Nazionale e restaurato in digitale 2k, Altura di Mario Sequi è un curioso western sociale collocato nei paesaggi e nelle usanze culturali del Nord sardo. Spettacolo popolare e meraviglia visiva per il poco noto con protagonisti due divi del tempo, Massimo Girotti ed Eleonora Rossi Drago. Disponibile gratuitamente sul canale youtube del CSC – Cineteca Nazionale.

Milk Rush

Di ritorno nel suo borgo natale di Altura, piccolo centro di pastori situato nel Gallurese, il coraggioso Stanis Archena riprende i contatti con un suo vecchio amore, Grazia, che però è anche al centro degli interessi del bieco Efisio Barra. Efisio domina infatti il paese con arroganza e prepotenza, imponendo il proprio dominio sul locale mercato del latte. Rispolverando un vecchio furgoncino, Stanis propone ai vecchi amici di un tempo di mettersi in cooperativa e occuparsi direttamente del commercio per contrastare e ridurre a zero la tracotanza di Efisio, il quale reagisce con una violenta ritorsione sui suoi nuovi avversari… [sinossi]
Per vedere Altura sul canale Youtube della Cineteca Nazionale clicca a questo link. A questo link invece c’è l’intervista ad Anna Maria Bottini, una delle interpreti

Regista misconosciuto che ha realizzato dodici lungometraggi di vario genere nell’arco di circa trent’anni, Mario Sequi dedica l’opera terza Altura (1949) alla sua terra natale, una Sardegna alla quale ritorna con approccio tra convenzione d’epoca e sguardo antropologico. A lungo disperso, il film è stato ritrovato presso un privato da Franca Farina della Cineteca Nazionale, è stato sottoposto a restauro digitale in 2k e la Casa del Cinema di Roma, in accordo con l’Associazione dei sardi Il Gremio, avrebbe dovuto mostrarlo al pubblico il 9 marzo scorso, evento poi saltato per l’attuale emergenza sanitaria. In tal senso la Cineteca Nazionale ha reso disponibile il film per visione gratuita sul proprio canale youtube, così come ha pubblicato sullo stesso canale un’intervista realizzata con Anna Maria Bottini, una delle protagoniste dell’opera che ha compiuto 104 anni lo scorso 24 marzo. Il film mette insieme due volti noti dell’epoca, il divo Massimo Girotti e una quasi esordiente Eleonora Rossi Drago, qui in veste decisamente curiosa di popolana gallurese di chioma bruna e trecce.

Il recupero è decisamente interessante, e contribuisce alla riapertura di un dibattito intorno all’idea di neorealismo e delle sue successive declinazioni nel cinema italiano da inizio anni Cinquanta in avanti. È evidente infatti il tentativo di ricorrere in parte a pratiche consolidate dal neorealismo di casa nostra (parziale ricorso ad attori non professionisti, riprese effettuate in luoghi reali, stavolta con un surplus di inedito che conduce dalle parti dell’etnografia), senza dimenticare però l’inserimento di tutto ciò in un robusto e preordinato progetto narrativo, che non disdegna i più convenzionali marchingegni per l’intrigo dello spettatore. Il principale corpo narrativo del film si articola infatti in una struttura decisamente nota, un melodramma di azione e avventura in cui un eroe ardimentoso si erge a difensore di una comunità minacciata dall’arroganza di un prepotente locale. Ovviamente è presente un amore contrastato, che vede una giovane donna divisa tra le mire e i soprusi del prepotente e il puro sentimento per l’eroe principale. Rispondono all’appello anche parenti infidi e mossi da interesse economico (la zia Alena interpretata da Anna Maria Bottini), inseguimenti, agguati e peripezie.

In sostanza, Sequi ricolloca un melodramma piuttosto convenzionale e ben collaudato nell’inedita cornice di Aggius, in Gallura, indirizzando il proprio film verso i territori espressivi di una sorta di western in forma glocal, che più volte ricorda l’impostazione estetica dei primi film di Pietro Germi. In qualche modo Sequi sembra riassorbire anche le ispirazioni di polemica socio-politica inerenti al sentimento neorealistico, poiché il protagonista Stanis Archena propone un modello sociale, economico, di produzione e distribuzione che superi l’accentramento di arroganti figure individuali e pseudo-feudali verso un’effettiva condivisione in ambito cooperativo tra i lavoranti – qualcosa di simile a una paritaria trasversalità produttiva di stampo socialista. Lo Stanis di Massimo Girotti è un positivo eroe proletario come tanti ce ne sono stati nel coevo cinema italiano, e ricorda molto certi profili fieri e ieratici incarnati da Raf Vallone. Talvolta, nell’unilateralità di tali figure eroiche e proletarie paiono risuonare, a fianco di un’autoctona tradizione italiana, anche ispirazioni da Realismo Socialista. È anche l’Italia dell’entusiasmo e della ricostruzione postbellica, che arriva a lambire pure le lontane e isolate terre d’oltremare, dove il positivo progresso incarnato dallo Stanis di Girotti si concretizza nel miraggio di un mirabolante furgone come mezzo di trasporto commerciale. Un pur flebile afflato populistico, sorretto a tematiche di urgente necessità sociale, si ancora dunque alle dinamiche di uno spettacolo improntato al consumo di massa, dove le passioni e i conflitti sono i più noti e di immediata presa sul pubblico.

Un indubbio valore aggiunto proviene dall’ambientazione della vicenda. La potenza dell’impianto visivo sta a metà strada tra il merito naturale delle location e l’elegante sguardo registico di Sequi. I campi lunghi sui deserti galluresi si traducono spesso in un suggestivo teatro naturale per l’espressione di profonde passioni e aspri conflitti, profilandosi anche come adeguato scenario per una globale fisionomia di western. Spesso Sequi ricorre a tagli d’inquadratura in contreplongé, che rendono particolarmente aspri i bordi del frame e che esaltano il profilo individuale dei propri personaggi tentando di conferire loro posture eroiche e magniloquenti. Altrettanto ricorrenti sono lo sfruttamento della profondità nel campo, i doppi livelli di avampiano e sfondo, e una più generale attenzione al precipuo ruolo espressivo del punto macchina – vedasi il trasporto del cadavere di Napoleone in paese, oggetto di una lunga inquadratura con punto macchina totalmente ribassato. Altura poi si concede vere e proprie pagine di spettacolo autoreferenziale, dove il piacere del cinema per l’intrigo e la concitazione narrativa sembra davvero riconoscere un tributo alla tradizione del western classico americano – pensiamo soprattutto alla sequenza dell’assalto al carico di latte, con tanto di sparatoria in mezzo alle rocce. Sul finale c’è spazio anche per un vero e proprio inseguimento a cavallo, mentre di nuovo Sequi riserva grande attenzione al gusto per lo spettacolo in un finale emozionante di nuovo in mezzo alle rocce.

Per quanto riguarda il versante etnografico, Altura propone ovviamente un modello ben distante dalla tentata purezza di sguardo di un reportage privo dei filtri di una narrazione preordinata. Il film di Sequi resta sostanzialmente un film di sceneggiatura e di dichiarata fiction, dove l’elemento etnografico è inserito in dinamiche narrative ben definite e pressoché di genere. I figuranti non professionisti assoldati sul posto non si delineano mai come testimonianze dirette e non sovrastrutturate, bensì sono piegate a un preciso racconto di scrittura puntuale. Certo i canti dei pastori fungono da suggestivo tappeto sonoro a tutto il film fin dalle prime battute, ma già questo è indice di una costruzione narrativa che sa bene dove piazzare i propri elementi espressivi e come farli interagire secondo precise scelte all’interno di un conclamato procedimento di drammatizzazione. Pastori, pecore, canti, figure di anziani saggi locali, costumi regionali e donne di chioma corvina aprono scenari di uno spettacolo attrazionale affidato all’inedito, e il piacere della visione si tramuta per il pubblico coevo anche nella scoperta audiovisiva di un mondo più o meno ignoto, o in una piacevole identificazione per chi conosce tali realtà o ne fa parte.

In tal senso Altura tiene un duplice rapporto con la propria ambientazione. Da un lato sembra voler fornire un comparto di documentazione etnografica su una realtà nazionale poco nota; dall’altro l’approccio non risulta poi molto lontano dal folklore locale, e in tale direzione è evidente il processo di estetizzazione condotto da Sequi su riti e costumi locali. In prefinale si dipana la sequenza in tal senso più significativa, che testimonia pure un notevole gusto di Sequi per la messinscena. Delusa dalla sparizione di Stanis, Grazia accetta per reazione rabbiosa la proposta di matrimonio del bieco Efisio. Nel borgo sperduto in mezzo alle rocce si organizza dunque una celebrazione collettiva per il fidanzamento, con ampio dispiegamento di comparse per vere e proprie scene di massa. È l’occasione per canti e danze locali, e Altura si abbandona a gustose coreografie audiovisive in cui la composizione dell’inquadratura e il rapporto tra questa e le figure protagoniste sono oggetto di precise strategie spettacolari – le donne passano davanti alla macchina da presa in catene umane di figure di danza, mentre la folla poi si apre su una bambina in costume locale a sua volta intenta ad abbozzare qualche passo danzante. Nel suo piccolo, è una sequenza da mini-kolossal sardo in costume, dove il modello sembra più Hollywood che il cinema di casa nostra. L’elemento regionale è dunque reso funzionale a uno spettacolo di attrazioni, dove resta dominante la scelta della ricostruzione sul «dal vero» e dove l’esotico è scoperto appena al di là del Mar Tirreno rispetto al continente della penisola. Un esotico popolare, spettacolare e addomesticato, in cui non a caso si rinuncia totalmente al dialetto per una dizione in perfetto italiano cinematografico. Non è altrettanto casuale il titolo alternativo, Rocce insanguinate, con il quale il film fu riproposto a metà anni Cinquanta, in cui si dà ancora maggiore risalto effettistico al coté di spettacolo di conflitto e peripezia narrativa.

Piacevole, curioso, motivato da uno spiccato gusto visivo, Altura è testimone innanzitutto di un apprezzabile sguardo registico forse meritevole di maggiore fortuna. La filmografia di Mario Sequi è poco nota, e assomma titoli, sul finale di carriera, inerenti anche al decamerotico. Sarebbe forse il caso di dare un’occhiata un po’ a tutto. Magari potremmo scoprire qualche altra impensabile gemma.

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