Il mondo perduto – Jurassic Park

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Vero e proprio schiacciasassi al box office, Il mondo perduto – Jurassic Park non ha lasciato molta traccia di sé nei percorsi critici, e viene raramente citato anche quando si affronta la carriera di Steven Spielberg (che dal capitolo successivo abbandonerà la regia pur mantenendo il ruolo produttivo). In realtà, come testimonia in particolar modo lo splendido finale a San Diego, questo ritorno ai dinosauri è tutt’altro che trascurabile.

L’isola al largo del Costa Rica

Contrariamente a quanto si pensasse, il Jurassic Park di Isla Nublar non era che un parco divertimenti, ma i dinosauri che ne erano ospitati in realtà venivano creati in laboratorio nella vicina Isla Sorna, dove nei quattro anni dagli eventi del primo film hanno vissuto allo stato brado. Ora che il nipote di John Hammond ha deciso di saccheggiare l’isola per aprire un nuovo parco a San Diego, il miliardario assolda il matematico Ian Malcolm per girare un documentario sull’isola e sensibilizzare l’opinione pubblica… [sinossi]

Il mondo perduto – Jurassic Park rientra in quella cerchia di titoli, all’interno della vasta filmografia di Steven Spielberg (trentadue lungometraggi già realizzati, in attesa della rilettura di West Side Story, che dovrebbe vedere la luce sul finire dell’anno, pandemia permettendo), che per un motivo o per l’altro sono stati lasciati in un cantuccio tanto dalla critica quanto dai cinefili: film che faticano anche a essere ricordati, come 1941 – Allarme a Hollywood, Always – Per sempre, Amistad – ed è probabile che si iscrivano al club anche opere più vicine nel tempo, come ad esempio Il GGG – Il grande gigante gentile – e che la critica ha abbandonato al loro destino, senza particolari crucci o sensi di colpa. Ancor più stridente appare il discorso relativo al secondo capitolo della saga dedicata alla clonazione dei dinosauri, perché quando uscì nelle sale, a maggio negli Stati Uniti e nei mesi successivi nel resto del mondo (a settembre in Italia), fece veri e propri sfracelli al botteghino. Non si tratta dunque di uno dei flop commerciali di Spielberg, tradizionalmente pochi e circoscritti, ma di un film in grado di primeggiare senza troppe difficoltà al box office, tanto in patria quanto in giro per il globo. Perché allora si è preferito glissare, nel corso dell’ultimo ventennio, sulla seconda avventura nelle isole al largo del Costa Rica – Isla Nublar per Jurassic Park, Isla Sorna per Il mondo perduto –, quasi che si trattasse di materiale di scarto o comunque trascurabile? Dopotutto il capostipite aveva riscosso anche alcuni entusiasmi critici, per via di una messa in scena sontuosa e di un utilizzo mai esornativo degli effetti speciali. Viene allora naturale domandarsi se questi aspetti vengano meno nel corso de Il mondo perduto. Si è di fronte a una versione retriva e deteriorata dell’immaginario spielberghiano? A uno stanco ritorno sul luogo del delitto da parte di un killer che ha deciso spontaneamente di affidare il proprio destino agli inquirenti/critici? La risposta è un sonoro no. Anzi, basta soffermarsi sull’incipit, che come nel caso del film precedente è solo parzialmente collegato alla trama, apparendo per lo più un escamotage spettacolare, espediente narrativo e attrattivo che Spielberg ha già dispiegato con coerenza e potenza espressiva nella trilogia dedicata a Indiana Jones, paragonabile a questo contesto sia per la rilettura del classico che per la sua dimensione da avventura esotica. Qui il film inizia, dopo una camera aerea in avvicinamento all’Isla Sorna – ed è una scritta a informarci della posizione geografica della location – con l’incontro tutt’altro che piacevole di una bimba con un gruppo di compsognathus, piccoli dinosauri del Giurassico superiore. Nella costruzione della sequenza, che arriva al momento topico solo dopo aver calcato la mano sull’aspetto sociale della famiglia alle prese con queste bestioline non-più-estinte (la yacht privato è il primo oggetto non naturale mostrato nel film, seguito in bell’ordine da due bottiglie di champagne mentre una voce fuori campo pronuncia “Poi passeremo al rosso” in direzione della servitù), una classe iper-agiata ma irrisolta nella sua funzione domestica – al punto che la bimba manda a quel paese la “noiosa”madre – c’è il senso non solo dell’operazione, con la messa alla berlina del mondo del profitto e del Capitale che vuole sfruttare la natura a tal punto da riportare in vita esseri estinti da milioni di anni con l’idea di commercializzarli, ma dell’idea di cinema di Spielberg.

Il limite, se tal lo si vuol definire, de Il mondo perduto risiede nel fatto di non volersi – o forse non potersi permettere – confrontare con Jurassic Park cercando anche di prenderne in parte le distanze: anzi, il film è perfettamente allineato con il suo predecessore, al punto che potrebbero tranquillamente essere visti in double-bill, dimensione del godimento spettatoriale cui d’altro canto Spielberg sembra guardare senza eccessivi indugi (ben diverso il discorso per il terzo capitolo, che uscirà nelle sale nel nuovo millennio, in un’epoca già completamente diversa per quel che concerne il concetto di blockbuster, e per di più con alla regia non Spielberg ma un carneade come Joe Johnston, artista degli effetti speciali – lavorò tanto sulla prima trilogia di Star Wars quanto su I predatori dell’arca perduta – ma assai limitato come sguardo registico). Di nuovo alle prese con un testo di Michael Crichton, che aveva scritto il secondo libro rimodellando la storia sulla base del successo del film (nel volume Ian Malcolm era dato per morto, invece il romanzo de Il mondo perduto si apre con una descrizione dei patimenti ospedalieri sofferti dallo scienziato dopo l’attacco del Tirannosauro), Spielberg si muove su un territorio che è forse quello che gli è più a cuore: trattare l’avventura, anche la più fenomenale e fantastica, come un grimaldello per scardinare il cuore dei suoi personaggi, in una decrittazione dei codici nascosti dell’affetto e dei legami familiari così eloquente e strutturata da sfiorare il campo filosofico. Non è dunque un caso che sia l’amore a smuovere le titubanze di Malcolm, che tutto vorrebbe tranne che essere di nuovo coinvolto in un incontro vis à vis con i bestioni preistorici – sull’isola è già andata la sua compagna – ed è ancor meno casuale che a Sorna si ritrovi anche la figlia dodicenne del matematico. L’amore coniugale, l’amore filiale. Il resto, vale a dire l’impianto eccezionale della vicenda, torna sempre all’assunto del racconto di persone normali in contesti fuori dalla normalità, con cui Spielberg omaggiava François Truffaut in Incontri ravvicinati del terzo tipo e che guarda ovviamente alla poetica hitckcockiana. C’è l’avventura, ne Il mondo perduto, e l’orrore che porta con sé la presenza di carnivori di grandi dimensioni che possono cacciare anche l’essere umano, ma è il contenitore nel quale far agitare le psicologie e i sentimenti cari a Spielberg: dopotutto sarà così anche nelle sue ricostruzioni storiche, mai dimentiche – pur nell’acutezza politica, si pensi a Munich, Lincoln e The Post dell’umano, delle sue pulsioni, dei suoi desideri e persino della sua, spesso sottaciuta o rimossa, purezza. Quella purezza che può essere del singolo, ma mai del sistema: John Hammond può anche essersi ravveduto rispetto alla follia capitalista quasi disneyana dell’apertura del Jurassic Park, ma la InGen, l’azienda di bioingegneria che ha fondato, non ci pensa due volte a rimuoverlo dall’incarico se la prospettiva è quella di poter guadagnare milioni e milioni di dollari. In una dimensione e da una visuale completamente americana Spielberg è un regista profondamente anti-sistemico, e che guarda con preoccupazione al Capitale e allo strapotere finanziario.

Ne Il mondo perduto l’unico modo per combattere un sistema iniquo e fondato esclusivamente sul possesso è quello di tornare alla memoria cinefila, all’origine stessa del meccanismo dell’immaginario. Anche gli animali preistorici, e dunque estinti dalla natura, possono essere resuscitati in laboratorio e ingabbiati, se questo equivale a ricreare il pubblico: ricreare come rifare, e in effetti il film è un sequel-quasi-remake. Ma la nozione di rifacimento ha bisogno di una base, di una radice ferma e solida, di un processo storico che permetta di costruire un senso. Ed è qui che Spielberg cala il suo poker d’assi: laddove le nuove tecnologie permettono al film di lasciare a bocca aperta lo spettatore, in un miracolo di computer grafica e animatronica, Spielberg si spinge più in là e chiede al suo pubblico di fare altrettanto. Così come l’abbigliamento iconico di Indiana Jones serviva a ricostruire il ponte in grado di far comunicare classico e (post)moderno, tirannosauri e triceratopi svolgono il medesimo compito: il riferimento è infatti quello al cinema pre-code, e alla letteratura d’avventura d’inizio novecento (il titolo dopotutto riprende quello del romanzo di Arthur Conan Doyle). Ecco dunque riemergere dalle nebbie del tempo Il mondo perduto diretto nel 1925 da Harry Hoyt, e ovviamente King Kong, ripreso in modo ancor più diretto nell’ultima parte, quando il tirannosauro arriva a creare scompiglio a San Diego, sulla terraferma. Un modo ulteriore per tornare a un’epoca altrettanto defunta, e altrettanto preistorica, quando però il cinema era ancora uno strumento giovane, e dunque in rivoluzione. Il sogno di Spielberg, rivendicato in modo teorico nel recente Ready Player One, è proprio quello di rigenerare l’immaginario senza dimenticare ciò che è stato, ma rivivendolo modificandone l’angolazione prospettica. Nessuno ha osato tanto a Hollywood nell’ultimo quarantennio, e non sembrano esistere suoi eredi diretti – ci sarebbe Zemeckis, ma è quasi un suo coetaneo. Per questo il cinema rischia di diventare a sua volta un mondo perduto. Ma ci sarà un Hammond a donargli nuova vita?

ps. Al di là di questo Il mondo perduto è un’esperienza elettrizzante per qualsiasi spettatore, e contiene sequenze illuminate da una messa in scena sorprendente: si veda la caccia dei velociraptor nell’erba alta, per esempio.

Info
Il trailer de Il mondo perduto – Jurassic Park.

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