Intervista a Daphne Charizani

Intervista a Daphne Charizani

Nata a Salonicco, in Grecia, e vissuta in Germania, Daphne Charizani ha esordito con il documentario Make Up, presentato alla Berlinale 1999 nella sezione Forum/Deutsche Reihe. Il suo primo film di fiction, Madrid, venne nominato per il premio alla miglior sceneggiatura al Filmfest München, dove fu presentato nella sezione sul nuovo cinema tedesco. Daphne Charizani è stata co-sceneggiatrice, insieme a Ina Weisse, dei film Das Vorspiel e Der Architekt, presentati a vari festival, Berlinale, Toronto, San Sebastián.
Il suo ultimo lavoro, Im Feuer, era nella sezione Perspektive Deutsches Kino della 70 Berlinale, dove la abbiamo incontrata.

Im Feuer è un film sulla condizione curda e sulla resistenza di quel popolo contro l’Isis. Ma prima di tutto mi sembra un film di donne, un film sulla forza delle donne. Così abbiamo vari personaggi femminili accanto alla protagonista, la madre e la sorella.

Daphne Charizani: Sono d’accordo. Era quella la mia intenzione, mi capita spesso di arrivare ad avere donne protagoniste con il ruolo di eroine. L’ho fatto in altri miei film prima, è un tipo di mondo che conosco e che vorrei fosse più conosciuto, anche per questo ho messo la parte della madre, è un tipo di madre che esiste nella realtà e credo che si possa trovare in ogni cultura. A volte la tradizione è leggermente diversa, ma credo che in questo caso il suo bisogno di amare entrambe le figlie sia unico e ho voluto raccontare questo tipo di storia. È anche una storia di immigrazione, ma non riguarda solo il migrare da un posto a un altro, riguarda anche il voler qualcuno da amare, qualcuno a cui ci si sente di appartenere, e oggigiorno è qualcosa ancora più sentito.

Nel film si parla di donne combattenti curde in prima linea contro l’Isis. Ma sembra che la loro vita civile sia comunque sottomessa all’uomo. Qual è il ruolo della donna nella cultura curda?

Daphne Charizani: Non lo so, non sono un’esperta. E non c’è un’unica cultura curda. Ci sono così tante lingue, almeno tre o cinque considerate ufficiali, inoltre se ti sposti da un villaggio all’altro trovi sempre qualcosa di diverso. Credo quindi sia molto difficile generalizzare, a volte trovi donne proprio come noi, a volte donne di un altro tipo ma che in realtà non sai davvero come sono. Quello che io ho visto sono donne molto indipendenti e coraggiose, e il fatto è che se non combattono allora è come se fossero morte o comunque gli accadrebbe qualcosa di negativo. Per questo hanno deciso di prendere le redini del proprio destino imbracciando le armi, ed è una cosa che mi piace molto. Inoltre, mi piace anche che ci sia questa sorta di sorellanza. Sono stata in Iraq, c’è una atmosfera calorosa. Le donne che sono in quei campi per combattere, allo stesso tempo, si interessano di cosmetici, chiacchierano e ti offrono il tè. Ho amato tutto ciò. C’è stato un episodio interessante: io e il mio team eravamo in un ristorante per fare ricerca e c’erano alcune donne che mi osservavano e mi sono chiesta: «Perché mi guardano?». Poi quando ci siamo alzati loro si sono avvicinate e non capivo cosa potessero volere da me fintanto che una di loro mi ha detto: «Fra di loro non c’è tuo marito, hai bisogno di aiuto?». È stato davvero bello. Il mio produttore europeo, che era con me, mi ha chiesto cosa volessero queste donne. È stata davvero una sorpresa, un bel gesto da parte loro.

C’è una scena molto delicata, in questo senso nel film, quando le miliziane curde chiedono alla protagonista se in Germania una ragazza potrebbe baciare il suo fidanzato. Come hai concepito questa scena?

Daphne Charizani: Mi piace questo momento, è così drammaturgico ma in realtà è anche quello che ho vissuto. Quando entri nello spazio di queste donne e ti metti a parlare con loro, dopo un po’ di tempo le barriere si abbassano e quindi cominciano a fare anche questo tipo di domande. Non ricordo se mi avessero fatto esattamente quella domanda, ma io l’ho resa così.

Sono delle combattenti, fronteggiano la morte, e fa molta tenerezza pensare al loro pudore.

Daphne Charizani: Sì, ma sono dovute diventare combattenti, ma non sono soldati addestrati, sono andate al mercato e hanno preso un kalashnikov. A volte in questi gruppi vedi anche persone molto giovani. Ad esempio, c’era questa ragazza davvero giovane che ho preso nel film, che è arrossita quando le ho detto di dover recitare quella battuta. Le ho detto: «Questa è per te» e lei rimasta stupita. A volte trovi anche ragazze di questo tipo.

Com’è nato il progetto di Im Feuer, perché hai voluto raccontare questa storia?

Daphne Charizani: È un progetto nato con una ricerca. Quando le truppe tedesche sono arrivate a Erbil, volevo fare inizialmente un film sull’esercito tedesco, non lo conoscevo molto bene e pensavo che fosse composto solo da tedeschi, questo è quello che vedi da fuori. Quando sono andata lì ho notato che c’erano molte persone diverse, che erano soldati tedeschi ma con un background da immigrati. Ho incontrato anche due ragazze nell’esercito, una di origine curda e l’altra afgana. La ragazza curda era andata nel nord Iraq dopo la guerra con Saddam e poi con la sua famiglia è scappata in Germania. Sono rimasti lì, lei è cresciuta lì e poi la famiglia negli anni Novanta, quando il nord Iraq si è arricchito grazie ai pozzi di petrolio, è tornata indietro mentre lei è rimasta in Germania. Per me è stato interessante, le ho chiesto com’è stato tornare in Iraq, perché indossasse l’uniforme dell’esercito tedesco e fosse tornata dalla la madre e nel paese dei suoi genitori. È un’ambiguità, anche per la nostra società.

Quindi la storia della protagonista è ispirata a questa storia?

Daphne Charizani: È un mix di realtà e finzione. È finzione ma che si basa sulle persone che ho incontrato e con cui ho parlato, ho fatto le mie interviste. Non ho fatto questo lavoro pensando che sarebbe stato facile. Non è questo il punto. Bisognava creare un feeling con le persone intervistate, anche nel modo di parlare. Prima non sapevo neanche come loro parlassero.

Il film si gioca molto sul linguaggio, sull’alternanza di diverse lingue, soprattutto tedesco e curdo. Come hai lavorato in questo senso?

Daphne Charizani: Era una sfida ma questo mi è piaciuto perché la realtà è proprio così. Se ad esempio cresci in una famiglia italiana, allora cresci abituato a certi suoni, anche a quelli che influenzano il tuo comportamento, anche per quanto riguarda gli affetti. Avevamo molti traduttori sul set, perché ad esempio la lingua curda soranî ha molti accenti, come anche le varie attrici, e quindi tutto era mescolato. Alla fine ci si fa l’abitudine. Non si tratta solo della lingua, ma piuttosto di come le persone parlano. La madre viene da Teheran ma è di etnia curda, il lavoro da fare con lei era molto intenso, e lei è venuta con un suo traduttore. La prima volta che abbiamo parlato del ruolo è stato nell’ufficio di produzione e poi, siccome giravamo ad Atene, abbiamo fatto una lunga camminata fino all’acropoli. Lei diceva che tante piccole scene che vedevamo nelle strade di Atene succedono anche in Iran. Abbiamo sviluppato il tutto, lavorando vicine, anche se lei non parla inglese ma parla solamente farsi e un po’ di curdo, perché ovviamente proviene da una famiglia iraniana curda.

La protagonista del film, Almila Bagriacik, è un’attrice abbastanza conosciuta. Ma gli altri personaggi sono tutti interpretati da attori non professionisti?

Daphne Charizani: Sì e no, non tutte lo sono. Ho messo insieme attori professionisti con donne combattenti, tre di queste lo sono effettivamente, mentre altre provengono da zone di guerra, sono scappate da quei territori e le abbiamo incontrate nei campi in Grecia. L’uomo che si vede era un combattente molto conosciuto in Siria.

Hai fatto ricerche anche nell’esercito tedesco?

Daphne Charizani: Sì, prima in Germania. Lì esiste un programma di allenamento che dura quaranta giorni prima che tu possa essere mandato in Iraq o zone simili. Mi sono sottoposta anche io a quello stesso allenamento, ma non sono andata così bene, non ho gli stessi muscoli dei soldati. Sono andata anche in Iraq e in altre aree dove si effettuavano questi addestramenti dell’esercito tedesco. Poi in Iraq siamo andati al confine, a Mosul e anche lì ho assistito a questo tipo di allenamento.

Ed è un tipo di addestramento ancora in corso con i combattenti curdi?

Daphne Charizani: Sì, lo portano ancora avanti, l’esercito tedesco non lo ha ancora fermato. È una missione di aiuto tedesca, è stata anche abbastanza discussa ma hanno deciso di portarla avanti. Per loro è davvero importante, perché da quello che ho capito, i tedeschi mostrano loro come cercare di non essere colpiti quando si è in guerra perché quando di solito si spara loro restano fermi. Invece quello che i tedeschi cercano di insegnargli è come cercare riparo ed evitare i colpi e questo è molto importante. E poi insegnano anche a usare i missili. Loro apprezzano i tedeschi perché li riforniscono dei missili anticarro MILAN.

Curioso invece quando mostri che i soldati tedeschi praticano rigorosamente la raccolta differenziata nel campo. Nonostante ci sia una guerra sono sempre diligenti nella separazione dei rifiuti.

Daphne Charizani: Sì, questo è tipico dei tedeschi. Una volta un soldato tedesco del campo mi ha detto: «È tutta spazzatura che viene poi rimessa insieme negli inceneritori iracheni, ma il governo tedesco vuole che ovunque noi interveniamo si faccia così». Mi ha anche detto che quando guidano all’interno del campo si comportano come se fossero per strada in Germania, osservando il codice, e che gli iracheni «pensano che noi siamo pazzi, ma non è così». Lo trovo interessante, perché non si tratta solo di guerra, ma ci sono anche altri momenti, come ad esempio la gestione dei rifiuti.

Dal punto di vista produttivo è stato difficile realizzare questo film?

Daphne Charizani: Sì, è stato molto difficile. Inizialmente volevamo girare in Iraq ma dopo aver fatto dei controlli e per motivi di sicurezza, non c’è stato permesso farlo. Per cui poi abbiamo iniziato a prepararci e la preparazione in sé è stata una grande cosa. Siamo andati anche in Giordania, ma poi l’ISIS ha bombardato qualcosa e non abbiamo potuto più fare nulla. Per anni e anni avevamo il copione quasi ultimato ma non sapevamo ancora dove effettuare le riprese. È stato il mio produttore, Thanassis Karathanos, un tedesco di origini greche, che ha avuto l’idea di girare in Grecia. Inizialmente non ero molto convinta, ma abbiamo fatto molti viaggi in quella zona e abbiamo trovato tutto quello che cercavamo. Abbiamo trovato una montagna vicino all’Attica, a due ore circa da Atene, ed era ottima perché era così alta e faceva molto freddo per il vento, al punto da congelarsi. Era veramente un clima terribile. Ho pensato che fosse una buona location, era la direzione giusta, anche perché abbiamo visto molti altri set, aree distrutte, caffè lussuosi, ma non puoi girare questo tipo di film lì.

Com’è stato invece girare la scena di guerra vera e propria?

Daphne Charizani: È stato fantastico, perché era anche la mia idea di descrivere questa guerra. Sono cresciuta con molte persone in Grecia che sono state in guerra e conosco questo tipo di storie, dell’occupazione tedesca, che non sono storie eroiche ed è quello che mi ha sempre affascinato. E mi è piaciuto, anche quando ero in Iraq, il vedere come le persone siano così normali e così gentili. Quando ascoltavo le storie che stavano dietro, nelle interviste, era il momento in cui volevo capire di più. Quindi è stata una sfida per me e volevo mostrare tutto questo nel film. E volevo anche mostrare una guerra fatta dagli umani con queste reazioni umane, non degli eroi. Non escludo che ci siano degli eroi di guerra, che posso apprezzare ma si tratta di un processo mentale, e nel film volevo metterci di più il cuore.

Info
Im Feuer sul sito della Berlinale.

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