Bordella

Bordella

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Bordella è il Pupi Avati più surreale, satirico, crudele, orgogliosamente malpensante e fuori dalle traiettorie canoniche del cinema, tra vagheggiamenti d’antan, giochi quasi musicali e un racconto grottesco dell’Italia – forse altrettanto grottesca – degli anni Settanta. Con Gigi Proietti, Gianni Cavina, Christian De Sica e Al Lettieri, qui alla sua ultima interpretazione.

Mordace di nome e di fatto

Harry Kissinger, idolo delle donne, un giorno in una conferenza stampa annuncia la fondazione di una multinazionale (la American Love Company) destinata a distribuire felicità e sesso nel mondo. Un vecchio amico del segretario di Stato, Mr. Chips, viene incaricato dell’organizzazione, e questi invia Eddie Mordace, gestore di una casa per massaggi, a Milano. Il compito è di organizzare un “bordello” a favore delle milanesi pruriginose. Il siculo uomo d’affari mette insieme una “squadra”: Sinbad il marinaio, l’ex campione di boxe Adone, l’aristocratico fallito Ugolino, il maniaco sessuale Ivanhoe e il servo Francesco, dai gusti “innaturali”. In breve tempo la clientela femminile si moltiplica e la ditta fa successo, nonostante un inutile intervento della polizia e gli ostacoli posti da Judy, puritana figlia di Dio che viene fucilata. [sinossi]
Per vedere Bordella sul canale Youtube di Minerva Pictures, clicca a questo link.

Bordella, il quarto lungometraggio diretto da Pupi Avati, all’epoca trentottenne, si apre con immagini di repertorio della Casa Bianca a Washington, e del Segretario di Stato Henry Kissinger. Su questi reperto d’archivio si inseriscono delle voci, che fingono una surreale conferenza stampa.“Signor Kissinger, ci può confermare la notizia secondo la quale ogni notte al presidente degli Stati Uniti appare Mary Pickford su un cavallo bianco per dare suggerimenti sulla linea politica da seguire?”; “Devo purtroppo confermare tale notizia. Come amico personale del Presidente posso solo dichiarare che l’ho più volte esortato a non ispirarsi alla linea politica di Miss Pickford, una linea politica che mi è doveroso precisare trascinerebbe in breve gli Stati Uniti a un inevitabile conflitto mondiale”. “Sono Gunga Din del Wisconsin Tribune: mi vuol dire quale sarà il ruolo dell’America nel nuovo futuro internazionale?”. “La ringrazio di questa domanda caro Gunga Din: dopo i successi di Cuba, del Vietnam, della Cambogia, del Medio-Oriente e del Portogallo, noi guardiamo con fiducia al futuro. La nuova leadership americana continuerà a cercare nuove forme di collaborazione con i paesi amici; in quanto a lei, giovanotto, crede di fare lo spiritoso a vestirsi come me? È ora nostro dovere dedicarci ad altre attività più intonate ai tempi in cui viviamo: il racket della prostituzione, dei sequestri di persona, delle droghe leggere e pesanti, e della pornografia a tutti i livelli. Noi ci proponiamo di stimolare queste iniziative multinazionali per restituire intatto all’America l’antico prestigio. In concreto fra breve, questione di giorni, comincerà a operare la prima delle multinazionali che costituiranno la nostra nuova frontiera: la American Love Company. America spacciatrice di felicità, è il nostro motto: dateci dentro, ragazzi!”.

L’esortazione finale del vero/finto Kissinger (vera l’immagine, finto il contenuto: ci si tornerà tra breve) è destinata agli sforzi, fisici e mentali, che dovranno mettere in piedi i ragazzi di Eddie Mordace, l’italo-americano sguinzagliato dai servizi segreti per aprire a Milano una casa di massaggi intimi per donne. Se gli uomini sono stati abituati a chiamare le case di prostituzione “bordello”, perché le donne non dovrebbero avere diritto a recarsi in un/a “bordella”? Da questa intuizione, che già sottolinea il carattere sarcastico, metà anarcoide metà demenziale, del film, si sviluppa una trama che delira di più a ogni incalzar di minuto: Mordace mette in piedi una squadra di prostituti di (in)dubbia fama, raccogliendo le star della sua nuova avventura imprenditoriale (è un esperto del ramo, visto che gestiva bordella anche nella Grande Mela, come indica l’incipit dopo aver passato in rassegna, sui titoli di testa in cui domina il jazz tanto caro ad Avati, i luoghi topici di New York) un po’ dappertutto. Il reclutamento della banda di prostituti d’alto bordo spinge ancora più in là la vertigine di nonsense di un’operazione produttiva che vanta pochissimi eguali, e senza dubbio nessun tentativo di emulazione: in particolar modo il passaggio sul casting di Adone, pugile scarso e flaccido (e iper-sfruttato) interpretato da un sublime Gianni Cavina – qui anche sceneggiatore e volto tra i più riconoscibili del cinema di Avati fin dai tempi del folle dittico regionale Balsamus, l’uomo di Satana e Thomas e gli indemoniati: con il regista bolognese ha lavorato finora in diciannove occasioni, compresi i televisivi Jazz Band, Cinema!!!, e Dancing Paradise –, tocca vertici di follia difficili da descrivere. Colto dal sacro furore dell’iconoclastia Avati mette mano a tutto il proprio repertorio sarcastico e ghignante per partorire una creatura multi-cefala e a suo modo mostruosa, oggetto non identificabile e ancor meno maneggiabile che attraversa il cinema italiano della seconda metà degli anni Settanta come una meteora incandescente. In un profluvio di trovate che mettono in moto sinapsi dormienti o prossime al coma, tra ripescaggi di mitologie hollywoodiane desuete (la già citata Mary Pickford, il riferimento a Gunga Din di George Stevens, perfino un mulo parlante di nome Francis) e una continua e incessante messa alla berlina dell’imperialismo a stelle e strisce, importatore di disvalori nella società italiana (e qui c’è anche un piccolo rigurgito di conservatorismo avatiano, che trova però bizzarre coordinate anarcoidi), Bordella lascia senza fiato i suoi spettatori.

All’interno della labilissima narrazione ordita dai fratelli Avati con il già citato Cavina e Maurizio Costanzo c’è modo di bombardare il pubblico con riferimenti più o meno indiretti a tutti i casi politici “caldi” del momento, come testimonia l’ultimo beffardo riferimento allo Scandalo Lockheed che proprio nel 1976 esplose a livello mondiale. Questo spirito blandamente eversivo si muove in un contesto in cui ogni cosa è concessa, senza esclusione di colpi. Il mockumentary abbozzato nell’incipit si tramuta in commedia di costume – e en travesti in più di un’occasione, quasi a voler rimarcare il ruolo ambiguo della mascolinità nella società del progresso – e addirittura in musical, con le scenografie studiate ad hoc da Tito LeDuc, il membro messicano della Sorelle Bandiera. Come se la commedia ipercinetica di Lester e l’affabulazione demenzial-politica del Woody Allen degli esordi (che però nel 1976 si era già spostato dalle parti di Io e Annie) dovessero indossare l’abito un po’ pruriginoso e un po’ infantile dell’eroticarello all’amatriciana, Avati dimostra una libertà concettuale che si fa beffe di tutto, a partire dalla coerenza interna. Bordella è, nomen omen, un bordello, un casino orgiastico nazional-popolare, la scoordinata – e perciò irrefrenabile, perché impossibile da anticipare – reazione a un cinema che si stava facendo sempre più controllato, bloccato, censurato. Nel suo ferreo cattolicesimo Avati è sempre stato un piccolo e grande bestemmiatore dell’arte, un blasfemo dell’immagine: basti pensare che l’anno prima, nel 1975, ha diretto La mazurka del barone, della santa, e del fico fiorone, e sempre nel 1976 uscirà nelle sale quello che è tuttora considerato il suo capolavoro, La casa dalle finestre che ridono (che viene distribuito a fine agosto, a otto mesi dall’uscita di Bordella), che fa della blasfemia e della negazione dell’idolatria un tratto dominante perfino dell’intreccio giallo. Bizzarra creatura, Bordella andrebbe visto in sequenza con l’altrettanto delirante Tutti defunti… tranne i morti, sorta di Dieci piccoli indianiscreziato di gotico e messo a bagnomaria nel grottesco che il regista girerà con lo stesso team di scrittura sulle colline tra Bologna e Modena l’anno successivo. Al di là della loro eccentricità, che a volte finisce irrimediabilmente con l’esagerare, questi due film sono la testimonianza di un percorso autoriale libero da ogni preconcetto e disposto a meticciarsi e a mescolarsi con le derive meno nobili dell’arte. In pochi, negli anni Settanta come oggi, sarebbero in grado di muoversi su quel terreno. Il film è l’ultima interpretazione di Al Lettieri, che morì un mese prima dell’uscita nelle sale, e fa sorridere pensare come sia stato all’epoca sequestrato per oltraggio al pudore. Altri tempi, in tutti i sensi.

Info
Una clip di Bordella.

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