L’anno del dragone

L’anno del dragone

di

Complesso, stratificato e a tratti scostante, proprio come il suo protagonista, L’anno del dragone di Michael Cimino è un poliziesco urbano cupo e sontuoso, oscillante tra l’epica western e la disillusione per un sogno americano tradito da tempo.

Senza catarsi

Stanley White, un capitano di polizia reduce del Vietnam, indaga su una serie di delitti compiuti a Chinatown, New York, in seguito alla morte del capo della malavita locale, Jakie Wong. [sinossi]

“Un film di guerra girato in tempo di pace” è così , con una definizione presa in prestito dal fotografo britannico Donald McCullin, che Michael Cimino descrive, nel corso di un’intervista concessa ai Cahiers di Cinéma, il suo quarto lungometraggio: L’anno del dragone (Year of the Dragon, 1985). Sono trascorsi ben cinque anni dalle famigerate vicissitudini legate al monumentale western I cancelli del cielo (Heaven’s Gate, 1980), a cui, per via del budget lievitato da 8 a oltre 40 milioni di dollari, si attribuì il fallimento della gloriosa United Artist e il relativo passaggio di proprietà, in realtà da tempo previsto, alla MGM. Di certo, il flop in parte programmato (il film ebbe una distribuzione limitata sia nell’iniziale versione di oltre 4 ore che in quella ridotta dallo stesso Cimino) de I cancelli del cielo, è stato un chiaro messaggio dell’industria hollywoodiana alla generazione degli autori della New Hollywood e alla loro grandeur. Il film di Cimino si è offerto dunque quale perfetto capro espiatorio utile a lanciare un severo monito a quanti, per difendere la propria indipendenza creativa, si sarebbero di lì a breve scontrati con il nascente sistema industriale delle grandi corporation. Alcuni, Cimino e John Milius sono tra questi, di fatto hanno poi interrotto la loro carriera nel corso degli anni ’90.

In ogni caso, dopo “l’affaire” I cancelli del cielo, Michael Cimino trova in Dino De Laurentiis una figura di “produttore illuminato” pronto a concedergli un’altra chance, anzi ben due, contando anche il successivo Ore disperate (Desperate Hours, 1990). Il produttore nostrano, d’altronde, quando produce L’anno del dragone, ha dalla sue delle solide garanzie: un rigido controllo del budget (che non viene sforato), la firma alla sceneggiatura di un premio Oscar quale Oliver Stone (premiato per lo script di Fuga di mezzanotte, Alan Parker, 1978), e infine quella fondamentale ancora di salvezza rappresentata dall’adattamento di un bestseller di successo, nel dettaglio un romanzo di Robert Daley. Per aggiungere poi un’ulteriore nota a margine di stampo industriale, paradossalmente L’anno del dragone fu distribuito sul mercato USA proprio dalla MGM.

Dal momento che non si può non parlare anche di questioni “industriali” quando si parla di Michael Cimino – la cui filmografia, anche per ostracismo produttivo, si compone tristemente di soli sette lungometraggi -, assume una certa rilevanza, in merito a L’anno del dragone, l’unico aneddoto conflittuale che l’autore amava raccontare circa la lavorazione del film. De Laurentiis fece di tutto infatti per convincerlo a tagliare una scena che riteneva esornativa. Si tratta di un breve alterco domestico in cui il protagonista, il poliziotto pluridecorato Stanley White (Mickey Rourke) e sua moglie Connie (Caroline Kava) litigano in cucina, poco prima che la donna venga uccisa. Si tratta di un vero e proprio duello tragico da camera che, in un’apparente sospensione delle dinamiche poliziesche, concede agli interpreti di sfoderare le loro armi recitative, mentre il dialogo si fa veicolo di rimpianti e disillusioni, lacrime e memorie. Tutte caratteristiche che costituiscono il cuore del cinema ciminiano e della sua lettura della Storia e della mitologia del proprio paese.

La grandezza del cinema di Cimino si misura proprio così, nell’orchestrazione quasi operistica di tensione e sentimento, particolare e universale e in quel suo prendersi la briga di dedicarsi a sequenze e dettagli apparentemente non “necessari”, ovvero non legati alla mera progressione del racconto. E in tal senso lo script firmato, anzi, co-firmato dal regista con Oliver Stone, si presenta, specie allo spettatore odierno come ricco e ipertrofico, seppur perfettamente coagulato attorno ad una serrata indagine sulla mafia cinese a New York. Nel poliziesco contemporaneo difficilmente è possibile rinvenire una simile rapidità degli eventi (il primo omicidio avviene a soli 5 minuti dall’inizio del film), uno scorrere così sferzante dei dialoghi, ricchi anche di riferimenti al passato dei personaggi, e un’alternanza di stampo epico-romanzesco tra eventi pubblici e privati, in un perpetuo rispecchiamento tra il fuori e il dentro le vite dei personaggi e la vicenda in cui restano coinvolti. Né tantomeno, viene da pensare, il cinema di oggi proporrebbe un protagonista così scostante, arrogante, aggressivo e dalla sagace battuta razzista sempre pronta.

C’è una dialettica conflittuale profonda e accuratamente ricercata in L’anno del dragone, e nel cinema di Cimino in generale, che sembra voler mettere alla prova lo spettatore, tenendolo sempre all’erta, proprio proprio come, all’interno di questa storia, fa il personaggio di Stanley White con tutti coloro che lo circondano, sottoponendoli a un perpetuo stato di pressione emotiva. Amarlo è una sfida, una lotta impervia. E in tal senso, dunque, quella scena domestica che De Laurentiis avrebbe voluto tagliare assume dunque lo stesso peso e lo stesso valore emotivo e coinvolgente del più rocambolesco degli inseguimenti.

Non mancano certo momenti di puro spettacolo cinematografico in L’anno del dragone, Cimino aderisce al poliziesco urbano e si prodiga in sequenze magistrali da un punto di vista dell’orchestrazione dello spazio e dei relativi movimenti di macchina da presa, anche negli interni più asfittici. A partire dalla stupefacente sparatoria nel ristorante cinese in cui il protagonista e la giovane reporter nippo-cinese Tracy Tzu (Ariane) restano coinvolti. La scena, animata da un rapido montaggio, si chiude poi con l’infrangersi scenografico di due grandi acquari, che riversano il loro contenuto fino in strada. L’acquario è d’altronde un elemento d’arredo ricorrente nel film (ne troviamo uno quasi in ogni scena) e più che a un senso di alienazione individuale, pare far riferimento a un melting pot mai del tutto avvenuto, all’ennesimo sogno americano tradito.

Come in altri film di Cimino, la tematica dell’immigrazione, delle radici, dell’appartenenza è centrale in L’anno del dragone, dove tra l’altro, cosa rara e forse unica nel cinema statunitense, si parla del famigerato Esclusion Act, la legge che proibiva agli immigrati cinesi, molti dei quali contribuirono alla costruzione della prima rete ferroviaria, di far venire in America le loro mogli, creando così una comunità virile di celibi, nonché innumerevoli ritorni in patria.

Una forte conflittualità con le proprie origini caratterizza poi il protagonista del film. Vero e proprio crogiuolo di tragedie ataviche, di uno spirito americano indomito sospeso tra appartenenza e conflitto, guerre sporche e amor patrio, Stanley è di origini polacche, ma ha cambiato all’anagrafe il suo cognome da Wizsinskij in White. Inoltre, è un reduce del Vietnam, di una guerra sporca e contestata, un trauma al tempo stesso collettivo e individuale, per il quale non è prevista alcuna catarsi.

Il tema del reducismo, frequente anch’esso nel cinema di Cimino, in fondo è assai più negletto di quanto si creda, la guerra d’altronde è certo cineticamente più attraente, il ritorno a casa lo è decisamente meno. Inoltre raccontare questa fase richiede una messa in gioco di differenti tonalità di chiaroscuri, che rendono complessa e stratificata l’identificazione spettatoriale. In questo il personaggio di Stanley White si configura come l’ideale discendente del Michael Vronski (Robert De Niro) de Il cacciatore, il nuovo tassello di una galleria di personaggi ciminiana che ci sfida all’empatia, portandoci anche dove non vorremmo andare, per restituirci il ritratto di una virilità dolente e tormentata, forte e tetragona nelle sue convinzioni – il razzismo contro i cinesi di Stanley White così come la filosofia del “one shot” di Vronsky – e proprio per questo destinata alla sconfitta.

A questo fanno riferimento le numerose e potenti raffigurazioni cristologiche di cui il film è costellato, a partire dal corpo del protagonista, quasi esanime, deposto sul letto dell’amante e coperto solo da uno stralcio di lenzuolo, per proseguire poi con le stimmate che vengono conferite prima al personaggio di Herbert (imberbe poliziotto cinese che Stanley fa infiltrare nella gang del diabolico boss Joey Tai) e poi allo stesso Stanley, nella sparatoria finale del film. Mentre nella scena dell’uccisione del povero Herbert, vittima sacrificale di un’indagine divenuta oramai ossessiva, riecheggia l’iconica posa di una pietà michelangiolesca, quando, oramai morente, la recluta viene raccolta in grembo dal suo “padre” e carnefice. Nel rapporto tra questi due personaggi, è possibile inoltre rinvenire una ascendenza western – qualcosa di irrinunciabile nel cinema di Cimino – alla Pat Garreth e Billy the Kid, con il personaggio del giovane e inesperto (tra l’altro, Herbert è l’unico personaggio davvero “innocente” del film) destinato al sacrificio.

Il western esplode poi sullo schermo in una scena ambientata in Thailandia, con tanto di cavalli al galoppo nel fiume, momento in cui la macchina da presa di Cimino si libra finalmente negli ampi spazi che più ama e più gli competono, per una parentesi densa di respiro epico (seppur dedicata all’antagonista di questa storia, Joey Tai), che troverà poi degno rispecchiamento in un momento similare presente nel kammerspiel, ben più asfittico, di Ore disperate.

Sebbene poi, proprio come i vecchi maestri di Hollywood, a partire dal venerato John Ford, Cimino abbia sovente negato la sua cinefilia, in L’anno del dragone sono rinvenibili alcuni riferimenti ad altri film e relativi, assai ragguardevoli autori. A partire ad esempio dal montaggio sequenziale che giustappone le riunioni della mafia cinese a quelle della polizia, qui si rinvengono chiare tracce di quel parallelismo, in quel caso incentivato da un montaggio alternato con tanto di ripetersi della medesima gestualità, presente in M- Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang. La cicatrice sul naso di Stanley e ancor di più l’incerottamento di quello di Joey verso il finale del film, riporta invece alla mente il Chinatown di Roman Polanski, mentre a Sentieri selvaggi, film molto amato da Cimino, sono riconducibili sia il protagonista reduce di guerra dalle tendenze razziste, sia il tema della donna contesa (la moglie di Stanley era amata anche dal suo superiore e amico d’infanzia), sia l’irruzione e interruzione brutale di un funerale, cosa che caratterizza qui l’ingresso in scena del personaggio. Ingresso che sin da subito lo presenta come un’icona western fuori tempo, con tanto di cappellaccio e cappotto svolazzante. Quanto al sontuoso, spettacolare duello finale tra Stanley e Joey, è possibile rinvenirvi alcuni elementi provenienti da nientemeno che L’infernale Quinlan di Orson Welles, a partire dalla location sospesa (il ponte delle ferrovia) e dal fatto che la protagonista femminile sia stata vittima di uno stupro.

Pur nella sua apparente classicità, con tanto di struttura narrativa circolare, incastonata tra due rituali funebri, L’anno del dragone è un film dunque estremamente ricco di sfumature, di sottotesti, di riferimenti e sviluppi sotterranei di sottotrame narrative. Tutto concorre a creare un perpetuo clima di incertezza e tensione, solo in parte alleggerito dal romance (la storia d’amore tra Stanley e la reporter Tracy) e da qualche intervento che occhieggia alla commedia (si vedano le due scene con le suore intercettatrici).

Sebbene dunque le premesse produttive potessero condurre a immaginare che L’anno del dragone fosse un film “su commissione” o che in qualche modo andasse a imbrigliare la creatività e la proverbiale ambizione del regista di I cancelli del cielo, questo suo quarto lungometraggio resta un esempio cristallino della poetica ciminiana, sempre incentrata sulla disillusione nei confronti del sogno americano e su quel perpetuo stato di guerra, anche in tempo di pace, che si deve affrontare per essere un Autore nel sistema produttivo hollywoodiano.

Info:
Il trailer di L’anno del dragone.

  • l-anno-del-dragone-1985-michael-cimino-01.jpg
  • l-anno-del-dragone-1985-michael-cimino-02.jpg
  • l-anno-del-dragone-1985-michael-cimino-03.jpg
  • l-anno-del-dragone-1985-michael-cimino-04.jpg
  • l-anno-del-dragone-1985-michael-cimino-05.jpg
  • l-anno-del-dragone-1985-michael-cimino-06.jpg
  • l-anno-del-dragone-1985-michael-cimino-07.jpg
  • l-anno-del-dragone-1985-michael-cimino-08.jpg
  • l-anno-del-dragone-1985-michael-cimino-09.jpg

Articoli correlati

  • Pordenone 2019

    What Happened to Jones RecensioneWhat Happened to Jones

    di Presentato a Le Giornate del Cinema Muto nell'ambito dell'omaggio all'attore Reginald Denny, What Happened to Jones di William A. Seiter è un eccellente esempio di come la sophisticated comedy americana non avesse bisogno della parola per far ridere.
  • In sala

    Il corriere - The Mule RecensioneIl corriere – The Mule

    di Con buona pace di qualche schematismo narrativo, una forza del passato deflagra sul grande schermo in Il corriere – The Mule: è il suo autore-attore Clint Eastwood. Non resta che decidere se lasciarsi sedurre o meno, ancora una volta.
  • Giornate 2018

    The Enemy RecensioneThe Enemy

    di Giunto a noi in forma incompleta - mancante proprio di un posticcio happy end tipicamente hollywoodiano - The Enemy, diretto da Fred Niblo nel 1927, è un potente dramma antimilitarista, tanto che il suo pacifismo apparve eccessivo al pubblico dell'epoca. Alla 37esima edizione delle Giornate del cinema muto.
  • Bologna 2018

    Il cacciatore RecensioneIl cacciatore

    di È un persistente senso di perdita ad accompagnare l'intera visione de Il cacciatore di Michael Cimino, una perdita irreparabile e che non prevede reduci: quella delle illusioni. A Il cinema Ritrovato 2018.
  • Buone feste!

    Looks and Smiles

    di Non tutti i film di Ken Loach sono arrivati in Italia, in particolar modo quelli diretti durante l'era Thatcher. Rientra in questo novero di titoli anche Looks and Smiles, cupa riflessione sulla gioventù mandata alla macelleria sociale dal liberismo.
  • Roma 2016

    Hell or High Water

    di Dramma familiare, road movie, post-western apocalittico nel Texas della crisi economica, Hell or High Water di David Mackenzie, serba tutto il potere di un classico senza tempo. Alla Festa del Cinema di Roma.
  • Venezia 2016

    Intervista a Giona A. Nazzaro

    Al termine dei lavori della Settimana Internazionale della Critica abbiamo intervistato il delegato generale Giona A. Nazzaro, con il quale abbiamo parlato di cinema, democrazia, Rossellini e molto altro… All’intervista ha partecipato con alcuni interventi anche uno dei membri del comitato di selezione, Beatrice Fiorentino.
  • DVD

    Ore disperate

    di Straordinariamente moderno nel linguaggio e nelle pulsioni narrate, Ore disperate di William Wyler si conferma un capolavoro ritmato su un'impareggiabile gestione della suspense. Penultimo film per Humphrey Bogart. In dvd per Sinister e CG.
  • Saggi

    Michael CiminoMichael Cimino: addio all’ultimo degli outsiders

    L'ultimo dei classici, il primo dei ribelli. Ci lascia Michael Cimino, con l'eredità di una filmografia tutta dedicata alla fine del sogno americano e alla sua memoria.
  • Speciali

    Speciale Orson Welles

    Dal ritrovamento di Too Much Johnson alla 'ricostruzione' del Mercante di Venezia, tornando alla mitica retrospettiva a Locarno e passando per le interviste a Ciro Giorgini e Jonathan Rosenbaum: abbiamo deciso di raccogliere i nostri contributi wellesiani in un unico speciale in continuo divenire.
  • Cult

    JFK recensioneJFK – Un caso ancora aperto

    di JFK - Un caso ancora aperto è uno dei capitoli della lettura dell'America fatta da Oliver Stone, che passa per il Vietnam, l'assassinio di Kennedy e l'avvento di Nixon, per uno dei pochi registi che si è posto come coscienza critica del paese durante il decennio dell'edonismo reaganiano.
  • Venezia 2020

    Nomadland RecensioneNomadland

    di Giunta al suo terzo film, Chloé Zhao non riesce ancora a fare il salto di qualità, almeno dal punto di vista registico, visto che invece fa un bel salto a livello internazionale, vincendo con Nomadland il Leone d'Oro a Venezia 77.
  • Festival

    Far East 2022Far East 2022

    In programma settentadue lungometraggi, di cui quarantadue in concorso, provenienti da quindici paesi. Un modo per aprirsi di nuovo al mondo, in un periodo storico che, tra pandemia e venti di guerra, tende sempre più alla chiusura.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento