Che fine ha fatto Totò Baby?

Che fine ha fatto Totò Baby?

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Nonostante sia accreditato formalmente a Ottavio Alessi Che fine ha fatto Totò Baby? è in tutto e per tutto una creatura di Paolo Heusch, che venne licenziato in tronco a lavorazione pressoché ultimata. Tra le più estreme rappresentazioni della crudeltà comica di Totò, il film testimonia anche il versatile talento di Heusch, la sua volontà di tracimare oltre i confini del sadico ridefinendo il corpo comico per eccellenza del cinema italiano.

L’erba che uccide

Totò e Pietro, suo fratello, sbarcano il lunario con mille espedienti. Totò è abile e violento mentre Pietro, stupido e incapace, deve subirne la tirannia. Mentre sono braccati inutilmente dalla polizia, rubano una valigia alla stazione e vi scoprono un cadavere che decidono subito di portare in campagna per abbandonarlo. Durante il viaggio in macchina prendono a bordo due autostoppiste con una valigia analoga alla loro; a causa dell’ovvio scambio, penetrano nella villa dove sono ospiti le due ragazze e dove è andata a finire la compromettente valigia. Ivi convengono alcuni fumatori di marijuana, e Totò fa una bella scorpacciata di droga, uscendone pazzo. [sinossi]

Paolo Heusch, chi era costui? Sicuramente non il regista di Che fine ha fatto Totò Baby?, almeno a giudicare da tutti i riferimenti ufficiali al film, a partire dai titoli di testa e dalle locandine preparate per il lancio nelle sale – un paio le trovate anche all’interno di questa recensione. Eppure la quasi totalità delle riprese del film, e il senso che esse assumono, la si deve proprio a Heusch, che all’epoca dei fatti era appena quarantenne e da un lustro si trovava in rampa di lancio. Invece, per motivi su cui si possono fare solamente speculazioni (per quanto basate su ipotesi abbastanza concrete) di fatto la sua carriera finì con il licenziamento in tronco con cui venne espulso dal set: da allora solamente quattro regie (Il rinnegato del deserto o Una raffica di piombo con Antonio Santillán, Un colpo da mille miliardi, El ‘Che’ Guevara, Incontro d’amore in co-regia con Ugo Liberatore), l’ultima delle quali nel 1970, e poi più nulla, almeno ufficialmente, fino alla morte sopraggiunta a Roma nell’ottobre del 1982 a cinquantotto anni. Quindi, immediatamente dopo, l’oblio critico, dal quale Heusch non è in realtà ancora emerso. Un oblio ovviamente immeritato, ma ancora più sorprendente se si considera l’indole del tutto inconsueta di questo regista, in grado di esordire con uno sci-fi come La morte viene dallo spazio, che può contare sulla fotografia di Mario Bava, per poi mettere in scena uno dei pochissimi horror licantropici italiani – Lycanthropus, 1961, firmato con lo pseudonimo Richard Benson –, e adattare per il grande schermo Una vita violenta di Pier Paolo Pasolini a quattro mani con Brunello Rondi. Nel 1963, un anno prima di Che fine ha fatto Totò Baby?, Heusch dirige Totò ne Il comandante: non si tratta di un lavoro come tutti gli altri perché si tratta di uno dei pochissimi esempi di cinema drammatico all’interno della filmografia di Antonio de Curtis. All’epoca venne addirittura spacciato come il primo dramma interpretato da Totò, dimenticando Yvonne la Nuit dell’altrettanto dimenticato Giuseppe Amato. Il comandante è il primo film a portare davanti alla macchina da presa Totò fingendo di non conoscerne in nessun modo la maschera comica, di non essere a conoscenza del suo pregresso, della sua icona. Fu un fiasco colossale al botteghino, ma questa sua peculiarità emerse con evidenza. Potrebbe essere stato questo a spingere la produzione ad affidare di nuovo a Heusch il grande comico partenopeo pochi mesi dopo, per portare a termine Che fine ha fatto Totò Baby?. Con tutto quello che ne conseguì.

Che fine ha fatto Totò Baby? è una commedia completamente al di fuori dagli schemi del cinema italiano dell’epoca. Arriva in sala in un momento in cui è la commedia all’italiana a dettare legge ma guarda con insistenza dalla parte della farsa. Non la farsa di derivazione teatrale di cui Totò fu uno degli interpreti più brillanti, né la pochade di Feydeau e Bernard; no, la farsa orchestrata da Heusch e poi portata a termine da Alessi è ferale, crudele, funebre, mortuaria. Non si ride, si sogghigna. Non si parteggia per lo sventurato Totò perché il suo personaggio è al di là del mostruoso, anticipa e soverchia i brutti, sporchi e cattivi che arriveranno nel decennio successivo: è deforme, privo di morale, senza alcuno scrupolo, un intrallazzatore che improvvisa la propria vita e può dunque improvvisare anche la morte altrui. Nel delirio che progressivamente si sviluppa, sequenza dopo sequenza, non si vedono le radici della commedia nazionalpopolare nostrana, ma semmai i calembour esiziali dei fratelli Marx. Totò li contiene tutti al proprio interno, dalla verve dialettica e prossima al nonsense di Groucho alla goffaggine lasca di Chico, fino alla dicotomica funzione angelica/diabolica di Harpo. Nessun film ha osato ricostruire il corpo in scena di Totò come Che fine ha fatto Totò Baby?, perché nessuno ha pensato che fosse lecito spingersi così in là, utilizzando l’elemento nero come principale motore dell’azione, e non come suo orpello aggiuntivo, ostacolo al protagonista della narrazione. Da quando Totò e suo fratello Pietro (Pietro De Vico, sublime spalla comica, al fianco del mattatore napoletano in altre pellicole celebri, da Totòtruffa 62 a Totò cerca casa e Totò sceicco) trovano all’interno della valigia che hanno rubato un cadavere la sceneggiatura si muove a velocità frenetica verso il deliquio, la perdita di coscienza del reale. Per giustificare la totale follia che sta per prendere corpo in scena – di fronte alla quale Helzapoppin’ di H.C. Potter sembra un racconto dominato dal raziocinio – si ricorre perfino all’escamotage delle piante di marijuana mangiate in quantità industriale dall’inconsapevole Totò, un “trucchetto” atto anche a evitare la scure della censura. Perché Che fine ha fatto Totò Baby? non utilizza i meccanismi del noir per deriderli e parodiarli, come aveva fatto ad esempio Steno due anni prima in Totò Diabolicus; il film di Heusch e Alessi tracima ben presto oltre i confini del sadico, con Totò destinato a compiere una vera e propria mattanza, sotto l’effetto delle droghe ma anche perché altro non potrebbe fare, spinto all’eccesso da uno script che non si fa mancare nulla, e osa tutto l’osabile. Anche troppo, probabilmente.

Se Pasolini fu in grado di cogliere la profonda tragicità della maschera comica di Totò, spingendolo lontano dalla replica esausta dello schema cui era stato costretto da film sempre più seriali, identici di fatto gli uni agli altri – e resi unici solo dalla straordinaria capacità attoriale di Totò –, ipotizzando una via d’uscita lirica anche se non priva di crudezze (riscontrabili sia in Uccellacci e uccellini sia ne La terra vista dalla luna e Che cosa sono le nuvole?, uscito postumo nel 1968), Heusch sembrava possedere la rara capacità di reinventarlo completamente, guidandolo in un percorso mai tentato prima, e per questo impervio almeno quanto affascinante. Vale la pena ricordare come in quegli anni l’attore fosse già completamente cieco: questa sua recitazione “al buio” dona al personaggio una disperazione ancora più estrema, come se il limite – anche quello dello spazio – potesse essere una volta per tutte espunto, eliso dal reale. Certo, Che fine ha fatto Totò Baby? (inutile sottolineare come il riferimento cinefilo sia al capolavoro di Robert Aldrich, cui è legato per il tema della consanguineità e della psicopatia, ovviamente) è un film slabbrato, esagerato, talmente scombiccherato da risultare a tratti farraginoso, pesante, forse anche insostenibile. Eppure è anche la più clamorosa raffigurazione del talento sconfinato di uno dei più grandi attori del cinema italiano del Novecento, con troppa facilità ridotto “solo” al ruolo di comico, di buffone di corte. Heusch compie un’operazione coraggiosissima, e quindi prossima alla catastrofe, ed è un peccato che non gli venga più neanche attribuito il merito di tutto questo. Perché? Pare che la decisione di cacciare Heusch dal set per affidare il film allo sceneggiatore Alessi sia stata presa dalla produzione su pressante richiesta dello stesso Totò, che pure aveva elogiato apertamente il giovane cineasta solo pochi mesi prima, al termine della lavorazione de Il comandante. Cosa successe, allora? Senza farla troppo lunga, anche perché i documenti a disposizione permettono solo illazioni, per quanto probabilmente credibili, si scoprì che Heusch intratteneva relazioni omosessuali. Nel reazionario seppur libertino mondo del cinema questo equivalse a uccidere socialmente il regista romano. Quale che sia la verità attorno all’epurazione di Heusch (perché di questo, ed è indiscutibile, si trattò), quel che è certo è che quasi tutto Che fine ha fatto Totò Baby? è da ascrivere alla sua filmografia. Ed è forse giunto il momento di ricordarlo. Così come varrebbe la pena ricordare un altro attore sublime, il russo Mischa Auer, che qui interpreta un conte uxoricida e che negli anni Trenta e Quaranta recitò in classici come Viva Villa! di Jack Conway e Howard Hawks, L’impareggiabile Godfrey di Gregory La Cava, L’eterna illusione di Frank Capra, I lancieri del Bengala di Henry Hathaway, e il già citato Helzapoppin’. Morì a Roma, dove si era trasferito negli ultimi anni di vita, nel 1967. Un mese dopo lo seguirà anche Totò.

Info
Che fine ha fatto Totò Baby, una clip.

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