Tre colonne in cronaca

Tre colonne in cronaca

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Film tra i più ambiziosi dell’intera carriera dei fratelli Vanzina, Tre colonne in cronaca trae ispirazione dall’omonimo romanzo di Corrado Augias e Daniela Pasti per orchestrare un thriller poliziesco in grado di scavare nel torbido dell’Italia a pochi anni da Tangentopoli. Con un eccellente Gian Maria Volonté nei panni di Landolfi, il direttore del quotidiano che si rifà apertamente a Eugenio Scalfari.

Le Carré o la Carrà?

Un agente di borsa viene trovato morto, apparentemente suicida, in un appartamento a Milano. Il commissario Dante Morisi si occupa del caso e, dopo aver scoperto che si tratta di omicidio, viene trasferito a Roma. Successivamente, grazie all’aiuto dell’amico cronista Quinto, Morisi torna ad indagare il medesimo fatto e scopre che dietro all’uccisione si cela un movimento di poteri forti che coinvolgono un terrorista arabo, un finanziere milanese e un’importante personalità politica. La posta in gioco sono le azioni del giornale in cui lavora Quinto, diretto dal cinico Alberto Landolfi. [sinossi]

Sono trascorsi quasi due anni dalla morte di Carlo Vanzina, e ancora si fatica a fare luce sul reale mistero del suo cinema. Relegato in vita dalla stragrande maggioranza della critica a un ruolo marginale, supposto alfiere di una commedia farsesca e facilona, qualunquista e propagandrice di una riedizione del classico “volemose bene” in età berlusconiana, Vanzina è stato sì rivalutato post-mortem, ma di una rivalutazione frettolosa e vacua, semplicistica. Si è passati dal dileggio al rispetto, ma sempre rimanendo a debita distanza, quasi che la morte avesse monumentalizzato un personaggio a suo modo scomodo, perché troppo apertamente triviale. Eppure basterebbe un po’ di memoria storica, e la volontà di approfondire la questione, per rendersi conto del ruolo effettivo svolto da Vanzina (e da suo fratello Enrico, fedelissimo co-sceneggiatore) nel corso di oltre quarant’anni: certo, senza dimenticare le cadute di gusto più evidenti, i passaggi a vuoto di una filmografia vastissima e diseguale – sessanta le regie portate a termine per il grande schermo, a cui si aggiungono tre film tv e tre serie per il tubo catodico –, ma anche aprendo gli occhi su una realtà artistica ben più frastagliata e stratificata di quanto non venga di solito affermato. Si compie una volta di più l’errore di catalogare e di suddividere il cinema in compartimenti stagni, come quando si abbina il nome di Vanzina al fenomeno dei cosiddetti “Cinepanettoni” per il solo fatto di essere i creatori di Vacanze di Natale. Con questo non si vuole proporre una accettazione acritica di tutto ciò che è stato prodotto da Carlo ed Enrico Vanzina nel corso del tempo, ma spiace veder ridotto il valore di due intellettuali colti al ruolo di carneadi senza arte né parte. Il modo migliore per tentare di ri-scoprire una volta per tutte i vari livelli del racconto dell’Italia proposti dai due fratelli è forse quello di ripartire dagli anni Ottanta, il decennio che più di ogni altro hanno contribuito a segnare a colpi di immaginario. Se è vero che nei dieci anni in cui si consolida l’ascesa del craxismo, della Milano “da bere” e delle televisioni private di Silvio Berlusconi Vanzina dirige alcuni dei suoi più grandi successi nel campo della commedia (I fichissimi, Eccezzziunale… veramente, Sapore di mare, Vacanze di Natale e Vacanze in America), è altrettanto vero che sono proprio quelli gli anni in cui si riscontrano i più fertili tentativi di dirazzamento dal tracciato sicuro del genere per eccellenza cui sarà legato il suo nome.

Nel 1983 esce Mystère, che guarda con insistenza dalle parti di Diva di Jean-Jacques Beineix; due anni più tardi Sotto il vestito niente porta a termine un’operazione simile sul corpo – nel vero senso della parola – di Omicidio a luci rosse di Brian De Palma. A questa deriva cinefila, sotterranea ma presente in tutta la filmografia vanziniana, si aggiunge la volontà di raccontare l’Italia uscita dallo stragismo sull’asse politico-economica che lega Roma a Milano, e che esploderà con tutta la sua tragicità con Tangentopoli all’inizio del decennio successivo. Via Montenapoleone guarda in quella direzione, come a ben vedere fa anche la soporifera biografia di Marina Ripa di Meana I miei primi 40 anni: cinema traslucido come le superficie plastificate della sbornia liberista, che in pochi nel cinema italiano hanno saputo rendere con la stessa feroce bovina volgarità di Vanzina. Si veda la cattiveria ai limiti della perfidia di cui è intriso l’oramai dimenticato Le finte bionde, che già metteva alla berlina l’alta borghesia romana che guardava con invidia gli aperitivi meneghini; per non tacere del ghigno sarcastico che aleggia su Miliardi, che parla di giochi di potere – e quindi di denaro – al capezzale di un uomo (forse) morente. Per riuscire a comprendere un’operazione coraggiosa, e solo all’apparenza fuori dal canone di Vanzina, come Tre colonne in cronaca, è inoltre utile rammentare anche un film come La partita, per il quale nel 1988 il regista ebbe alle sue dipendenze Matthew Modine (fresco di Full Metal Jacket), Faye Dunaway, e Jennifer Beals, oltre alla ricostruzione di una Venezia settecentesca. Eppure nessuno dei titoli citati si avvicina, per ambizione e riuscita estetica, a Tre colonne in cronaca, che chiude il decennio e apre quello successivo con una lucidità di sguardo sull’Italia, le sue cancrene politiche e culturali e il gattopardesco “tutto cambi affinché nulla cambi”, che in pochi furono in grado di dimostrare. Tratto da un romanzo scritto a quattro mani dai coniugi Corrado Augias e Daniela Pasti – all’epoca entrambi in redazione a La Repubblica – Tre colonne in cronaca è un giallo politico che guarda in maniera aperta e scoperta al cinema hollywoodiano degli anni Settanta, e in particolar modo all’Alan J. Pakula di Tutti gli uomini del presidente. Dopotutto l’amore di Vanzina, in particolar modo di Enrico, nei confronti della New Hollywood è evidente e dichiarato in più occasioni. Allo stesso tempo si avverte l’urgenza di riannodare i fili con la memoria del cinema italiano d’impegno civile e politico, come dimostra forse al di là di ogni dubbio la scelta di affidare il ruolo principale all’interno di una narrazione che procede in ogni caso in modo corale a Gian Maria Volonté. È come se Giancarlo Bizanti, il direttore del milanese Il Giornale in Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio si fosse trasferito a Roma e avesse deciso di cambiare testata (e dunque padrone) e schieramento politico, senza per questo modificare il proprio “stile” giornalistico. Tanto solleticava gli umori della destra Bizanti quanto agita le acque del (centro) sinistra Landolfi, nella cui figura non è difficile rintracciare i tratti di Eugenio Scalfari. Altrettanto facile è intuire quale vero nome della società italiana si nasconda dietro il faccendiere finanziario milanese che una parte così rilevante ha all’interno della fitta trama.

Non si nasconde dietro un dito, Vanzina, e pur non potendo contare come nel caso del già citato film di Pakula sulle prove della verità di ciò che viene affermato, e dovendo dunque ricorrere all’artificio narrativo non solo nella sostituzione dei nomi ma proprio nello sviluppo dell’intreccio, Tre colonne in cronaca appare a tratti quasi come uno spietato documento in grado di raccontare anche a chi non era nemmeno nato il sottobosco di un’Italia ferale, spietata, priva di reale deontologia così come di scrupoli, reazionaria nel midollo anche quando si finge il suo esatto contrario. Spinti dalla consueta vena nazionalpopolare i Vanzina cercano la speranza anche laddove non è possibile rintracciarla, ed è così che prendono corpo in scena i personaggi del risoluto cronista interpretato da Sergio Castellitto e del commissario Dante Morisi incarnato da Massimo Dapporto: in particolar modo su quest’ultimo, con un’aria umana e poetica come fosse tratteggiato dalla penna di Simenon o avesse ereditato i geni da Hercule Poirot (e in effetti Agatha Christie è una delle letture più amate dal personaggio, insieme a Edgar Wallace) sembrano concentrarsi le maggiori simpatie degli autori. C’è ancora spazio per l’indagine, in Tre colonne in cronaca, ma oramai i cittadini “al di sopra di ogni sospetto” sono davvero troppi, e tutti invariabilmente inattaccabili. Il sistema, che si articola dal più piccolo fondo di giornale ai vertici della finanza e della politica – e i due livelli sono oramai così interconnessi da essere entrambi corrotti nel midollo –, è in grado di gestire anche il più velenoso dei pungiglioni uscendone indenne, e forse persino rafforzato.

Per inscenare questo ritratto dell’Italia Vanzina orchestra un thriller politico e poliziesco intricatissimo, forse persino troppo denso di eventi, personaggi, situazioni, eppure proprio per questa sua natura debordante ancora più ricco di suggestioni, una panoramica a schiaffo su un Paese delittuoso e criminale, in cui la vita umana conta meno di zero e dove anche il più ovvio dei delitti di cronaca nera può nascondere in realtà un piano ben più ingegnoso, e dalle mire altissime. Giocando sul registro della vita redazionale meglio del quasi coevo Il muro di gomma di Marco Risi (che pure poteva farsi forte della verità storica e della cronaca reale), Tre colonne in cronaca utilizza con perizia il genere per farsi largo tra le maglie del politico, e svelarne le sconcezze più o meno evidenti. La sibillina e sublime interpretazione di Volonté, che trova la sua definitiva consacrazione in una sequenza finale brillante non solo in fase di sceneggiatura ma ancor più nella sua realizzazione sul set, è la ciliegina sulla torta di un film rimosso forse anche per la sua sincerità, in grado di mostrarsi scomoda tanto a destra – anche quella che “verrà”, con il rampantismo berlusconiano tratteggiato con estrema freddezza – quanto nella nuova sinistra che emerge dal crollo dei blocchi contrapposti.

Info
Una breve clip di Tre colonne in cronaca.

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