Antonio Gramsci – I giorni del carcere
di Lino Del Fra
Nel 1977 Lino Del Fra dirigeva con Antonio Gramsci – I giorni del carcere un film che vedeva nella figura dell’intellettuale sardo, simbolo imperituro dell’antifascismo, una forma di resistenza a qualsiasi tipo di autorità, sia quella del regime mussoliniano sia quella interna al PCI, incarnata da Togliatti.
Aveva lui la faccia di chi c’insegna
Gramsci arriva nel carcere di Turi, dove prima viene accolto come un eroe dai compagni carcerati, poi pian piano viene evitato e dileggiato per via delle sue opinioni controcorrenti e anti-autoritarie. Nel frattempo, si rivedono in flashback episodi salienti della sua vita privata e politica, dall’incontro a Mosca con Giulia Schucht, poi divenuta sua moglie e madre dei suoi bambini, all’occupazione delle fabbriche a Torino nel settembre del 1920. [sinossi]
Diretto da Lino De Fra e co-scritto con Cecilia Mangini, Antonio Gramsci – I giorni del carcere arrivava a vedere la luce in quel 1977 che rappresentò sostanzialmente l’ultimo fulgore libertario prima dell’avvento della reazione e del riflusso. E, in tal senso, la chiave di lettura principale del film è proprio quella di identificare in Gramsci una personalità scomoda, non-allineata, anti-autoritaria, esattamente all’opposto non solo del regime fascista, il che è ovvio, che lo tenne in prigione fino alla morte, ma anche in opposizione alla rigida linea del Partito Comunista come si era andata configurando a partire dagli anni Trenta, sull’onda del Terrore staliniano, e come per diversi aspetti si mantenne stabile anche nei decenni successivi, sia pur de-stalinizzati, vista la presa di distanza e la sostanziale non-comprensione da parte della dirigenza del PCI sia del ’68 prima, sia proprio del movimento del ’77 poi. Per Del Fra, dunque, Gramsci è una sorta di operaista, di autonomo, uno spirito libero che mal sopporta le indicazioni del Partito e che perciò si trova a essere messo in minoranza nello stesso carcere di Turi, dove tra i compagni carcerati prevale l’ortodossia ideologica comunista.
Resta questo, a distanza di più di quarant’anni, il lascito più profondo e più vivo di Antonio Gramsci – I giorni del carcere, in quegli aspri confronti tra Gramsci e gli altri carcerati su come relazionarsi nei confronti del fascismo, su come giudicare l’operato di Togliatti alla guida del partito, su come dover pensare con la propria testa invece che con dei dettami provenienti dall’alto, su come ciascuno possa essere considerato intellettuale nel momento in cui si forma una personalità propria, indipendente. E Del Fra mette in scena queste sequenze con una certa vivacità di stile, con la macchina sempre in movimento, con continui zoom e spostamenti a “schiaffo” da un volto all’altro. Qui Gramsci è il maieuta socratico che in fin dei conti fallisce di fronte alla cecità dei compagni, è il Cristo che dialoga con i suoi apostoli e da cui alla fine viene “tradito” e umiliato.
Il problema però è che questo nucleo tematico-discorsivo non occupa – straubianamente – tutto il film, ma è piuttosto annacquato da un’impostazione divulgativa che si riscontra in particolare nei continui flashback, che tempestano la narrazione soprattutto nella prima parte, flashback con cui si tende a “spiegare” in maniera illustrativa la vita precedente di Gramsci, dall’incontro con Giulia a Mosca (la militante russa che poi sarebbe diventata sua moglie e la madre dei suoi due bambini) all’azione politica rivoluzionaria dell’occupazione delle fabbriche a Torino nel 1920, che fu l’episodio saliente del Biennio Rosso (1919-1920). Questi flashback diventano a tratti poi dei veri e propri cappelli storici, come nelle immagini di repertorio di Lenin, con cui si vuole dunque contestualizzare la devitalizzazione della rivoluzione bolscevica nel passaggio dallo stesso Lenin a Stalin; ma sono momenti in cui la narrazione si fa oggettiva e cambia il punto di vista, trasformando il film in una sorta di documentario didattico, molto vicino in questi frangenti a un precedente film di Del Fra, All’armi siam fascisti (1962), co-diretto con la stessa Cecilia Mangini e con Lino Miccichè, che però aveva dalla sua una invidiabile coerenza stilistica. Suscita dei dubbi d’altronde anche un’ulteriore fuoriuscita narrativa, quella del montaggio alternato tra Turi e gli spostamenti e le discussioni di Togliatti, tra Mosca con Stalin e Parigi con i compagni all’estero: il personaggio di Togliatti viene qui descritto in maniera decisamente sbrigativa e monocorde, come un pusillanime che si piega alle volontà cadute dall’alto (quelle di Stalin per l’appunto), mentre invece la Storia ci racconta che Togliatti fu un abilissimo manovratore delle posizioni del PCI, riuscendo in qualche modo a mantenere, in anni difficilissimi, l’autonomia del partito rispetto all’Unione Sovietica. Ma è chiaro che Del Fra esaspera la passività togliattiana per poter esaltare meglio l’attivismo gramsciano, sottolineandone dunque la drammaticità, visto che quell’attivismo si fa lettera morta; anzi poi, per meglio dire, si farà lettera “viva”, visto il preziosissimo lascito dei Quaderni, su cui però Del Fra si sofferma poco.
Ci sarebbe, in ultimo, anche da obiettare proprio sulla caratterizzazione del personaggio di Gramsci, interpretato da Riccardo Cucciolla: supponente, antipatico, persino a suo modo elitario, quando tutto l’approccio politico e umano dell’intellettuale sardo è stato volto ad avvicinare e sostanzialmente a fondere pensiero e modo di vivere con la classe operaia; e Del Fra rimuove anche completamente il lato ironico gramsciano, sviluppatissimo, come è testimoniato da una qualsiasi delle Lettere scritte da lui.
Ma al di là di tutte le contestazioni che gli si possono fare e che sono molto legate, probabilmente, agli anni in cui il film venne fatto, rimane il fatto che Antonio Gramsci – I giorni del carcere resta una preziosa testimonianza, se non unica, di una modalità di cinema politico e militante ben distante dalle quasi coeve (e, sia chiaro, gradevolissime) “spettacolarizzazioni” del binomio Petri-Volonté (basti pensare a La classe operaia va in paradiso), come pure da certi approcci tendenti al b-movie (si pensi a Italia: Ultimo atto?, anch’esso del ’77), come anche dalla chiave investigativa e apocalittica sciascian-rosiana di Cadaveri eccellenti (che è del ’76), mentre è distante anni luce da un cinema politico che si fa privato (il Gianni Amelio di Colpire al cuore, che è del 1983, ma sembrano passati decenni). Antonio Gramsci – I giorni del carcere indica una strada, personalissima e imperfetta, tendente – senza riuscire a raggiungerli – agli esempi straubiani e godardiani, di un cinema tutto politico e non “contenutisticamente” politico; una strada che purtroppo nel nostro cinema nessuno ha poi voluto seguire. Ma, d’altronde, era una strada, una possibilità, che – come detto all’inizio – si stava chiudendo proprio allora, così come si chiudevano le stagioni della contestazione con la repressione del movimento del ’77; e non è un caso che c’è un altro film di quegli anni che metteva una pietra tombale su un certo approccio di cinema politico, ed è Io sono un autarchico di Nanni Moretti (1976), in cui la battuta «Ma a noi che ce frega degli operai?» ha storicamente la stessa forza liberatoria e deflagrante del fantozziano «La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca»; ed è anche, se vogliamo, più divertente e più azzeccata della sbraconeria villaggesca. Ma erano ugualmente, quelli, premessa ad altri tempi, ad altro cinema, i cui effetti vediamo ancora oggi.
Info
La scheda di Antonio Gramsci – I giorni del carcere su Wikipedia.
- Genere: drammatico, storico
- Titolo originale: Antonio Gramsci - I giorni del carcere
- Paese/Anno: Italia | 1977
- Regia: Lino Del Fra
- Sceneggiatura: Cecilia Mangini, Lino Del Fra, Pier Giovanni Anchisi
- Fotografia: Antonio Casolini, Gábor Pogány
- Montaggio: Anita Cacciolati, Silvano Agosti
- Interpreti: Andrea Aureli, Antonio Piovanelli, Biagio Pelligra, Franco Graziosi, Gianfranco Bullo, Jacques Herlin, John Steiner, Lea Massari, Luciano Bartoli, Luigi Pistilli, Mimsy Farmer, Paolo Bonacelli, Riccardo Cucciolla, Umbero Raho
- Colonna sonora: Egisto Macchi
- Produzione: Nuovi Schermi
- Durata: 127'

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