I sette fratelli Cervi

I sette fratelli Cervi

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Dedicato alla vicenda dei sette fratelli di Campegine, I sette fratelli Cervi di Gianni Puccini è un sincero e commovente omaggio alla lotta partigiana, narrata con sguardo originale come una rivoluzione primariamente etica. Sobrio e vibrante insieme, intelligente, e interpretato da un insieme d’attori visibilmente coinvolti e partecipi, capitanati da Gian Maria Volonté. Disponibile su RaiPlay.

Se credi alla libertà, c’è posto per tutti

Componenti di una numerosa famiglia contadina della campagna reggiana, i sette fratelli Cervi condividono la dura vita del lavoro nei campi insieme ai loro anziani genitori. Il nucleo familiare è in realtà strutturato senza alcuna rigidità di gerarchia interna, in un contesto di comprensione e accoglienza reciproca. Di matrice cattolica, la famiglia vede però di cattivo occhio le posizioni della Chiesa ufficiale nei confronti del fascismo, e da sempre si oppone al regime totalitario instaurato in Italia. Durante una rappresentazione di «Tosca», i fratelli fanno la conoscenza di Lucia Sarzi, attrice direttamente impegnata nella lotta antifascista che utilizza gli spettacoli teatrali per tentare di fare propaganda anti-regime. Il più intraprendente dei fratelli, Aldo, è incuriosito da Lucia, e grazie all’intervento della donna riesce a coinvolgere gran parte dei fratelli nella lotta… [sinossi]
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Scrivo ai fratelli Cervi,
non alle sette stelle dell’Orsa: ai sette emiliani
dei campi. Avevano nel cuore pochi libri,
morirono tirando dadi d’amore nel silenzio.

(Salvatore Quasimodo, «Ai fratelli Cervi, alla loro Italia»

È storia di soltanto un anno fa il rifiuto del sindaco leghista di Mirandola a riconoscere il consueto patrocinio del Comune per la pastasciutta antifascista, iniziativa annuale dell’ANPI locale che cade usualmente il 25 luglio in memoria della pastasciutta offerta in piazza dai fratelli Cervi nella data epocale del 1943 per festeggiare la caduta del fascismo. Ormai è storia nota, si ripete puntualmente ogni anno. C’è chi si smarca dalle celebrazioni antifasciste, il 25 aprile o in altre ricorrenze. E chi non si smarca, spesso dimentica perché nessuno glielo ricorda, o dimentica perché è più comodo fingere di dimenticare. Di quella leggendaria pastasciutta non rimane in realtà alcuna traccia in I sette fratelli Cervi (1968) di Gianni Puccini. C’è un brevissimo frammento di una festa di campagna, con chitarra e canti antifascisti, che forse la rievoca alla lontana. Tuttavia, il film è percorso da cima a fondo da un intenso sentimento di comunità e condivisione, di cui la pastasciutta collettiva resta come l’ideale sineddoche più gioiosa e gioviale.

Redattore e poi per breve tempo direttore della rivista «Cinema», collaboratore alla sceneggiatura per Ossessione (Luchino Visconti, 1943), sceneggiatore di lungo corso negli anni del neorealismo e post-neorealismo in particolare per i film di Giuseppe De Santis, Gianni Puccini non è ad oggi molto ricordato. La sua produzione cinematografica in qualità di regista non è foltissima, composta di alcune co-regie con Nanni Loy agli esordi e anche di film a episodi diretti in solitaria o in forma di opera collettiva. La sua è una carriera che si interrompe bruscamente, a soli cinquantaquattro anni, a seguito di un infarto sopravvenuto pochi mesi dopo la fine delle riprese di I sette fratelli Cervi, che resta il suo ultimo film. Si tratta di un percorso artistico che si interrompe dunque dopo una delle sue opere più ambiziose, la rievocazione del martirio partigiano di una famiglia numerosa, che nella campagna di Reggio Emilia vide condurre davanti al plotone di esecuzione nazifascista sette fratelli lasciando fuori solo i due anziani genitori.

È stato il padre in primis, Alcide, imprigionato con i figli, a essersi poi alacremente impegnato per conservare memoria dello sterminio di tutta la sua prole maschile, e negli anni la vicenda della famiglia Cervi si è tramutata in uno dei sacrifici più tristemente noti degli anni della lotta partigiana. Il 28 dicembre 1943 i sette fratelli, insieme a un altro compagno di lotta, furono infatti fucilati per rappresaglia contro l’uccisione del segretario comunale di Bagnolo per mano partigiana. La datazione della vicenda crea anche un curioso e forse significativo cortocircuito temporale. Circa un anno prima, nella Bassa Ferrarese, a non troppa distanza dalle terre reggiane animate dalle gesta dei Cervi si erano svolte le riprese di Ossessione al quale Puccini aveva collaborato, e solo da qualche mese il film di Visconti aveva avuto una circolazione pubblica più o meno accidentata. In qualche modo Puccini sembra dunque fare i conti anche con il proprio vissuto, con gli anni dei suoi primi contatti con il cinema nel contesto precario della guerra, una strana terra franca dove, nel caos generale, si poteva realizzare più o meno sotto silenzio un film dalla carica dirompente come l’opera prima viscontiana, prima di dover interrompere qualsiasi aspirazione di battaglia creativa e artistica per andare incontro ai due anni più tragici e logoranti della guerra in Italia, tramutatasi in guerra di Liberazione.

Pur con qualche libertà storica (nel film non resta traccia delle due sorelle che nella vera famiglia Cervi portavano a nove il computo della prole, e si ha la sensazione – tutta personale, smentibile con ricerche più approfondite – che il rapporto tra Aldo Cervi e Lucia Sarzi sia un po’ romanzato), è forse da attribuire a questo, a una spinta fortemente personale legata all’intimo vissuto del regista, la forte carica emotiva di cui I sette fratelli Cervi a tratti sembra traboccare. È un film estremamente sincero, che ama profondamente la vicenda narrata, e che riesce a mantenersi su un eccellente punto di equilibrio, tenendosi ben lontano dall’agiografia e allestendo uno spettacolo sobrio e vibrante, asciutto e commovente insieme, motivato da una grande attenzione ai caratteri umani messi in gioco. È anche un film che si prende qualche rischio stilistico, adottando un passo narrativo talvolta fin troppo rapido sugli snodi storici e individuali, ma incastonando la predominante adesione al colore con alcune aperture verso il passato dei protagonisti realizzato in flashback in bianco e nero. Si tratta di parentesi narrative che in prima battuta sono dedicate al racconto di una comunità familiare e alle sue dinamiche interne.

Di estrazione cattolica ma profondamente avversa alle politiche della Chiesa ufficiale in favore del fascismo, la famiglia Cervi è narrata nelle parentesi dedicate al passato come una comunità fondata sul lavoro collettivo e l’auto-emancipazione, che riguarda sia la propria formazione culturale sia l’intensa ricerca di nuove modalità di lavoro nei campi, che non trascurino le risorse del progresso. La loro storia non è praticamente mai individuale (salvo che per la maggiore attenzione riservata alla figura di Aldo, interpretato da Gian Maria Volonté, che si innalza un po’ a protagonista e leader rispetto agli altri), bensì è la storia di una comunità che si riorganizza al proprio interno, in modo del tutto spontaneo e senza diktat ideologici, riadattandosi a nuove forme di vita e lavoro, prendendo le mosse dal più tradizionale alveo italiano, quello della famiglia, per allargarne poi il concetto nel senso più inclusivo possibile. È una rivoluzione dunque che parte innanzitutto dalla cellula fondante del nostro tessuto sociale, dove la gerarchica famiglia contadina è sostituita da un abbattimento dei livelli di potere – si fa fatica a distinguere le due figure dei genitori, specie il padre, dalla massa dei fratelli, poiché il trattamento reciproco è praticamente paritario, e specie nel finale in carcere i sette protagonisti prendono congedo dal padre quasi come da un fratello maggiore, o addirittura come da un fratello minore da proteggere.

In tal senso la prima parentesi in bianco e nero assume il passo di un racconto frammentato e stilisticamente ardito, affidato a un montaggio spezzato ed episodico, dove si dà massima evidenza alla dura battaglia con la terra per dominarla. È una sezione di racconto caratterizzata da corpi che lavorano insieme, in stretta coesione di affetto e di intenti. Tale spirito di comunità si apre poi al mondo secondo l’ottica di una naturale inclusione – Aldo che non vuole sposarsi, la madre che accetta in casa la sua donna e suo figlio pur senza il vincolo tradizionale del matrimonio – una posizione di accoglienza e comunità d’intenti che assumerà tratti più scopertamente politici durante la guerra partigiana, quando la banda Cervi sui monti sarà composta anche da soldati alleati di varia nazionalità (americani, sovietici…) e il casale della famiglia, rimasto alla gestione dei due genitori, si trasformerà in luogo di accoglienza. Nessun senso di limite demandato al dominio esclusivo di uno spazio. La fattoria Cervi è aperta a tutti quelli che difendono i valori della libertà.

Un secondo filone narrativo, decisamente interessante e originale, si dedica alla famiglia Sarzi, che nel Mantovano si adoperava per condurre a sua volta una campagna antifascista tramite, stavolta, gli strumenti dell’arte. I Sarzi erano infatti una famiglia di teatranti che, secondo la ricostruzione di Puccini, cercava di far passare messaggi politici in mezzo a una rappresentazione di «Tosca» o di «Otello», piazzati come fuor d’opera per sensibilizzare il pubblico, o indirizzati a eventuali orecchie sovversive, nascoste in platea, nel tentativo di allargare il fronte del dissenso agevolando il tracciamento e l’unione di dissidenti sparpagliati. È la figura di Lucia Sarzi a emergere come coprotagonista, l’unica tra i personaggi a scontare qualche rigidità didascalica ma, sia pure in un orizzonte di probabile romanzesco, anche al centro di una delle sequenze più emozionanti – alla caduta del fascismo, durante una replica di «Otello», è Lucia a lanciare dal palco, in veste di Desdemona, un viscerale grido di liberazione.

Vi è probabilmente materia di romanzato anche nel suo rapporto con Aldo Cervi, ma d’altra parte la dualità delle principali figure femminili (Lucia e Verina) concorre a quel sentimento di comprensione e inclusione che caratterizza l’azione della famiglia Cervi. Da un lato Verina, madre dei figli di Aldo, finisce per suggerire al suo uomo di nascondersi presso la compagnia Sarzi, pur consapevole che tra Aldo e Lucia è nata una simpatia; dall’altro, nel rapporto tra Aldo e Lucia non è contemplato alcun tratto di tradimento borghese. Inoltre, sempre Verina cederà uno dei suoi figli per far esonerare un altro fratello Cervi dalla guerra. In sostanza, a fronte di una seconda parte che ricostruisce una consueta lotta partigiana con senso dello spettacolo, dell’intrigo e della peripezia, I sette fratelli Cervi s’incardina prioritariamente sull’idea di una rivoluzione etica, avviata prima della guerra, tramutatasi in risorsa durante la guerra, e speranza collettiva per il futuro dopo la guerra. È la premessa necessaria a qualsiasi idea di resistenza; se si deve combattere, si deve farlo per un mondo che sia migliore anche e soprattutto nei rapporti intimi e personali, alla luce di una fertile cooperazione affettiva che tenga presenti obiettivi e aspirazioni comuni. La politica nasce lì, nell’intimo, che solo in tal senso può diventare pubblico.

Si può inquadrare in questa direzione anche la costante attenzione di Puccini per l’umanità di personaggi secondari, spesso restituiti nelle loro fragili e tormentate contraddizioni. È il caso del bel confronto tra Aldo, ormai anticlericale e venuto a contatto con il marxismo in carcere, e il prete che accoglie la banda alle battute conclusive del racconto, una figura di religioso antifascista, anche pavido e spaventato, che vive con enorme travaglio la scissione tra la propria fede e la deriva presa dai poteri ecclesiastici. I personaggi di I sette fratelli Cervi appaiono dunque costantemente animati dal confronto con la realtà pubblica in atto, ma tranne qualche sbavatura sparsa sempre inquadrati fuori da rigidità precostituite, credibili e palpitanti di verità umana, che quasi mai parlano con le parole della Storia acquisita col senno di poi.

La Resistenza della banda Cervi è anche intimamente spontaneistica, poco avvezza alle strategie a lungo termine. Secondo la ricostruzione di Puccini i rapporti tra i Cervi e i comitati strutturati della Liberazione non furono infatti sempre idilliaci, bensì forieri di un dibattito più o meno esplicito tra la necessità d’azione e la logorante attesa innescata dalle istanze di tattiche ben definite. È un punto di vista che mette insieme il film di Puccini con un’opera precedente ancora con Volonté come protagonista, Il terrorista (Gianfranco De Bosio, 1963), a sua volta intento a ricostruire con maggiore profondità il dibattito interno alla Resistenza. In tal senso il film di Puccini sceglie una via decisamente distante dall’epica, adottando invece una sorta di racconto dal basso, che prende le mosse dal dato umano di questi protagonisti in modo da far veicolare la politica tramite la loro vicenda, e non viceversa.

Un’ultima parola va spesa per lo splendido ensemble di attori che Puccini raccolse per rievocare le gesta dei fratelli Cervi. Tre dei fratelli sono incarnati da Gian Maria Volonté, Riccardo Cucciolla e Renzo Montagnani. Da un lato, Volonté e Cucciolla ritorneranno insieme come protagonisti in Sacco e Vanzetti (Giuliano Montaldo, 1971); dall’altro, Volonté e Montagnani condivideranno la memorabile esperienza di Tre ipotesi sulla morte di Pinelli (Elio Petri, 1970), documento sui generis di diretto coinvolgimento di lavoratori dello spettacolo in veste di vettori socio-politici, chiamati a una polemica ricostruzione della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli alla questura di Milano. Riguardo al rapporto tra Volonté e Montagnani, si evince da un testo biografico sull’attore fiorentino di recente pubblicazione1, arricchito anche di inediti documenti originali, che i due avevano condiviso una bella amicizia e solida comunità d’intenti prima di veder allontanare i loro rispettivi percorsi di carriera verso strade decisamente divergenti. In generale, il film di Puccini raccoglie un gruppo di attori italiani che di lì a poco caratterizzeranno una delle stagioni più fertili del cinema politico italiano. Su Volonté e Cucciolla già molto si conosce e si ricorda; nel caso di Montagnani è necessario ricordare uno dei ruoli migliori della sua carriera in Il delitto Matteotti (Florestano Vancini, 1973), mentre non è certo da trascurare l’impegno politico di Carla Gravina. In mezzo a tutto questo, affiora il volto anche di Don Backy, e ampio spazio è lasciato alla fascinosa Lisa Gastoni, chiamata a incarnare la partigiana Lucia Sarzi. A una prima occhiata suona come un mezzo miscasting, e le battute riservate al suo personaggio sono spesso le più rigide e meno credibili dell’insieme; a conti fatti, però, l’afflato melodrammatico della Gastoni non appare poi troppo fuori luogo, e il suo grido alla platea non si dimentica facilmente. «Aldo! Aldo!». Per un film dall’impianto anche sanamente popolare è il momento più commovente. La caduta del fascismo è arrivata. Ma altri anni tragici, purtroppo, si stagliavano all’orizzonte.

1 Cfr. Damiano Colantonio, Renzo Montagnani, Edizioni Sabinae, Roma, 2017.

Info
La scheda de I sette fratelli Cervi su Wikipedia

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