Arriva John Doe

Arriva John Doe

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Arriva John Doe è l’ultimo film diretto da Frank Capra prima che gli Stati Uniti facciano il loro ingresso nella Seconda Guerra Mondiale (per la quale il regista si arruolerà con il compito di coordinare la propaganda bellica attraverso il cinema), ed è anche l’opera che testimonia il sempre difficile rapporto tra lui e lo Studio System. Prodotto fuori dai canoni hollywoodiani, in forma completamente indipendente, Arriva John Doe è un apologo tra i più amari della sua carriera, riflessione sul potere mediatico che diventa politico – e viceversa – muovendosi senza vergogna sulle macerie del popolo.

Dov’è la libertà?

Ann Mitchell è una giornalista disinvolta sino al cinismo che, in accordo con il quotidiano che l’ha prima licenziata e quindi riassunta, assolda un vagabondo come tipico rappresentante dell’uomo medio per trasformarlo in un personaggio pubblico, esemplare utile perfino per una scalata politica. Ma il prescelto s’immedesima così bene nella parte che minaccia il suicidio per protesta… [sinossi]

Tra tutti i finali costruiti tra gli anni Trenta e Quaranta da Frank Capra, maestro assoluto dell’happy ending (ma su questo si tornerà più avanti), nessuno appare programmatico e retorico come quello di Arriva John Doe. L’ex giocatore di baseball divenuto un senzatetto, John Willough ribattezzato John Doe per vantaggio pubblicitario, è sul tetto del grattacielo e deve lanciarsi nel vuoto, mettendo fine al sistema corruttivo che in realtà agisce dietro il movimento politico che lo utilizza come feticcio, come bandiera, come vero e proprio vessillo ideologico. Nevica – la neve è all’interno del cinema di Capra elemento naturale che trascende e veleggia verso il soprannaturale: si veda in tal senso il valore narrativo che acquista ne La vita è meravigliosa e John Doe è lì pronto all’estremo gesto, di fronte a Jimmy Norton, l’editore che l’ha sfruttato per portare a compimento le proprie ambizioni politiche. Seguendo i dettami del Codice Hays, secondo cui di fatto una commedia non può “finire male”, Capra rovescia la situazione, fa intervenire in scena la donna redenta e dunque oramai innamorata – qui Barbara Stanwyck, alla quarta e ultima collaborazione con Capra, riprende i fili del discorso interrotti due anni prima da Jean Arthur/Clarissa Saunders nel finale di Mr. Smith va a Washington – e con lei anche i rappresentanti del popolo, i john doe sparsi per tutta l’America, i veri custodi della Costituzione nella lettura sociale e politica di Capra. Fautore di un cinema incentrato sulla piccola gente – e in quanto piccola, per lui indifferibilmente brava – Capra è il più puro e diretto regista ideologico del cinema statunitense. Lo è talmente tanto da non aver mai vissuto un rapporto sereno con l’industria hollywoodiana, dominata da quei tycoon che lui nei suoi film ha sempre attaccato frontalmente. Cosa sono infatti i vari King Westley (la superstar dell’aviazione arrivista che dovrebbe sposare Claudette Colbert in Accadde una notte), John Cedar (l’avvocato arraffa-denari di È arrivata la felicità), Joseph Harrison Paine (il senatore corrotto e corruttore di Mr. Smith va a Washington), il già citato Jimmy Norton e soprattutto Henry F. Potter (l’Ebenezer Scrooge impossibile alla redenzione de La vita è meravigliosa) se non la rappresentazione in scena dei tristi figuri che dominano Hollywood, impartendo regole economiche e al contempo precetti morali da seguire per poter porre la firma su un film? Proprio a quel dominio – ed è bizzarro, ma alquanto interessante nella sua casualità, che il titolo italiano scelto per la riedizione in sala sul finire degli anni Cinquanta di Arriva John Doe fosse I dominatori della metropoli – Capra ha sempre cercato di sfuggire, dapprima evitando le major preferendo loro la meno opprimente Columbia, la più bistrattata e maltrattata delle case di produzioni. Per Arriva John Doe, insofferente persino ai dettami della Columbia, per la quale era il regista di punta, Capra arriva a prodursi in forma completamente autonoma.

La verità è che la pratica a pochi passi dall’entrismo sviluppata da Capra nel corso degli anni Trenta a Hollywood non ha più molta capacità di intervento. Si sentono i venti della guerra soffiare, e il New Deal è stata una moda passeggera, atta a rimettere in sesto il sistema del Capitale nel suo momento di maggiore sofferenza. L’ideologia capriana, che vede nella gente comune l’unico appiglio dello spirito concreto e reale dell’America dei padri – ovviamente Abraham Lincoln, ma nel caso di Capra anche Jefferson: di entrambi rivede i tratti nella politica di Roosevelt – è di nuovo in minoranza: ha ballato per una stagione, il cinema di Capra, e ha ballato così tanto e con così potente impatto sugli spettatori da essere divenuto l’unico regista a meritare il proprio nome prima ancora del titolo del film sui cartelloni pubblicitari: un onore toccato prima che a lui solo a David W. Griffith e a Cecil B. DeMille, altri due ideologhi che hanno fatto della politica delle immagini il modo per ribadire i concetti-base del proprio pensiero. Arriva John Doe è l’ultimo film diretto da Capra prima che gli Stati Uniti decidano di entrare nel conflitto mondiale. Lo stesso Capra si arruolerà, nei primissimi mesi del 1942, con il compito di coordinare la propaganda bellica attraverso il cinema: dal fronte è il supervisore della serie di documentari Why We Fight, che dirige insieme ad Anatole Litvak. Una serie di lavori di propaganda che servono sì a “spiegare” i motivi dell’intervento in guerra a un popolo che nella maggior parte dei casi non li capisce (anche perché la politica statunitense nei confronti di Hitler e Mussolini è stata nel corso degli anni Trenta abbastanza ambigua), ma che Capra utilizza anche per rinsaldare una volta di più il suo rapporto con il popolo, con quella massa indistinta di john doe a cui nessuno presta attenzione, e che non arrivano sulle prime pagine dei quotidiani. Se il populismo capriano può essere definito tale è perché a un chiaro afflato a favore degli ultimi, in particolar modo della massa umana colpita in modo ferale dalla grande crisi bancaria del 1929, non fa seguito mai un tentativo reale di analisi dei fenomeni: per Capra il sistema è saldo, ma si è corrotto, e per risolvere i problemi basta rimuovere i corruttori e mettere al loro posto persone degne e oneste. Se questo movimentismo di base già affiora fortemente in Mr. Smith va a Washington, è in Arriva John Doe che l’ideologia di Capra raggiunge il suo apice narrativo: John Doe è un senzatetto, vittima del sistema che non ha saputo andare in suo soccorso, ed è anche vittima del sistema giornalistico, che ne vuole sfruttare l’immagine a suo piacimento. Eppure basta la sua sola presenza, che non a caso l’amata Ann Mitchell paragona all’avvento in Terra di Gesù di Nazareth, per risvegliare gli animi puri e incorrotti del popolo, che corre in suo soccorso e trova in lui il motivo per proseguire la lotta, per giungere a una vittoria. Qual è la vittoria? Il ristabilirsi delle condizione pre-corruzione dell’America.

Arriva John Doe appartiene al gruppo delle commedie sociali di Frank Capra, eppure nessuno dei suoi film appare così mesto, così disperato e triste. Sarà per il volto smunto di Gary Cooper, già protagonista di È arrivata la felicità, o per quell’atmosfera dimessa che attraversa tutto il film. Dei finti lieto fine di cui è costellata la carriera di Capra – l’evidenza di una finzione scenica che non può far altro, anche in base ai codici di comportamento dell’industria, di falsare la verità, che pure il regista non ha timore di sviluppare durante l’intero arco dei suoi film, eccezion fatta che per il finale – quello di Arriva John Doe è il più finto in assoluto, artificioso al punto da sfondare le regole del naturale per ipotizzare la funzione quasi divina del suo protagonista. Un Messia. Mentre nel cuore della bagarre della Depressione Gregory La Cava si affidava all’uomo forte dal nome d’arcangelo in Gabriel Over the White House (1933), il cinema di Capra guarda sempre all’uomo comune, a colui che si può incrociare per strada senza neanche rendersene conto. Mette in scena, in qualche misura, quella che con estrema lucidità Howard Zinn nel fondamentale Storia del popolo americano chiama “una specie di rivoluzione”. Non un vero rovesciamento dello Stato, ma l’utopia di rinnovarlo dall’interno con forza, di riscoprirne i valori fondamentali. Un’utopia che ha generato molti figli all’interno del cinema statunitense, in particolar modo in quella generazione che visse tanto la guerra del Vietnam quanto la sbronza reaganiana: nel cuore dell’America gongolante di vittoria furono in molti a riscoprire la necessità di parlare degli sconfitti, la massa ignota esclusa dal gioco di potere, e di farlo mescolando la truce verità al favoleggiare d’utopia. Da Joe Dante a Robert Zemeckis, da John Landis al Francis Ford Coppola di Tucker, un uomo e il suo sogno e lo Stephen Frears di Eroe per caso (che finisce anch’esso sul cornicione di un palazzo), si è compreso a fondo il pensiero di Capra. Lui che fu a sua volta un John Doe, eliminando con precisione qualsiasi velleità estetica dalle sue regie e concentrando l’attenzione sull’umanità che le pervadeva – senza ovviamente per questo dimenticare la regia in senso stretto, al contrario sempre mirabile. Nell’incipit folgorante del film la targa del Bulletin, il giornale per cui lavora Ann Mitchell, viene modificata con quella del New Bulletin. La prima aveva come slogan “A free press means a free people”, la seconda “A streamlined press for a streamlined era”. Forse l’immagine più politica, sicuramente la più polemica, del cinema statunitense del periodo.

Info
Il trailer di Arriva John Doe.

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