E.T. l’extra-terrestre

E.T. l’extra-terrestre

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Straripante campione d’incassi, cult generazionale, icona del cinema fantastico degli anni Ottanta, E.T. l’extra-terrestre di Steven Spielberg è un perfetto esempio di fantascienza family friendly, in netta contrapposizione con le atmosfere cupe e distopiche degli anni Settanta o le suggestioni orrorifiche del coevo (e anche per questo sfortunatissimo) La cosa di Carpenter.

Il pifferaio di Amblin

In una foresta della California, un gruppo di botanici alieni preleva campioni di vegetazione. Appaiono degli agenti del governo e gli alieni fuggono a bordo della loro nave spaziale, ma involontariamente lasciano indietro uno di loro, abbandonandolo. Nel frattempo, in una villetta suburbana di Los Angeles, un bambino di nome Elliott, nove anni, che ha il padre lontano in Messico per lavoro, trascorre la serata con suo fratello maggiore Michael e gli amici di questo. Quando esce a prendere la pizza, Elliott scopre l’alieno, il quale prontamente fugge. Nonostante la famiglia non gli creda, il ragazzo lascia dei dolcetti nella foresta per condurre l’alieno da lui. Una sera l’extraterrestre fa visita a Elliott, consegnandogli i dolcetti, e questo, entusiasta, nasconde l’alieno per non farlo vedere alla famiglia. [sinossi]

Straripante campione d’incassi, cult generazionale, icona del cinema fantastico degli anni Ottanta, E.T. l’extra-terrestre (E.T. the Extra-Terrestrial) di Steven Spielberg è un perfetto esempio di fantascienza family friendly, in netta contrapposizione con le atmosfere cupe e distopiche degli anni Settanta o le suggestioni orrorifiche del coevo (e anche per questo sfortunatissimo) La cosa di Carpenter.
All’epoca stupirono gli effetti speciali, in primis la creatura di Rambaldi e l’ampio ventaglio delle espressioni facciali e dei movimenti. E.T. l’extra-terrestre è impresso nell’immaginario collettivo grazie allo spirito avventuroso spielberghiano, alla capacità di raccontare l’infanzia e l’adolescenza, all’intramontabile sense of wonder, alla celeberrima sequenza del volo in bicicletta, al fertile rapporto col cinema classico – ancora John Ford e John Wayne: se in Guerre stellari Lucas omaggiava nel desertico pianeta Tatooine Sentieri selvaggi, girando una sorta di remake della celebre sequenza del ritorno a casa di Ethan e Martin dopo il massacro compiuto dagli indiani, Spielberg cita apertamente un’altra grande pellicola fordiana, Un uomo tranquillo, in un memorabile montaggio alternato con la sequenza originale del bacio tra Wayne e Maureen O’Hara e l’inattesa performance romantica del piccolo protagonista Elliot (Henry Thomas) con una graziosa compagna di classe (Erika Eleniak). Meraviglioso.

Walt Disney non è morto.
– Serge Daney [1]

Non era un complimento quello di Daney. Sì, certo, a Spielberg («il primo della classe») il critico francese riconosceva talento, grande perizia, una conoscenza invidiabile del mezzo e dell’industria. E del pubblico. Un affabulatore. Un regista/produttore capace di catturare grandi e piccini con le sue formule perfette. Insomma, un pifferaio magico. Da Hamelin ad Amblin il passo è breve e dentro la montagna sarebbero finiti gli spettatori e il sogno della New Hollywood. Nel leggere tra le righe della scalata al box office interplanetario di E.T. l’extra-terrestre, Daney rigettava sostanzialmente l’intero cinema statunitense. Una lettura politica che forse aveva più senso allora, ma che ancora oggi trova un buon numero di adepti, soprattutto tra gli impenitenti detrattori di Spielberg.

Guardando a E.T. l’extra-terrestre col senno di poi, non si possono negare alcune colpe. In fin dei conti, sono i successi di Lucas e Spielberg a sancire la fine della New Hollywood, ed è lo straripante successo di E.T. a indicare nuovi sentieri per la fantascienza, lontanissimi dalle corpose e fertili riflessioni anni Settanta del filone distopico/socio-politico e troppo impervi per le declinazioni pienamente orrorifiche, in primis l’allora incompreso La cosa.
Prima dei muscoli reaganiani (L’implacabile, Predator), saranno i ragazzini a dominare l’immaginario fantascientifico e, più in generale, il cinema degli anni Ottanta. Un problema? Col suddetto senno di poi, indubbiamente no. Al di là di qualsiasi riflessione sul disimpegno del decennio, su un riflusso forse inevitabile e sul tramonto di una Hollywood intrisa di politica, era la fantascienza distopica ad aver oramai mostrato la corda, lasciando idealmente spazio ad altre possibili narrazioni. Esauriti i grandi scenari e gli affreschi collettivi della fantascienza socio-politica, filtrati sempre attraverso personaggi adulti, non restava che reinventare il genere, trovare nuovi spazi, nuovi personaggi. Nuove speranze. In bilico tra fantascienza e fantasy, Lucas e Spielberg si lasciavano alle spalle la dimensione pubblica e politica per virare sulla dimensione familiare – anche tra le stelle, con le (dis)avventure della famiglia Skywalker, ma soprattutto attraverso la poetica spielberghiana, così legata alla frammentazione della famiglia.

Dalla tradizione del fantastico
la fantascienza eredita inoltre lo spazio misterioso del bosco,
una sorta di frontiera fra la civiltà e il suo esterno,
che in quanto tale è luogo d’elezione per l’approdo degli invasori. [2]

La grandeur sinfonica di John Williams (da guardare ma anche da riascoltare la sequenza della fuga con le biciclette, fino all’iconico volo) e le magie di Carlo Rambaldi sono la perfetta sovrastruttura spettacolare di un’avventura che è in gran parte domestica e che pesca a piene mani dal nascente teen movie, dal fantasy, dal cinema classico. Come buona parte delle produzioni della Amblin Entertainment (Gremlins, Ritorno al futuro, Piramide di paura) e delle coeve sceneggiature spielberghiane (Poltergeist – Demoniache presenze, I Goonies), E.T. l’extra-terrestre si muove tra scenari scolastici e domestici, tra i banchi di scuola e tra le rassicuranti strade suburbane, scovando lo straordinario in luoghi apparentemente normali, banali, normalmente ignorati. Come I Goonies e Ritorno al futuro, E.T. si muove lontano dalla grande città; come Poltergeist, catapulta una famiglia in una dimensione altra e mette letteralmente a soqquadro una villetta. Il grande pregio della fantascienza spielberghiana è la sua dimensione terrena, sognante, fanciullesca e adolescenziale – ad anni di distanza dal dittico Incontri ravvicinati del terzo tipo & E.T., anche in pellicole più complesse e stratificate come A.I. – Intelligenza artificiale, Minority Report, La guerra dei mondi e Ready Player One, il microcosmo familiare e le relazioni interpersonali resteranno il cuore pulsante della poetica spielberghiana.

Spielberg rovescia le prospettive. Torna alle invasioni aliene degli anni Cinquanta, ma in un ‘ottica positiva. Guarda allo Spazio, verso le stelle, per poi immergersi tra le mille luci dei sobborghi – il paesaggio urbano notturno ci rimanda al paesaggio digitale di un altro titolo fondamentale dei primi anni Ottanta, Tron di Steven Lisberger. Accarezza il conflitto generazionale, la crisi della famiglia, racconta i bambini e i ragazzi degli anni Ottanta, facendoli diventare il paradigma di quel cinema e fonte d’ispirazione per futuri cineasti – Stranger Things e tutto quel che segue. Gli anni di John Hughes sono alle porte.

Note
1. Serge Daney, Essere e avere E.T., in Roy Menarini, Cinema e fantascienza, Clueb, Bologna 2012, pag. 149.
2. Luca Bandirali, Enrico Terrone, Nell’occhio, nel cielo: teoria e storia del cinema di fantascienza, Lindau, Torino 2008, pag. 283.
Info
Il trailer di E.T. l’extra-terrestre.

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