Io ti salverò

Io ti salverò

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All’interno della cosmogonia hitchcockiana Io ti salverò, pur essendo uno dei film più noti e anche uno dei più trasmessi in televisione (grazie soprattutto alla presenza in scena di Ingrid Bergman e Gregory Peck), viene spesso visto come un’opera minore, tutta concentrata solo sul lato immaginifico e dimentica dello sviluppo narrativo. Se la trama si approssima con un certo semplicismo ad alcune traiettorie freudiane, va però detto che ci si dimentica con troppa rapidità del titolo originale della pellicola: Spellbound, incantato o incantata, come Peck vittima del suo trauma e Bergman innamorata al punto da rendere ancora più volitiva la sua ricerca della verità. Ma anche come lo spettatore, impossibilitato a uscire dall’onirismo per confrontarsi con il reale, imprigionato (con gioia) nell’incubo disegnato, è proprio il caso di dirlo, da Salvador Dalí.

Il sortilegio della psiche

La dottoressa Costanza Petersen lavora in una clinica psichiatrica (Green Manors, ossia Villa Verde) diretta dal dottor Murchison, che sta per andare in pensione anticipata a causa di un esaurimento nervoso e che dev’essere sostituito dal dottor Antonio Edwardes. Il dottore che arriva alla clinica, tuttavia, si scoprirà essere John Ballantyne, un giovane che soffre d’amnesia e che si sospetta sia l’assassino del vero dottor Edwardes… [sinossi]

Per quanto paradossale possa apparire, nel corso degli anni a dichiararsi cultori appassionati di Io ti salverò si è stati visti come degli ingenui, nel migliore dei casi. Nonostante sia una delle opere più trasmesse in televisione tra quelle dirette da Alfred Hitchcock, la vulgata (anche critica) ne parla come di un lavoro minore, in cui la logica della sceneggiatura è con troppa facilità abbandonata al suo destino e il tema cruciale, vale a dire la riflessione sulla psicanalisi, è trattato con un eccesso di faciloneria. A rincarare la dose dopotutto è il pensiero del diretto interessato, visto che anche Hitchcock non ne serbava un ricordo particolarmente buono – ma va detto che la severità di giudizio su se stesso era una delle prerogative del regista inglese –, e lo stesso può dirsi del suo principale interlocutore, François Truffaut, che nel celebrato libro-intervista Il cinema secondo Hitchcock azzarda l’inosabile, affermando: «Le dispiace se le dico che il film è una delusione?». Domanda un po’ retorica che trova d’accordo Hitchcock, di fatto mettendo una pietra tombale sulla riflessione critica successiva. Per quanto si possano comprendere le perplessità di fronte a un lavoro così nettamente ripartito tra il versante realistico e quello strettamente onirico, l’impressione è che una volta presa per buona la lettura di Truffaut e di Hitchcock si sia dimenticato per strada il film stesso. Insomma, si è scelto di accettare la debolezza evidente della sceneggiatura nel tratteggiare gli elementi più direttamente psicoanalitici gettando via tutto il resto del film, quasi che non esistesse altro al di fuori del racconto psicologico del trauma vissuto dal protagonista. Una scelta non solo un po’ frettolosa, ma anche quasi completamente cieca. Si vuol forse affermare che sotto l’aspetto strettamente freudiano Io ti salverò sia un film interessante? No, assolutamente. A voler interpretare il film ricorrendo alla lettura della psicanalisi si vedrebbe crollare l’intero assunto nel giro di pochi minuti: nulla, dalla messa in scena del rimosso (che nasconde la colpa, tema centrale della poetica hitchcockiana) fino all’interpretazione del sogno, così letterale che sarebbe in grado di dipanarlo anche un bambino in età prescolare, è attendibile sotto il profilo psichiatrico e scientifico. Nulla. Ma è forse questo un limite? Nella rappresentazione della follia al cinema, c’è bisogno di ricorrere alla credibilità del comportamento schizoide? Certo, non gioca a favore della pellicola il fatto che essa si apra con una scritta che recita “Questa storia tratta della psicanalisi, il metodo con cui la scienza moderna cura i problemi emotivi della gente. L’analista cerca non solo di indurre il paziente a parlare dei suoi problemi nascosti, ma di aprire le porte della sua mente. Una volta scoperti e interpretati i complessi di cui il paziente soffre, la malattia e la confusione spariscono e si allontanano dallo spirito i demoni dell’irragionevolezza”.

È anche vero che Hitchcock si fidò moltissimo di Ben Hecht, lo sceneggiatore scelto per la bisogna (tornerà a firmare un lavoro col regista britannico l’anno dopo, in Notorious – L’amante perduta, ma come spin doctor collaborerà alla riuscita de Il prigioniero di Amsterdam, Prigionieri dell’oceano, Il caso Paradine, Nodo alla gola e L’altro uomo – Delitto per delitto: qui si inserì su un progetto che era stato curato in precedenza da Angus Macphail, storico co-sceneggiatore di Hitchcock al quale viene perfino attribuito il merito di aver coniato il termine MacGuffin), che vantava conoscenze nel campo della psicanalisi. Questa pomposità eccessiva, quasi che si temesse di offendere una categoria scientifica non troppo anziana – e coeva della nascita del cinema –, appesantisce nei fatti il valore precipuo e fondamentale di Io ti salverò, vale a dire quello di sfruttare uno stratagemma – nel caso specifico il trauma vissuto da Gregory Peck, e che l’ha condotto all’amnesia – per mettere in scena la più classica delle avventure à la Hitchcock, con un uomo che deve provare la sua innocenza e, braccato, viene aiutato da una figura femminile. Sotto il profilo strettamente d’azione il film scivola via con un’armonia altrove non riscontrabile: la coppia d’innamorati funziona alla perfezione (dopotutto Ingrid Bergman, insieme a Grace Kelly, rappresenta la summa della rappresentazione del femmineo nell’empireo di Hitchcock), così come la rocambolesca avventura che li vede fuggire da Villa Verde, prendere un treno – la sequenza alla stazione palesa la naturalezza fuori dal comune con cui Hitchcock sa gestire la suspense, tra tagli dell’inquadratura sibillini e geniali stacchi di montaggio – e recarsi dal professor Brulov, mentore della dottoressa incarnata da Bergman. Per quanto si aggrappi a una veridicità scientifica, la sospensione del reale è il punto di caduta determinante dello sguardo dello spettatore. Dopotutto per rendersi conto di quale sia l’operazione condotta in porto da Hitchcock (ancora al soldo di David O. Selznick, colui che lo portò a lavorare a Hollywood nel 1940) basta riavvolgere il nastro fino all’inizio. Il film, nella tradizione di Selznick, uomo d’altri tempi e d’altri ritmi, si apre con una ouverture musicale che accompagna gli spettatori con il tema portante composto da Miklós Rózsa, che si lancia anche in un uso molto in avanti sui tempi del theremin. Sui titoli di testa invece l’immagine è quella di un albero autunnale sferzato dal vento. Quindi, prima che irrompa la lunga scritta già citata in precedenza, compare un esergo, che estirpa un concetto dalla poetica di William Shakespeare. La colpa non è nelle stelle, ma in noi stessi.

Io ti salverò è un film quasi schizoide, in completo conflitto con se stesso. Vuole trasformare in thriller lo studio psicanalitico, ma allo stesso tempo rifugge verso il poetico (la metafora dell’albero scompigliato dal furore del vento, la citazione). Vuole la verità ma si lascia da subito corrompere dal potere immaginifico del sogno. È un lungo deliquio onirico, Io ti salverò, tratto non a caso da un romanzo di Francis Beeding che spingeva il pedale sul registro dell’assurdo, del folle, del paranoide. Hitchcock decide di allentare la furia del testo originale, ma non si esime dal compito – arduo, ma stimolante – di rendere tangibile la materia incubale, l’onirismo. La follia prende così la strada dell’astrazione, e dell’avanguardia. Se tutto il film è un viaggio alla ricerca di una verità che possa scagionare il protagonista dalla colpa che gli viene attribuita (quella di aver assassinato il suo medico curante per poi prenderne il posto), Hitchcock lo legge anche come una sfida ai legacci che di solito frenano l’immaginario. Dei suoi film è quello più vicino alle avanguardie storiche – insieme al britannico Vinci per me, probabilmente – e non solo per il fatto che la famosissima sequenza del sogno di Ballantyne da interpretare sia disegnata da Salvador Dalí. Dimostrano la vicinanza al surrealismo anche le porte che si aprono nella mente e nell’animo di Costanza, o l’inquadratura in soggettiva della pistola che il villain punta nel finale contro la ragazza, e quindi contro se stesso (e lo spettatore, di conseguenza). Hitchcock disegna un film di linee, angolazioni che creano divisori tra zone d’ombra e di luce, inquadrature in grado di parcellizzare lo spazio, di dilatarlo e ridurlo a proprio piacimento. In mezzo a questo pandemonio la serietà della psicanalisi viene meno, è vero, e la trama corre il rischio di fare acqua da molti punti di vista. Non c’è dubbio. Ma sarebbe opportuno allora ricordare il titolo originale del film: Spellbound alla lettera significa incantato o incantata. Come Peck vittima del suo trauma e Bergman innamorata al punto da rendere ancora più volitiva la sua ricerca della verità. Ma anche come lo spettatore, impossibilitato a uscire dall’onirismo per confrontarsi con il reale, imprigionato (con gioia) nell’incubo disegnato.

Info
Il trailer di Io ti salverò.

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