Notorious – L’amante perduta

Notorious – L’amante perduta

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Secondo film di Alfred Hitchcock a raggiungere le sale dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Notorious – L’amante perduta è anche l’ultimo titolo a collezionare tra i villain dei nazisti. Il MacGuffin dell’uranio nascosto nelle bottiglie di vino è l’escamotage narrativo che il regista britannico utilizza per affondare il coltello nella schiena del moralismo, raccontando un’eroina che per il solo fatto di essere figlia di una spia tedesca è guardata con sospetto da tutti fino alle estreme conseguenze. Grande riflessione sull’eterna lotta tra dovere e piacere, Notorious è uno dei capolavori di Hitchcock, irradiato da una fotografia algida e al contempo luminosissima e dall’interpretazione di Cary Grant e Ingrid Bergman.

La chiave dell’intreccio

Miami, Florida. 24 aprile 1946. Ore 15.20. Si conclude il processo contro la spia tedesca John Huberman: l’imputato è condannato a vent’anni di carcere. Un gruppo di giornalisti e di fotografi attende con impazienza di intervistare la figlia, Elena (Alicia nell’originale inglese), ma sono delusi perché lei se ne va senza rilasciare alcuna dichiarazione. La donna, tempo dopo, ospita a un party, offerto nella sua casa, un avvenente sconosciuto che le piace e che, in stato di evidente ubriachezza, corteggia. Il mattino successivo egli rivela la sua identità: è l’agente segreto T.R. Devlin e l’ha contattata per conto del governo americano, per chiederle di partecipare a una missione in Brasile, volta a smascherare un complotto filonazista… [sinossi]

A partire dal 1940, prima dunque che gli Stati Uniti d’America si uniscano agli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale, Alfred Hitchcock utilizza i nazisti come villain e principali antagonisti degli eroi delle vicende che mette in scena. È così infatti in Il prigioniero di Amsterdam, Sabotatori, Prigionieri dell’oceano, oltre ai cortometraggi documentari Bon Voyage e Aventure malgache che Hitchcock dirige con in scena The Moliere Players, una compagnia di attori francesi di stanza in Gran Bretagna. A questi film il regista alterna alcune delle sue mirabili riflessioni sulle insondabili profondità – e oscurità – dell’animo umano e della sua psiche, in film divenuti celeberrimi come Rebecca, la prima moglie, Il sospetto e L’ombra del dubbio. Questa prima fase dell’avventura hollywoodiana di Hitchcock, che ha abbandonato la natia Inghilterra dopo diciassette anni di lavoro e 25 film diretti (ne sono sopravvissuti 24, mentre è considerato perduto L’aquila della montagna), appare quasi dicotomica: l’avventura ansiogena da un lato, il mélo sentimentale dall’altro, per quanto non manchino in questo secondo approccio le atmosfere incubali che saranno il cuore pulsante della propria poetica espressiva. Notorious, che partecipa a inaugurare il dopoguerra statunitense – lo anticipa di qualche mese Io ti salverò, incursione hitchcockiana in territori quasi freudiani, per quanto semplificati al massimo – è l’ultimo film a ospitare come “nemici” i nazisti, per quanto in trasferta brasiliana, e cerca di tenere insieme l’afflato più prettamente spionistico con la tensione sentimentale, grazie alla storia d’amore tra Elena Huberman (in originale Alicia, assecondando il malcostume italiano dell’epoca di modificare e in gran parte italianizzare i nomi anglosassoni) e T.R. Devlin, attorno alla quale ruota realmente il film. I nazisti sono infatti poco più che un MacGuffin, l’escamotage per poter creare suspense e minare il rapporto affettivo tra i protagonisti: lo stesso compito lo svolge in tutto e per tutto l’uranio, dal quale il complotto filonazista vorrebbe desumere la bomba atomica e che Alessio Sebastian (Alexander, ovviamente, in inglese) nasconde nella sua ricca cantina, nelle bottiglie di vino.

Di tutte le storie d’amore hitchcockiane, quelle che ancora non si spostano verso l’ossessione – come sarà invece nelle opere più tarde del regista, a partire ovviamente dal sommo La donna che visse due volte –, Notorious è con Rebecca la più fiammeggiante, la più totale sotto un certo punto di vista. Non a caso sono anche le due storie d’amore in cui il personaggio femminile è più fragile, impossibilitato a trovare una propria dimensione e schiacciato dal peso della società in cui è costretto a muoversi. Entrambe le eroine si trovano catapultate in un mondo che non è il loro (l’Inghilterra aristocratica da una parte, Rio de Janeiro dall’altra) con dei mariti che quasi non conoscono e un’altra presenza femmine più anziana che in realtà detta le regole. Il personaggio della madre di Sebastian, che riprende in gran parte il ruolo ansiogeno e dittatoriale che fu della signora Danvers a Manderlay – e di donne adulte dispotiche e castranti il cinema di Hitchcock è pieno, siano esse vive o imbalsamate – è uno degli elementi più affascinanti di Notorious. Interpretata in maniera sublime dalla sessantenne austriaca Leopoldine Konstantin, grande interprete teatrale ma con una carriera cinematografica abbastanza scarna, la madre di Sebastian è un elemento fondamentale per quel che concerne la lettura del personaggio di Elena/Alicia: è lei a non fidarsi mai della nuora, a mettere sull’avviso il figlio, a infangare la reputazione già malmessa della ragazza. Nel paradosso mai privo di sarcasmo inscenato da Hitchcock, ciò che fa ridere è che è l’unico personaggio a infamare Elena con un briciolo di verità su cui poter fare affidamento. La messa alla berlina sistematica di Elena da parte di tutti, a partire dai servizi segreti statunitensi fino ad arrivare allo stesso Devlin, che si pretende innamorato ma la tratta con una freddezza che sconfina nell’ingiustizia, è una delle raffigurazioni più potenti, ed empatiche, che il regista fa del concetto di vittima, e della colpa da espiare. La colpa di Elena è quella di essere figlia di un nazista, un’ombra sulla sua stessa esistenza che a guerra mondiale appena terminata è considerata una vera e propria onta, un delitto per il quale non è prevista redenzione alcuna. Sarà per via del conflitto oramai terminato con la sconfitta dell’esercito tedesco, ma questo è l’unico film di Hitchcock in cui i nazisti vengono raffigurati nella normalità della vita quotidiana: Alessio Sebastian non è certo più mostruoso, ambiguo o cattivo di Devlin, anzi, visto il distacco con cui il personaggio interpretato da Cary Grant osserva il mondo che lo circonda viene quasi naturale parteggiare per il mingherlino Sebastian, affidato alle cure di un Claude Rains che trattiene nella sua recitazione una frustrazione rabbiosa, ma in fin dei conti soprattutto disperata.

Regista spesso artefice di vere e proprie peripezie tanto tecniche quanto narrative (si pensi a Intrigo internazionale, per esempio), in Notorious Hitchcock disegna una narrazione semplicissima: al di là dello stratagemma legato all’uranio per costruire la bomba atomica – e Hitchcock racconta di come questo aspetto, in fase di sceneggiatura, sia stato motteggiato per la sua implausibilità: dopotutto era il 1944 all’epoca, e il genocidio nucleare non si era ancora abbattuto su Hiroshima e Nagasaki –, tutto il film ruota intorno a un uomo innamorato di una donna che per dovere nei confronti della sua nazione è costretto a lanciarla direttamente nelle braccia di un altro uomo, suo antagonista. Il tema della donna contesa viene dunque tramutato in un silente duello a distanza, in cui l’unica vittima è proprio la povera ragazza, stretta tra la depressione e il rischio di essere scoperta, e dunque trucidata. L’alcolismo di cui cade preda, riflesso della depressione, ben si lega al veleno con cui i Sebastian decidono progressivamente di farla fuori, senza dare nell’occhio. Questa sovrapposizione tra alcol e veleno, che tornerà ad avere una funzione narrativa ne Il peccato di Lady Considine, è un aspetto particolarmente interessante: l’elemento thriller – il veleno letale ingerito suo malgrado – si sposa perfettamente con quello melodrammatico, materializzato nel torpore provocato dall’alcol per sopperire alle mancanze dell’amore vero, quello che non può avverarsi per non far crollare di colpo il castello di carte messo in piedi per sgominare la banda di nazisti in trasferta carioca. Per sigillare ulteriormente la semplicità del discorso intrapreso Hitchcock limita anche i tagli di montaggio, senza per questo rinunciare ad alcuni dei colpi a sorpresa estetici che l’hanno sempre reso celebre: si pensi all’elaborato movimento di macchina che dalla scalinata della casa riesce ad arrivare fino al dettaglio della chiave, per esempio, o alla geniale sequenza del bacio tra Cary Grant e Ingrid Bergman, all’apparenza quasi interminabile ma in realtà giocato su una lunga serie di piccoli baci, anche per non indispettire i censori bacchettoni del Codice Hays. Per il resto Hitchcock, che veniva dall’onirismo estremo di Io ti salverò, dove aveva partecipato alla costruzione immaginifica perfino Salvador Dalí, si focalizza sul sento intimo della pellicola, sulla storia d’amore, e fa dominare la pellicola dalla lucente e al contempo durissima fotografia lavorata da Ted Tetzlaff, con cui pure sembra che i rapporti non siano stati dei migliori (dopotutto Tetzlaff era già lanciato verso la propria carriera registica, e mal sopportava quelle che considerava ingerenze da parte di Hitchcock). Cristallina riflessione sull’eterna lotta tra dovere e piacere, Notorious è una delle opere più pure e dirette portate a termine dal regista britannico, e condensa al proprio interno – facendoli sposare con una naturalezza sorprendente – tutti gli spunti e i temi ricorrenti che in quegli anni facevano parte della sua poetica. Il merito va anche a Cary Grant e Ingrid Bergman, coppia pressoché perfetta e tra le più credibili dell’intera carriera di Hitchcock. Con il primo, dopo Il sospetto, girerà ancora Caccia al ladro e Intrigo internazionale; la Bergman invece, che già aveva dominato la scena l’anno prima in Io ti salverò, tornerà a lavorare con lui nel 1949 ne Il peccato di Lady Considine, prima di abbandonare Hollywood per seguire il suo nuovo compagno, Roberto Rossellini. Il mondo del cinema, e non solo, stava cambiando.

Info
Il trailer di Notorious.

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