La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone

La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone

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A cinque anni di distanza da Thomas e gli indemoniati Pupi Avati torna al cinema con La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone, e per la prima volta si cimenta con l’industria: ne viene fuori una commedia iper-grottesca, in cui i tipi romagnoli riecheggiano dell’esperienza felliniana e che non ha pietà verso nulla e nessuno, a partire da usi e costumi della Chiesa. Un festival dell’eccesso che trova la sua compiutezza nell’interpretazione eccelsa di Ugo Tognazzi.

Miracoli e miracolati

Il nobile Anteo Pellacani è un uomo cinico, misantropo e anticlericale che fa ritorno al paesino di Bagnacavallo in Romagna per prendere possesso della casa e dell’orto appena ereditati. Nell’orto c’è un albero di fico fiorone, sotto al quale nell’anno 726 avvenne lo stupro di una giovane, Girolama Pellacani, che si sacrificò offrendo la sua verginità ai barbari longobardi per salvare le compagne. Da allora quell’albero divenne miracoloso, fino a quando il nobile Anteo, un tempo promettente atleta, cadde dal fico ed ebbe gravi danni ad una gamba, compromettendo irrimediabilmente la propria carriera agonistica. Da allora venne soprannominato “La gambina maledetta”. Anteo, divenuto ora proprietario, vuole sfogare il proprio risentimento sull’albero e abbatterlo. [sinossi]

La mazurka, spesso italianizzato in mazurca, è una danza di coppia con ritmo ternario che a partire dalla Polonia intorno al Sedicesimo secolo, si è poi diffusa in tutta le corti europee a partire dal Diciottesimo secolo, per poi divenire oggetto di studio per alcuni tra i più acuti compositori dell’Ottocento, da Chopin a Čajkovskij, da Ravel a Debussy. Arrivò ovviamente anche in Italia, e si diffuse con una certa facilità, così come un’altra danza in ritmo ternario – ma di discendenza austriaca –, il valzer, che si evolse a partire dal ländler. Queste due danze, legate tra loro dal ritmo binario della polka, che ha origine nella popolazione ceca, crearono la musica popolare romagnola, che oggi è più conosciuta con il termine generico ballo liscio. La Romagna, grazie all’invenzione di Carlo Brighi detto Zaclén da Savignano sul Rubicone, si trasformò a cavallo tra Ottocento e Novecento, nella patria della danza, spingendosi a colonizzare l’Emilia e poi anche la Lombardia e il Piemonte. Nell’epoca delle masse popolari che iniziano a divenire attive nella vita sociale della nazione, le balere possono con tutto diritto essere annoverate come il primo e principale punto d’incontro. La mazurca dunque ha un ruolo fondamentale nello sviluppo sociale dell’Italia novecentesca, e non è un caso che sia il ritmo scelto da Pupi Avati per il suo primo confronto diretto con l’industria cinematografica. La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone, al di là della bizzarria del titolo (ma per tutti gli anni Settanta l’eccentricità dei titoli di Avati sarà uno dei tratti distintivi più evidenti: solo nel 1981, con Aiutami a sognare, storia d’amore tra la vedova Mariangela Melato e l’aviere statunitense Anthony Franciosa, si invertirà almeno in parte la tendenza) è infatti il ritorno alla regia del regista bolognese dopo un lustro di assenza. Gli esperimenti completamente indipendenti di Balsamus, l’uomo di Satana e Thomas e gli indemoniati, prodotti in piena indigenza dalla Magic Films di Marino Carpano e dalla C.D.R. Cinematografica, che fallì prima di dare una pur labile distribuzione al film, rischiavano di segnare la fine di una carriera appena agli esordi. Invece con La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone Avati riuscì per la prima volta a ottenere visibilità tanto nell’universo critico quanto nei rapporti con il pubblico. La presenza in scena di un mattatore televisivo come Paolo Villaggio e soprattutto di uno straripante Ugo Tognazzi – come assistente alla regia è accreditato il figlio Ricky, all’epoca ventenne a un passo dal diploma al Cine Tv di Roma, in via della Vasca Navale – assicurò alla pellicola la giusta visibilità. Al resto pensò una narrazione schizoide, dominata dal registro grottesco, così espanso e colmo di crudeltà da rasentare in più di un’occasione la blasfemia. Dopotutto il rapporto di Avati con il concetto di sacro meriterebbe un approfondimento a parte, ed è assai più strutturato e ramificato di quanto non possa apparire a uno sguardo superficiale.

Per quanto si sposti ben presto in direzione di una commedia non priva di manrovesci tragici e amari, in cui il bozzetto sottoproletario guarda con insistenza alla fenomenologia felliniana (che appena un paio di anni prima ha partorito Amarcord, forse l’istantanea più intima delle memorie infantili nel riminese), La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone nell’incipit sembra occhieggiare al Medioevo cencioso e oltre la soglia del ridicolo che tanta fortuna portò a L’armata Brancaleone. Il resoconto della storia del fico fiorone in quel di Bagnacavallo, con il martirio di tal Girolama Pellacanial tempo dei longobardi, mostra non poche affinità con l’ideale di Monicelli, in particolar modo per l’aura di mistico sarcasmo che pervade le immagini. La desacralizzazione, che sarà elemento portante dell’intero film, è già presente in questa introduzione, che serve anche a portare in scena l’incarnazione del demonio, quell’Anteo Pellacani che eredita la casa di famiglia, e dunque anche il fico fiorone del titolo – quello al quale si deve anche la santità della succitata Girolama, che alla sua ombra venne stuprata e dunque resa benedetta. Per sottolineare tanto l’ateismo di A(n)teo quanto la ritualità del credo e della credulità, Avati bombarda lo spettatore con una mitragliata – nel vero senso della parola, come potrà testimoniare chi ha visto il film – di sequenze a pochi passi dal nonsense, screziate di un grottesco laido, selvaggio, barbarico almeno quanto le orde longobarde. Nel tentativo, riuscito, di marcare il territorio, il regista innalza un peana a una terra che ha sempre vissuto con grande schiettezza e perfino violenza la dialettica tra la fede e la blasfemia, la negazione di qualsiasi tipo di credenza immateriale. Questa dialettica, che con il passare del tempo si sperderà all’interno della filmografia avatiana, eccezion fatta per le incursioni nei territori dell’orrore (lo dimostra anche il recente, e ingiustamente bistrattato, Il signor Diavolo), è invece estremamente fertile nella prima parte della carriera; Avati, pur nella convinzione del proprio rapporto con il cattolicesimo, comprende il potere demitizzante dell’immagine, la sua bestemmia quasi endemica, la necessità di non porsi di fronte al sacro come qualcosa di inscalfibile, e “maneggiabile”. Così il film procede, seguendo il ritmo di una danza popolare, tra una bomba a mano e un atto dissacrante, grazie anche alla verve attoriale di un Tognazzi storpio – per la caduta giovanile dal sempiterno fico fiorone, che ha fatto crescere in lui l’anticlericalismo – e pure impotente. L’assenza della potenza sessuale, che lo menoma ben più della gamba malridotta che l’ha costretto a rinunciare ai sogni sportivi di gloria, è il motivo più intimo e profondo del livore, e non è un caso che quest’ultimo possa essere lenito solo dall’apparizione sulla pianta di una finta santa, in realtà prostituta pagata da un verminoso individuo – Paolo Villaggio, che rifiutò la parte andata poi a Tognazzi, è un profluvio di birignao studiati per le sue dinamitarde incursioni televisive – per prendere in giro Anteo.

L’iconoclastia avatiana, che troverà ulteriori conferme in quegli anni tanto nelle opere più aperte alla dialettica con il goliardico (Bordella, Tutti defunti… tranne i morti) quanto in quelle che invece guardano al soprannaturale, e al gotico padano – ovviamente La casa dalle finestre che ridono, ma anche il dimenticato e sublime Le strelle nel fosso –, fiorisce ne La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone in un movimento e nel suo dichiarato opposto. A una prima metà del film che tracima di umori grotteschi, paradossali, oltre il limite del comico, ne fa seguito una seconda in cui l’afflato dissacrante si mescola a un temperamento dimesso, empatico con l’umanità del suo protagonista – e in questo cambio di registro gioca un ruolo ancor più determinante la caratura attoriale di Tognazzi –, disilluso verso la società e il suo progredire ma non più pervaso di puro cinismo. È la dialettica di Avati, la lotta con se stesso prima ancora che con il mondo esterno, la necessità di trovare un punto di coesione che leghi la frenesia al candore estatico, senza sussulti. In questo film alcuni passaggi sono ancora acerbi, e lo stacco può apparire come una cesura troppo netta, e troppo dura. Ma il lirismo terraceo di Avati, ennesimo prodotto di una terra mistica e operaia, contadina ed eterna come l’Emilia-Romagna (il film come già scritto è ambientato a Bagnacavallo, tra Ravenna e Forlì, ma è girato interamente in Emilia – e in parte perfino a Manziana, alle porte di Roma), è un bene prezioso che non ha molti paragoni possibili, e che parte della filmografia successiva del regista ha fatto dimenticare. Riscoprire le origini, cinematografiche ma prima ancora culturali, di Avati (e nella colonna sonora ci si perde in ritmi jazzati, come d’abitudine), significa aprire gli occhi su una produzione bizzarra, diseguale ma anche per questo mai allineata al pensiero comune, e all’ideologia dominante.

Info
La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone, il trailer.

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