Tutti defunti… tranne i morti

Tutti defunti… tranne i morti

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Con Tutti defunti… tranne i morti Pupi Avati, giunto al sesto lungometraggio, mescola il thriller al grottesco, giocando con il giallo à la Christie e condendo il tutto con un gusto parodico e dissacrante. Un’opera buffa che fa del bislacco il minimo comun denominatore della sua estetica, a partire nella scelta dell’eroe da una figura del tutto distante dall’iconografia classica, Carlo Delle Piane, qui alla prima collaborazione con Avati.

Giganti sulle spalle dei nani

Dante deve vendere dei libri sulle leggende legate alle famiglie nobili dell’Emilia-Romagna ai discendenti delle famiglie stesse. Arrivato al castello Zanotti, dove quella stessa mattina è spirato il capofamiglia, il Marchese Ignazio, è costretto a restare anche dalle avance della figlia del morto, Ilaria. Ma al momento del funerale, si scopre che ad essere stato sepolto non è il marchese Ignazio, bensì il suo domestico Giulio, ucciso con un piolo di legno nel petto. Inoltre, l’anziana cameriera Rosa è scomparsa… [sinossi]
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Inquadratura dal basso verso il cielo, e due alberi resi spogli dall’inverno. Soffia lugubre il vento. Nell’inquadratura fa il suo ingresso in una figura incappucciata, tutta vestita di nero. La sua voce è senza vita, quasi faticasse a emettere anche il più flebile suono: “Saranno in dieci, legati al nostro nome. Uno ne rimarrà, non si sa come. E da quei nove morti composti al cimitero, avrà luce il tesoro e scoprirà il mistero”. Un lampo – artificio dell’effetto speciale a basso costo – colpisce un albero. Ha inizio così Tutti defunti… tranne i morti, sesto lungometraggio dell’allora trentottenne Pupi Avati (il film uscì nelle sale nel marzo del 1977, attestandosi attorno ai trecento milioni di lire di guadagno) e penultimo film che il regista bolognese dirigerà negli anni Settanta. Non è poi così sbagliato affermare che si tratti di un punto di non ritorno all’interno della filmografia avatiana: dopo arriverà dapprima Le strelle nel fosso, ambiziosa e coraggiosa fiaba nera che ancora aspetta la dovuta rivalutazione – soprattutto per quel che concerne il rapporto con il pubblico, visto che la critica ha imparato a maneggiare con maggiore attenzione rispetto al passato gli esordi di Avati – e quindi si entrerà negli anni Ottanta, decennio in cui la poetica del regista si sposterà su timbriche più quotidiane, alla ricerca di un racconto della classe media che permeerà anche i decenni a venire e che nel cuore dell’Italia rampante e craxiana toccherà il proprio apice in almeno tre occasioni (Una gita scolastica, Impiegati e Regalo di Natale: si lascia volutamente fuori da questo computo un residuo del passato come il fondamentale Zeder). Il Pupi Avati degli anni Settanta, per quanto qua e là rintracciabile anche nel resto della carriera, è un mondo a parte. Un mondo che non assomiglia a niente e nessuno: certo, vi si rintracciano echi felliniani, ma anche di Marco Ferreri e perfino di Roman Polanski e Luis Buñuel (con le debite distanze, ovvio), ma non è muovendosi solo ed esclusivamente nell’apparentamento cinefilo che vi si può scorgere la vera e profonda essenza. Bolognese e orgogliosamente emiliano, Avati è stato e forse è ancora un regista territoriale. Sa essere universale (dopotutto lo testimoniano molte delle sue opere prima di qualsivoglia dissertazione critica) ma non rinuncia a un piccolo mondo antico in cui è cresciuto, e che l’ha forgiato. Non è un caso che, nonostante il trasferimento a Roma – capitale del cinema, e per lungo tempo unico luogo in cui pensare di poter vivere se si era interessati alla Settima Arte – tra i suoi collaboratori più stretti resti, oltre com’è logico al fratello Antonio, l’altro bolognese Gianni Cavina e il compositore Amedeo Tommasi, triestino di nascita ma felsineo per formazione.

Chi ha una certa dimestichezza con la filmografia di Avati non faticherà a ritrovare in Tutti defunti… tranne i morti le linee guida del suo pensiero, almeno per quel che concerne la prima fase della carriera. Forte di una storia che si sviluppa a ridosso del macabro (si parla pur sempre di ammazzamenti plurimi, pur destrutturati), il film guarda con insistenza in direzione del grottesco, del surreale, prendendo spunto dal genere per lanciarsi in una folle corsa sfrenata nei campi liberi e liberatori del nonsense, del paradosso, tra cinica disillusione e farsa dichiarata. Se questo sesto lungometraggio portato a termine da Avati nel corso di poco meno di un decennio deve essere letto come la punta estrema, il lascito più imbastardito e forse persino coraggioso – ma anche dominato da una forte carica di naïveté –, è proprio perché al proprio interno si agitano le varie anime dell’immaginario avatiano. C’è innanzitutto il rimando diretto al cosiddetto gotico padano, di cui il regista è maestro indiscusso e fonte d’ispirazione primaria: solo l’anno prima era uscito nelle sale La casa dalle finestre che ridono, il suo primo thriller/horror, genere che diventerà un appuntamento fisso di decennio in decennio (negli anni Ottanta Zeder, nei Novanta L’arcano incantatore, negli Zero del nuovo millennio Il nascondiglio e nei Dieci Il signor Diavolo). Ovviamente Tutti i defunti… tranne i morti non appartiene al genere, perché si muove su un registro comico, demenziale e dissacrante che ne fa risaltare semmai le volute parodistiche; eppure l’humus è quello, così come il panorama, la lunga distesa a perdita d’occhio senza monti né intralci della bassa padana, tra la via Emilia e il gotico parafrasando Francesco Guccini. Il gotico è il primo degli elementi messi alla berlina con sapido gusto del paradosso da Avati, che gioca dunque anche con se stesso, con la sua creatura più celebrata – e discussa, ça va sans dire. Ma in Tutti defunti… tranne i morti non c’è solo l’eco delle storie notturne che i contadini si raccontavano l’un l’altro tra le balle di fieno accanto a un fuoco ristoratore (come accadrà ne Le strelle nel fosso); ecco infatti il grottesco che già pittava la facciata sorprendente de La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone o di Bordella. Un grottesco crudele, che non guarda in faccia a niente e a nessuno (“lei è una vera nana?” chiede senza indugi il piazzista Dante, interpretato da Carlo Delle Piane, quando la cameriera affetta da nanismo gli apre il portone del castello Zanotti) e procede senza alcun nesso logico, senza alcun senso, senza dover render conto della propria coerenza.

Avati ha più volte raccontato come le sequenze siano state scritte da lui e dagli altri tre sceneggiatori (il fratello, Cavina e Maurizio Costanzo, collaboratore a sua volta fisso in questa fase della carriera di Avati) inventando situazioni a rotta di collo, e senza preoccuparsi in alcun modo di dove avrebbero dovuto essere inserite all’interno della storia, e soprattutto del perché. Quel che ne viene fuori è un oggetto assai al di là del bizzarro, quasi avanguardista nella sua sconnessione con la logica, esercizio di pensiero anarchico che prende il prototipo del giallo, quello con omicidi in serie che fu fonte di buona parte del successo di Agatha Christie, e se ne fa beffe. I morti non sono morti, i non-morti sono morti, si può giocare alla roulette russa anche con cinque proiettili nel tamburo della pistola, ci si lancia dalle finestre sui cavalli. Ogni demenziale ipotesi di sberleffo è consentita, approvata, sottolineata. Si maneggia il noir, il thriller, il giallo, si rifà il mondo decaduto e decadente della nobiltà, ci si concede persino un personaggio che sembra catapultato nella piana emiliana dal vecchio west, quello della frontiera. Non esiste limite, perché oramai il limite (perfino quello estremo che divide il mondo dei vivi da quello dei morti) è stata superato. Avati si spinge oltre, verso livelli che non potranno avere un seguito, e lo fa attorniandosi dei suoi amici di sempre, degli attori con cui ha condiviso anche le sue opere precedenti, a partire da Bob Tonelli, che era addirittura già in Balsamus, l’uomo di Satana, e resterà sui set di Avati fino alla morte, nel 1986. Tra gli altri, oltre a uno spiritato Michele Mirabella nei panni dell’americano, a Cavina e a Francesca Marciano, c’è un esordiente nelle produzioni avatiane: è Carlo Delle Piane, che prenderà poi ad altri nove film del regista. Dieci in tutto, legati al nostro nome. Lo diceva la profezia, d’altro canto.

Info
Tutti defunti… tranne i morti, il primo omicidio.

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