A Better Tomorrow

A Better Tomorrow

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A Better Tomorrow è il film che permise a John Woo di riemergere dopo una serie di flop commerciali e di imporre un nuovo ritmo e un nuovo colore (dopotutto a tradurre letteralmente il titolo originale si avrebbe “I veri colori di un eroe”) al noir-action hongkonghese. Il merito Woo lo deve dividere con Tsui Hark, qui nelle vesti di produttore. Opera straripante, iper-classica e dalla morale incrollabile, A Better Tomorrow gronda di un romanticismo a tratti quasi insostenibile, ma è dominato dall’amore assoluto che il regista mostra nei confronti dei suoi personaggi, interpretati con sublime partecipazione da Ti Lung, Leslie Cheung e Chow Yun-fat.

I veri colori di un eroe

Ho Tse-sung e Mark Lee sono grandi amici, e insieme lavorano per la Triade occupandosi del traffico di moneta statunitense contraffatta. In seguito a un incontro “d’affari” che si rivela in realtà una trappola, Ho viene arrestato. Tre anni dopo, uscito di prigione, è intenzionato a lavorare onestamente, ma la Triade non glielo concede, e i suoi rapporti con il fratello minore Kit – che sta facendo strada nella polizia locale – sono molto difficoltosi… [sinossi]

Bastano pochi stacchi di montaggio per cambiare la storia del cinema? A giudicare dall’incipit di A Better Tomorrow si potrebbe legittimamente pensare di sì. Prima ancora che compaia il titolo di testa lo spettatore si trova di fronte a una brevissima sequenza: Ho Tse-sung sta dormendo, e nel suo sogno il fratello minore Kit viene stroncato da un colpo di pistola mentre corre strada. Ho si sveglia di soprassalto urlando il nome del fratello. John Woo risolve la sequenza, della durata di trenta secondi, con sei inquadrature. Le prime due, montante entrambe due volte alternativamente, sono un primo piano di profilo di Ho che dorme e il totale con la morte di Kit, in un’inquadratura decolorata per accentuare l’impressione di trovarsi in una dimensione onirica. Occupano venti dei trenta secondi: gli ultimi dieci prevedono invece quattro inquadrature, tre delle quali replicano lo scatto improvviso dell’uomo dal sonno alla veglia, e l’ultima è un dettaglio dell’occhio aperto/chiuso sul quale scivola un rivolo di sudore. Sì, forse bastano davvero pochi stacchi di montaggio e trenta secondi di film per intervenire nella storia del cinema e modificarla. Quest’incipit contiene infatti già, a mo’ di ouverture sinfonica, tutti gli elementi necessari per entrare nel mood di A Better Tomorrow, che delineerà con una precisione quasi assoluta il rinnovamento del noir, dapprima nella piccola città-stato all’epoca ancora sotto l’egida britannica, per poi spandersi a macchia d’olio in tutto il resto del mondo. La rivoluzione portata dalla produzione del noir e del poliziesco hongkonghese continua ancora oggi, a oltre trent’anni di distanza, a influenzare la maggior parte dei registi locali, e ha preso piede ben presto anche a Hollywood. Ma tornare con la mente a quei trenta secondi succitati permette di cogliere anche lo spirito con cui John Woo (e Tsui Hark, come si vedrà tra poco) affrontarono una materia se si vuole anche stereotipata, senza negare i cliché ma elevandoli a un tale livello di esasperazione da mitizzarli, rendendoli icone immarcescibili, e perciò in grado di sostenere il confronto con il tempo. Già, il tempo: le quattro inquadrature che spezzano il tempo onirico (e il campo/controcampo impossibile tra il sognatore e il sogno) riportando alla “realtà” tanto il personaggio quanto lo spettatore, sono quattro frustate improvvise, con la reiterazione del gesto – Ho che si alza di scatto a sedere sul letto – che amplifica la sensazione di colpo diretto al pubblico. Sono poi in verità due i dettagli che contribuiscono a sottolineare il potere pervasivo dell’immagine costruita da Woo: il primo, già citato, è un dettaglio in senso anche tecnico, con l’inquadratura completamente dominata dall’occhio dapprima aperto e quindi chiuso – si torna al sogno? – del protagonista. Subito prima, però, nell’unica inquadratura posteriore con la sveglia di soprassalto di Ho, nel sudore che imperla anche il pigiama si può vedere con nettezza in trasparenza il tatuaggio che occupa la schiena dell’uomo. In pochi istanti non solo Woo catechizza il rapporto affettivo tra Ho e Kit, che sarà fondamentale ruota motrice dell’ingranaggio narrativo di A Better Tomorrow, ma “spiega” sia la natura intima del film (il noir) sia il fatto che il personaggio chiave è in realtà un membro della Triade.

Per quanto A Better Tomorrow non abbia ancora affinato le armi che renderanno perfette le macchine The Killer, Bullet in the Head e Hard Boiled, nel suo tracimare d’umori romantici e nella continua e totale volontà non di smentire il classico ma di trasportarlo su un livello ulteriore, in un iperuranio lirico dove ogni sospensione è concessa, pur di rispettare la sofferenza intima, morale e finanche fisica dei personaggi, non si può che rimanere con la bocca spalancata. E se oggi la storicizzazione permette di ampliare il discorso sul film, leggendolo non solo come splendida incursione mai vista prima nel campo del noir, tra astrazioni melvilliane portate alle estreme conseguenze e retaggi di Nikkatsu-Action a cui è stata evirata la componente picaresca per installarvi al posto il pathos sentimentale, all’epoca un film simile non poté far altro che creare un’evidente e inevitabile palingenesi delle forme. Esiste un cinema noir pre-A Better Tomorrow e un cinema noir post-A Better Tomorrow, e non si può pensare di intraprendere il genere senza avere consapevolezza di ciò. Anche le traiettorie non conformi della Hollywood giovane degli anni Novanta contengono la memoria di ciò che accadde a Hong Kong dalla seconda metà del decennio precedente: è così per Le iene di Quentin Tarantino, ovviamente – che tra l’altro si ispira in maniera dichiarata a City on Fire di Ringo Lam, uscito nelle sale hongkonghesi nel 1987 –, ma anche per David Fincher. Il neo-noir statunitense, sorto sul finire degli anni Settanta, era dopotutto una delle immagini persistenti negli occhi di Tsui e Woo, in un gioco di rimandi e di rimpalli tra l’Asia e la Mecca del Cinema che non può e non deve essere mai sottostimato. Se Woo è il maestro indiscusso del genere una parte non indifferente del merito è giusto attribuirla a Tsui Hark. Quando Tsui sottopone all’amico l’idea di ordire un remake di Story of a Discharged Prisoner, classico del noir hongkonghese diretto nel 1967 da Patrick Lung Kong, pensa di ribaltare la prospettiva e costruirlo solo attorno a figure femminili. Woo, che di fallimenti negli anni precedenti ne aveva vissuti molti, al punto da pensare di abbandonare la regia dopo aver perso un paio di contratti importanti, accettò la sfida ma la tradusse in ogni caso al maschile. In realtà del film di Kong permangono solo alcune idee basiche, e il titolo originale che tradotto letteralmente equivale a “I veri colori di un eroe”.

E cos’è A Better Tomorrow se non il tentativo in gran parte riuscito di trovare nuovi colori e un nuovo ritmo per un genere che sappia trascendere il proprio rapporto con il reale senza sconfinare nel soprannaturale? Woo firma un’opera di per sé semplicissima, in cui si parla di voglia di redenzione, di senso di colpa, di lotta tra bene e male, di rapporti familiari: il suo noir non ha nell’intrigo poliziesco qualcosa di interessante da dire, anzi della storia della contraffazione del denaro non interessa granché a nessuno. Ciò che conta è il sentimento, la volontà di Woo di far trasparire dalle immagini non il senso della storia ma dell’intimo dolore vissuto da Ho, che vorrebbe riconquistare l’affetto del fratello Kit, che a sua volta lo rimprovera di aver scatenato l’effetto domino criminale che portò alla morte del loro padre. Una storia di padri e figli e fratelli, di sangue e d’anima, come il povero Mark Lee incarnato con straordinaria partecipazione da quel Chow Yun-fat che sarà il vero volto di Hong Kong anche all’estero, più anche degli altrettanto imperdibili Ti Lung (che aveva esordito in un ruolo secondario nel 1969 in Return of the One-Armed Swordsman di Chang Cheh, tra i maestri indiscussi di Woo: un modo per riallacciare la storia del cinema di Hong Kong al proprio interno) Leslie Cheung. Una storia d’onore, e quindi di morte, che John Woo abbraccia con uno stile fiammeggiante, onirico e solidissimo, in cui l’action è tradotto fino alle porte degli inferi e che segna un punto di non ritorno, un limite forse invalicabile, in cui tutti gli umori tracimano senza vergogna, e senza alcun desiderio di censura. Il merito, come si scriveva, va ovviamente condiviso con Tsui Hark, figura ancora oggi troppo poco studiata e analizzata – e se lo si fa si prendono in considerazione solo le sue regie, pur notevolissime, dimenticando l’imprimatur concesso all’intera catena produttiva cantonese. Con A Better Tomorrow rinasce dalle proprie ceneri il cinema noir di Hong Kong, e per la prima volta decide di dover parlare al mondo, e non solo agli abitanti di Kowloon o Wong Tai Sin. Era iniziata la rivoluzione.

Info
A Better Tomorrow, il trailer della versione restaurata.

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