A Better Tomorrow II

A Better Tomorrow II

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Battere il ferro finché è caldo è prerogativa di qualsiasi concezione industriale del cinema, e A Better Tomorrow II, girato in fretta e furia dopo il successo del capostipite, ne è solo una conferma. Durante la lavorazione John Woo entra in rotta di collisione con Tsui Hark (che nel 1989 girerà di propria sponte il terzo capitolo, in realtà un prequel): il risultato è un film ambivalente, che alterna epica ieratica ed estetica furibonda, guarda alla mistica virile trasudando umori à la Peckinpah, e cerca già di far sconfinare l’immaginario di Hong Kong a New York, nella “terra promessa” del cinema.

Sotto il segno dei gemelli

In prigione Sung Tse-ho riceve un’offerta dalla polizia: potrà uscire dal carcere se accetterà di spiare il suo ex-capo e mentore, Lung Sei, sospettato di essere coinvolto in giro di contraffazione di denaro. L’ispettore Wu, che è al comando della task force anticrimine ed è prossimo alla pensione, vuole infatti chiudere la sua carriera con un arresto di alto profilo. Tuttavia Ho è ancora leale al suo vecchio capo, e inizialmente rifiuta, per cambiare però idea quando viene a sapere che il suo fratello minore Sung Tse-kit sta operando sotto copertura allo stesso caso. Ho, quindi, accetta di andare anch’esso sotto copertura per proteggere suo fratello, visto anche che la di lui moglie Jackie è in procinto di partorire… [sinossi]

Per quanto all’epoca dei fatti in pochi ne fossero a conoscenza – ed è proprio grazie a John Woo, Tsui Hark e al primo A Better Tomorrow che la percezione a livello mondiale iniziò a cambiare – Hong Kong gode fin dagli anni Dieci del Novecento di una produzione cinematografica ricca, tanto di titoli quanto di risorse economiche. Una storia assai peculiare, che ha dovuto passare dapprima attraverso le forche caudine delle rigidità del Kuomintang e quindi, dopo il distacco politico dalla Cina maoista, ha sviluppato una catena di montaggio delle immagini completamente focalizzata sull’aggettivo popolare, come testimoniano l’evoluzione di generi quali il wuxia, il gongfupian, la commedia e il melodramma – anche e in particolar modo in costume. E, ovviamente, il noir. La rivoluzione di Woo e Tsui, che di fatto modificò il senso stesso del genere, rappresentò però il momento cruciale per far sì che gli occhi del mondo cinefilo, e produttivo, si spostassero dalle latitudini abituali per concentrarsi su quel che accadeva nella piccola città-stato, all’epoca ancora protettorato britannico. Hollywood fu ben contenta di accogliere una nuova genia di registi, per di più a loro agio (almeno sulla carta) con l’inglese: Woo passerà in terra americana un decennio (da Senza tregua a Paycheck, con in mezzo due pezzi da novanta come Face/Off e Mission: Impossible II), Tsui vi girerà Double Team e Hong Kong colpo su colpo, per non parlare di Ronny Yu o di coloro che vennero considerati ideali figliocci del mai dimenticato Bruce Lee – primo hongkonghese ad attraversare l’oceano, anche solo con la propria fama –, vale a dire Jet Li e Jackie Chan. Anche per questo motivo appare quantomai profetica la presenza all’interno della narrazione di A Better Tomorrow II della trasferta newyorchese: la Grande Mela osserva le evoluzioni action di Dean Shek e Chow Yun-fat – sì, il suo personaggio moriva nel primo capitolo, ma ci si arriverà tra poco – e in qualche modo battezza l’universalità dell’immaginario cantonese, il suo diritto di appartenenza al mondo del cinema, la sua capacità di parlare una lingua conosciuta a tutti, e in grado di intercettare come pochi l’umore del tempo.

La macchina industriale di Hong Kong si mise in moto non appena A Better Tomorrow iniziò a mietere successi, sia commerciali che di critica. Tsui Hark capì che era il caso di battere il ferro finché caldo – lo sarebbe rimasto per parecchi anni, ma è facile discettare della Storia col senno del poi – e iniziò a parlare con Woo di dare un seguito alle vicende narrate nel film. Dopotutto, con il finale che apriva alla ricucitura dei rapporti tra i fratelli Ho e Kit – rispettivamente interpretati da Ti Lung e Leslie Cheung – si spalancava senza troppi problemi il portone di un eventuale capitolo secondo. Ma se Tsui aveva intenzione di concentrare le maggiori attenzioni su un nuovo personaggio (Lung Sei, che si avvale del carisma attoriale di Dean Shek, che si ritirerà dalle scena già nel 1991, ad appena quarantuno anni), per Woo l’epicentro del discorso doveva ruotare ancora attorno al legame di sangue tra i fratelli. A questo primo dissidio, che come si vedrà si tramuterà in breve in una vera e propria diaspora tra i due maestri dell’action hongkonghese, si somma un interrogativo di soluzione tutt’altro che facile: visto che il personaggio più iconico e amato del capostipite era quello interpretato da Chow Yun-fat, del quale però era inscenata la morte, come fare a soddisfare le voglie del pubblico di rivederlo vivo e vegeto?
Per ovviare all’inghippo si ricorre a uno stratagemma che svela, qualora qualcuno potesse nutrire dubbi, la velleità ampiamente popolare del progetto: è vero, Mark Lee è morto, non c’è niente che si possa fare a riguardo, ma Ho avrà modo di scoprire che aveva un fratello gemello, Ken, che se n’è andato a vivere a New York! Il gemello che fa sopravvivere il personaggio amato, escamotage cui ricorrerà parte consistente della serialità televisiva, in particolar modo quella legata alle soap opera – ma Mark Frost e David Lynch se ne avvarranno durante la seconda stagione di Twin Peaks, facendo “risorgere” Laura Palmer nella cugina a lei identica, non a caso chiamata Madeleine come il promemoria proustiano –, è anche il modo di cercare di tenere in equilibrio un film dichiaratamente squilibrato, e per questo meno potente dell’originale ma a tratti anche più entusiasmante.

Tra l’ascetismo ieratico-eroico di John Woo si fa largo l’esplosione che tutto si permette dell’azione di Tsui Hark. I due sono costretti, dalle rispettive diversità di vedute, a collaborare al montaggio (che porta però la firma del solo David Wu, con regista e produttore impegnati in discussioni infinite in saletta), e questo fa sì che la schizofrenia regni sovrana, tra deflagrazioni di violenza e ricerca del ralenti romantico, in un profluvio di intuizioni a volte scombiccherate, altre volte prossime alla sacralità dell’immagine, altre volte ancora non disdegnanti un’ironia che prelude – senza mai metterla in scena – a divagazioni slapstick. A Better Tomorrow II è un film travagliato, platealmente imperfetto, ma che per esempio disegna una delle più struggenti e metronomicamente perfette sequenze costruite sul montaggio parallelo. Mentre un uomo muore, un altro nasce. Il simbolo della reincarnazione buddista trova una sua esplicitazione nel rombante incedere di una sparatoria. Mentre Tsui già preallerta le suggestioni leoniane che irromperanno con maggior forza in A Better Tomorrow III, di cui curerà in prima persona la regia dopo aver esautorato Woo (all’epoca al lavoro su The Killer e Just Heroes), il finale gronda di umori à la Peckinpah, in una citazione evidente de Il mucchio selvaggio, che a sua volta diventerà un vero e proprio paradigma per le produzioni in quel di Hong Kong – si pensi ad esempio allo sterminio della gang rivale perpetrato dal solo Lau Ching-wan in A Hero Never Dies di Johnnie To. Film bicefalo, e per questo inevitabilmente bipolare, A Better Tomorrow II alterna un tono addolorato e sanguinante a un action croccante e semmai sanguinoso. Nel mezzo vi si rintraccia la potenza di due cineasti, e dell’immaginario di un popolo, in un frangente storico particolare (si è pur sempre a dieci anni dall’hangover…) e – purtroppo – irripetibile.

Info
Il trailer di A Better Tomorrow II.

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