Dove vai se il vizietto non ce l’hai?

Dove vai se il vizietto non ce l’hai?

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Scatenato e ingenuamente provocatorio, Dove vai se il vizietto non ce l’hai? di Franco Martinelli/Marino Girolami è una commedia sexy narrativamente meno coesa e stilisticamente meno raffinata di altre, ma è percorsa da cima a fondo da un evidente e gustoso senso di libertà di costumi. Per la Giornata contro l’omofobia, forse è bene ripercorrere anche le modalità con cui in Italia si è raccontata l’omosessualità nel cinema più popolare, tra omofobia culturale e inaspettate aperture sull’ambiguo confine della consapevolezza.

Mi vendo!

Diogene e Aroldo sono due detective privati quasi al verde. Simona, una bella signora sposata a un maturo commendatore, li assume per indagare su suo marito, sospettato di avere qualche relazione extraconiugale nascosta. I due devono presentarsi alla villa di Simona sotto le mentite spoglie di un maggiordomo gay e di una cuoca en travesti per indagare senza dare nell’occhio. I due detective entrano dunque in servizio nei loro rispettivi ruoli e creano più di uno scompiglio alla villa. Fingendosi gay, Diogene deve resistere alle tentazioni eterosessuali scatenate in lui dalle due belle cameriere, mentre Aroldo, nei panni della cuoca Carlotta, scatena le voglie del giardiniere Anselmo… [sinossi]

Al di là di qualsiasi scatenata rivalutazione di cui la commedia sexy ha goduto negli ultimi venti anni circa, il suo universo espressivo si delinea spesso per stilisticamente trascurabile. Molto cinema italiano cosiddetto di genere, prodotto dagli anni Sessanta fino a buona parte degli anni Ottanta, è spesso linguisticamente molto raffinato, un vero e proprio scrigno di tesori che negli anni è andato incontro a poco a poco a molte rivalutazioni a ragion veduta – basti pensare al western, al giallo e pure al poliziottesco. La commedia sexy, invece, è assai di frequente più affrettata, spesso (ma non sempre) stilisticamente irrilevante, con esclusione certo di qualche esempio illuminato che d’altra parte però corrisponde anche a una rilettura del genere più pulita e conciliante, scoppiettante e travolgente nei ritmi ma in un certo senso più rassicurante e imborghesita – pensiamo soprattutto ai prodotti di inizio anni Ottanta per l’ottima regia di Sergio Martino.

Dove vai se il vizietto non ce l’hai? (1979) è un fulgido esempio di commedia sexy sbrindellata e stilisticamente raffazzonata, che non spicca nemmeno per particolari meriti nella costruzione globale del marchingegno narrativo. La regia è firmata da Franco Martinelli, pseudonimo spesso utilizzato in quegli anni da Marino Girolami non si sa bene secondo quale criterio, visto che poi lo stesso Girolami firmava con il suo vero nome altre commedie non certo di rango migliore di questa, tra le quali i primi due capitoli, gli unici due effettivi, della saga di Pierino con Alvaro Vitali. Rispetto a Dove vai troviamo dunque altre commedie sexy, sia pure non originalissime nel loro impianto di rodata pochade, che dispongono comunque di un meccanismo narrativo decisamente più oliato, e alcune di esse si rivelano per vere e proprie bombe a orologeria in cui gli incastri degli equivoci non subiscono il minimo arresto o incertezza (uno per tutti, Cornetti alla crema, 1981, Sergio Martino, che tuttavia è quasi completamente privato del versante sexy secondo un processo di sdoganamento che ha caratterizzato l’evoluzione del genere).

Dove vai se il vizietto non ce l’hai? ha acquisito invece negli anni grande fama sostanzialmente per la fresca audacia con la quale il film si incardinava intorno al tema dell’omosessualità. Ieri era la giornata contro l’omofobia, e si è scelto di cogliere l’occasione per una rilettura di questo film non certo con l’intenzione di produrci in una provocazione fine a se stessa o in una rivalutazione elitaria di un cinema che si permetteva, secondo molti, di essere spudoratamente omofobo. Sarebbe da ciechi negare che in molta commedia italiana (alta e bassa, è bene precisarlo) strisciava una certa omofobia condivisa e ridanciana praticamente fino alla fine degli anni Ottanta. In molti di quei film riascoltiamo battute oggi ritenute inaccettabili, che con il tempo hanno acquisito un rifiuto piuttosto condiviso sulla base di un nuovo politically correct spesso lontano, a sua volta, da un’effettiva percezione di realtà.

Perché dunque ripescare una commedia del cinema cosiddetto bis di casa nostra, che non è nemmeno tra i migliori esempi della commedia sexy e che solleva pure ombre di omofobia? Per un motivo ben preciso, innanzitutto: perché Dove vai se il vizietto non ce l’hai? si tramuta in materiale di una riflessione interessante intorno ai mutamenti del costume e alla percezione dell’omosessualità in Italia, e soprattutto perché, pur nella sua globale debolezza narrativa fatta di sfilacciata episodicità, contiene anche parentesi decisamente esilaranti dominate da uno spirito sanamente libero e spudorato di allusione e adesione all’erotismo in tutte le sue molteplici forme. Certo, è anche un film pieno zeppo di macchiette, dove ad esempio con l’ingenuità popolare del tempo si fa continua confusione tra travestitismo e omosessualità riassorbendoli in una sostanziale identità.

Così come il soggetto nasce evidentemente a traino di un grande successo del tempo, Il vizietto (Edouard Molinaro, 1978) e più o meno in simultaneità con il coevo La patata bollente (Steno, 1979), secondo un meccanismo di sfruttamento di successi precipitati dal cinema alto verso il divoramento commerciale dei film a basso costo. Si tratta di un fenomeno costante nel cinema italiano del tempo, laddove un dispositivo cinematografico con una sua precisa etica cade poi dal cinema alto verso il basso in una rilettura in qualche modo acritica e proiettata al puro e semplice consumo di un prodotto di successo già testato con il pubblico, con meno soldi, meno tempo per girare, assenza di star di prima fascia e penuria un po’ di tutto. In sostanza, non ci pare certamente che Dove vai se il vizietto non ce l’hai? si ponga la questione di riflettere in qualche modo intorno alla questione omosessuale, tratto che del resto pur nelle sue forme popolari caratterizzava un’opera intelligente e profonda come La patata bollente.

Il principio di fondo in Dove vai resta il gioco, greve e sconnesso, sbrindellato e caciarone, dove proprio per questo sembra vigere una libera giocosità preculturale, del tutto noncurante di offendere qualcuno. Può risultare certo anche un film offensivo, ma intanto si toccano deretani tra uomini, si propongono vasche eccitanti insieme, si cede alle lusinghe delle cameriere a letto dopo essersi finti omosessuali, e si passa da un travestimento all’altro con grande scioltezza secondo una spiccata fluttuazione gender che caratterizza soprattutto il personaggio di Alvaro Vitali, alle prese con una triplice identità tra vesti maschili e femminili. Vige una totale e libera promiscuità che nell’ultima parte del racconto diventa pure intergenerazionale, dal momento che i giovani ricchi e annoiati giunti alla villa si divertono a loro volta a provocare il povero Diogene interpretato da Renzo Montagnani. È un cinema antiborghese? Potremmo dire che è un cinema antiborghese suo malgrado, e che tuttavia si affida a una celebrazione totale del piacere (erotico nella diegesi del racconto; scopico per chi vede in sala) non molto lontana dall’idea medesima di piacere borghese.

Di certo il mood principale che spira dalle immagini, spesso bruttarelle e caratterizzate da una fotografia particolarmente trascurata, è quello di un vortice di libertà che a poco a poco travolge tutti. Finisce addirittura tra le braccia del nuovo cuoco gay di colore (chiaro gioco/parodia del Jacob di Il vizietto) il basico giardiniere meridionale, che sempre più sbigottito per la ventata libertaria alla villa finisce per cedere pure lui alle tentazioni dell’omosessualità. E da ultimo, persino lo studente universitario Beniamino, figlio del Diogene di Montagnani, sfotte il padre piazzandogli una palpata al culo e spacciandosi poi per uno dei suoi amanti per coprirgli il gioco. In Dove vai audacia fa decisamente rima con ingenuità, e il valore aggiunto resta sostanzialmente l’aria respirata in quegli anni. Sarebbe ridicolo riconoscere un consapevole spessore socio-politico a un film così rozzo e scombiccherato. Semplicemente all’epoca vi era una maggiore libertà nei confronti del narrabile e del visibile, e la commedia bassa ne approfittava per dare la stura alla sua costante sfida agli interdetti sociali.

In questo senso, in un territorio puramente ingenuo, Dove vai è uno degli esempi sicuramente più audaci, che tuttavia trova un suo gemello nel coevo Scusi lei è normale? (Umberto Lenzi, 1979), ancora con Renzo Montagnani protagonista nelle vesti di un integerrimo pretore alle prese con i turbamenti dei montanti costumi omosessuali. Il 1979 sembra dunque in qualche modo l’anno della scoperta dell’omosessualità per il nostro cinema più popolare, tra Renato Pozzetto turbato da Massimo Ranieri e l’archetipo di Montagnani di ometto eterosessuale travolto da comportamenti liberamente inediti – a ben vedere, è lo stesso profilo che di film in film la figura di Montagnani spesso conserva anche nel suo rapporto con le donne, inquadrate in nuove attitudini e non più prede da conquistarsi con facilità, bensì esseri umani indipendenti, volitivi e spesso pure autoritari.

Meno rilevante è l’intreccio messo in piedi da Carlo Veo, che abbina pretestuosamente un tiepido giallo burlesco a una girandola di equivoci sull’orientamento erotico dei protagonisti fondato sul meccanismo vecchio come il mondo dello scambio di persona e dell’incomprensione visiva. In qualche modo Veo e Martinelli/Girolami sfruttano a loro volta un marchingegno già vincente in un’opera precedente, ossia costringere il mandrillone Montagnani nei panni di un maggiordomo gay, ciò che già accadeva in Il vizio di famiglia (Mariano Laurenti, 1975) e qui ripetuto come espediente poco motivato e decisamente forzato. In una sequenza in particolare l’equivoco giunge alla vertigine del triplo mascheramento di verità in un’unica soluzione: Vitali nei panni della cuoca Carlotta si fa spallinare il didietro da Montagnani nei panni fittizi del maggiordomo gay, e il povero giardiniere Anselmo che spia dalla porta, confuso da quanto crede di aver visto, può solo commentare «Lei è ricchione, lui è lesbica».

Come spesso accade nel cinema prodotto in rapidità e con scarsi mezzi, la qualità delle singole sezioni narrative è anche notevolmente altalenante. Dove vai parte decisamente male, caratterizzato da un ritmo narrativo punteggiato di tempi morti, per poi accelerare vertiginosamente dalla cena alla villa in poi. La vena diventa di una volgarità surreale che lascia spesso sconcertati per la sua ingenua carica dirompente: basti pensare a quegli altoborghesi ben vestiti e pettinati che, consumando la cena disgustosa messa insieme da Carlotta/Vitali, si lanciano in una serie di rutti rimbombanti decorati da bolle di sapone, o alla dentiera impazzita che azzanna un po’ tutto e tutti a tavola, perfino un paio di seni femminili.

In tutto questo, Montagnani è più scatenato che mai, tra qualche palpata alle avvenenti protagoniste e aggressioni survoltate ai danni dell’assistente Vitali. I due sono anche protagonisti di una finezza inaspettata, un’intera sequenza in cui il dialogo tra Diogene e Aroldo è sostituito da onomatopee e gesti, a un passo dal cartoon in carne e ossa. Si tratta di un versante che meriterebbe prima o poi qualche riflessione più approfondita. Tutta la commedia sexy sembra spesso infatti ridursi a cinema per famiglie in cui sono inaspettatamente comprese intere pagine di erotismo a carattere più o meno esplicito. La dimensione del cartoon e del fumetto restano sempre riferimenti fondamentali, specialmente riguardo alla comicità di Renzo Montagnani. Il suo tipico personaggio di mandrillone, tuttavia condannato ad andare quasi sempre in bianco, è costantemente disegnato per smorfie e iperboli verbali in cui suoni, onomatopee e inaspettati riferimenti colti si mescolano in uno stranissimo grammelot punteggiato di sospiri e gridolini. Si tratta di una comicità che può lasciare anche indifferenti, ma che comunque struscia spesso con la dimensione del cartoon e che assume caratteristiche ben precise di sostituzione dell’atto sessuale, continuamente verbalizzato e quasi mai consumato – non è il caso però di Dove vai, in cui il buon Renzo si toglie qualche soddisfazione. D’altra parte, nel calderone rutilante di riferimenti alti e bassi (non mancano ovviamente una palese citazione e un più generale e chiaro richiamo ad A qualcuno piace caldo, Billy Wilder, 1959), ogni tanto spunta qualche genialata come l’improvviso intonare di Montagnani e Vitali di «Mi vendo», riferimento gustosissimo a Renato Zero, identificato come una delle fonti più popolari in quegli anni di provocazione culturale.

È dunque omofobo Dove vai se il vizietto non ce l’hai?? Lo è nella misura in cui lo era la cultura italiana del tempo, ma resta comunque il fatto che tutto il nucleo narrativo del film si basa su un tracimare di visibilità per comportamenti intimi fino a quel momento piuttosto oscurati o comunque tenuti lontani dagli schermi del nostro cinema popolare. Non è da trascurare che la buffa vicenda si chiude poi con i due protagonisti rapinati e gabbati da due travestiti, sorta di incarnazione di un nuovo LGBT Power che getta in faccia le proprie parrucche all’antiquata virilità di Diogene e Aroldo, i quali non possono far altro che arrendersi all’inarrestabile vortice di libertà in atto indossando a loro volta le parrucche nell’ultima inquadratura. Non è certo nostra intenzione ridurre la drammatica e dolorosa questione dell’omofobia alla barzelletta (zeppa anche di freddure che non vanno da nessuna parte, va detto) allestita da Martinelli/Girolami, Montagnani e Vitali. Né tutta la sorridente libertà di costumi che promana dal film risponde del resto al plumbeo contesto sociale dell’Italia coeva, in cui l’omosessualità era percepita come tutto fuorché un allegro gioco da consumare come e quando si vuole. Erano anni di provocazioni, certo, ma il paese profondo non era nemmeno agli albori di una reale riflessione sul tema. In tale direzione Dove vai se il vizietto non ce l’hai? assume storicamente forse i tratti di una presa d’atto, come altre ce ne sono state. L’omosessualità c’è, e possiamo giocare sul tema. Prendendola un po’ in giro, ma intanto tutti quanti palpeggiano e (nel buio delle ovvie ellissi narrative) consumano.

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La scheda di Dove vai se il vizietto non ce l’hai? su Wikipedia

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