Giallo napoletano

Giallo napoletano

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La tradizione della commedia italiana si rinnova ai brividi (ovviamente depotenziati) del coevo giallo di casa nostra. Giallo napoletano di Sergio Corbucci mette insieme un ricco cast internazionale per un marchingegno narrativo di puro intrattenimento, punteggiato di risate, tenui spaventi, suspense, azione e qualche inaspettata accensione di melodramma. Marcello Mastroianni, Michel Piccoli e Renato Pozzetto tra i protagonisti, e ultima apparizione per Peppino De Filippo.

Sarà la musica che gira intorno

Il meschino suonatore di mandolino Raffaele Capece, afflitto da poliomielite a una gamba, sbarca il lunario esibendosi per i clienti in un ristorante di Napoli. L’uomo non si è mai sposato e vive con l’anziano padre Natale, che accumula debiti per tutta la città dedicandosi al gioco d’azzardo. È proprio per un debito lasciato in giro da suo padre che Raffaele viene convocato a notte fonda dal biscazziere Giardino, il quale propone a Raffaele uno scambio per estinguere il debito. Lo strano incarico è quello di suonare una serenata al mandolino sotto un palazzo alla cinque di mattina, seguendo uno spartito musicale fornito da Giardino. Raffaele accetta di malavoglia e segue un’automobile, guidata da una misteriosa donna bionda, che lo accompagna sul luogo della serenata. Durante l’esecuzione del brano al mandolino fioccano però gli spari dall’ultimo piano dell’edificio verso la strada, e un uomo vola giù dal balcone rimettendoci la vita. Raffaele viene interrogato sull’accaduto dal rigido commissario Voghera, nordico trapiantato a Napoli, mentre il morto si rivela per l’assistente di Victor Navarro, famoso direttore d’orchestra in arrivo al Teatro San Carlo per una serie di concerti… [sinossi]

Seguendo le orme di una tendenza di successo che era emersa dalla metà degli anni Settanta italiani, Sergio Corbucci ritorna nel 1979 con Giallo napoletano alla commistione tra giallo e commedia, un filone già ben dissodato da titoli come La donna della domenica (Luigi Comencini, 1975) e Doppio delitto (Steno, 1977), e che già lo stesso Corbucci aveva percorso appena un anno prima con La mazzetta (1978) sia pure secondo una chiave più piegata al noir. A ben vedere si tratta di un filone che mette in fertile cooperazione tradizione e innovazione del nostro cinema, sposando da un lato la commedia di costumi e caratteri tipica di casa nostra con i nuovi brividi di truculenza garantiti dal neo-giallo anni Settanta. Ovviamente le violenze visive di Argento e altri sono fortemente attenuate nella loro rilettura in chiave brillante, ma specie in Giallo napoletano se ne conserva il sostrato con ogni evidenza, radicando l’intricata indagine intorno a una serie di morti misteriose che affondano il loro movente in un atroce trauma del passato. In tal senso Corbucci confeziona una sorta di dittico partenopeo nel volgere di un biennio (La mazzetta e Giallo napoletano) che tuttavia divarica discretamente i profili espressivi dei due film.

La mazzetta mescola giallo, noir e action movie ai toni brillanti di due istrioni come Nino Manfredi e Ugo Tognazzi, ma tenta anche di ricollocare il proprio racconto in un orizzonte sociale – la malavita e i malaffari di Napoli e dintorni. Giallo napoletano, invece, si chiude ancor più strettamente nelle cornici del puro loisir, cinema di piacere in cui Napoli acquista le tinte forti del colore locale e accentua tonalità grottesche ed espressioniste, più luogo dell’anima e meno luogo di contingenti soprusi e sopraffazioni – e, va detto, si tratta anche per buona parte di una Napoli ricostruita ed evocata altrove, visto che numerose location appartengono in realtà a Roma. In questo secondo capitolo si predilige insomma la struttura alla Agatha Christie (una rosa mediamente cospicua di sospettati) intrecciata ai tenui sobbalzi di qualche accensione di violenza, e a un più generale mood di tenebrose cupezze notturne.

A tenere insieme queste due opere corbucciane e il successivo Mi manda Picone (Nanni Loy, 1984) è rintracciabile il comune denominatore dello sceneggiatore Elvio Porta, che a sua volta esordirà alla regia con Se lo scopre Gargiulo (1988) seguendo il medesimo passo beffardo nel tentativo di addentrarsi nella babele nascosta del sottobosco sociale della Napoli anni Ottanta. Il tratto narrativo di Porta resta ben riconoscibile da un film all’altro, fedele a un approccio alle coeve cose partenopee fatto di acre umorismo che rivolta in risata l’allarmante quadro sociale registrato. In più, i protagonisti dei suoi script si addentrano in indagini labirintiche dai riflessi kafkiani che si dispiegano in una città fitta di nascondigli, trabocchetti, trappole e vicoli senza uscita.

Con bella soluzione Giallo napoletano srotola i suoi titoli di testa su un doppio poster sul quale campeggiano uno accanto all’altro Hitchcock e Totò. È una limpida dichiarazione d’intenti, che ospita anche un tenero omaggio di Corbucci al maestro di comicità con il quale realizzò ben sei film. Sul fronte hitchcockiano il film prende le mosse da un classico espediente dell’autore britannico, un protagonista ignaro messo per caso al centro di una serie di inquietanti accadimenti, che si trova quasi da solo a dover sbrogliare la matassa. La premessa è la solita che innesca il racconto pure in La mazzetta. Sia Sasà Jovine, sia il buffo Raffaele Capece qui impersonato da Marcello Mastroianni sono costretti nell’improvvido ruolo da un ricatto iniziale, e a poco a poco entrambi scoprono di trovarsi vittime di una macchinazione in cui assumono il ruolo della marionetta manipolata. Un ulteriore surplus di inedito viene dalla scelta (o necessità) di effettuare le riprese per entrambi i film in una Napoli fuori stagione, caratterizzata dagli affascinanti grigi della fotografia di Luigi Kuveiller.

L’omaggio a Totò non si esaurisce sull’immagine del poster iniziale, ma trova poi una raffigurazione in carne e ossa nel personaggio secondario di Peppino De Filippo, giunto al suo ultimo ruolo per il cinema. Padre del protagonista Mastroianni, De Filippo si muove per tutto il film su un triplo crinale, incarnando la storia artistica di se stesso, qualche vezzo del fratello Eduardo e la bombetta con tanto di ghette bianche alla Totò. Nell’economia narrativa di Giallo napoletano la figura incarnata da De Filippo evoca un’antica napoletanità artistica e sociale, la tradizione locale (non casualmente, De Filippo non partecipa ad alcuna sequenza girata in esterni, restando confinato tra le quattro pareti di casa che spesso ricordano le tavole del teatro), qui convocata a mischiarsi con le turpitudini di una nuova criminalità, nuovi orizzonti, e pure nuove sonorità. È infatti su una brillante intuizione musicale che il film di Corbucci acquisisce un fascino a tratti irresistibile, conciliando già sui titoli di testa lo struggente main theme di Riz Ortolani suonato al tradizionale mandolino con la sua variazione in forma elettronica. E non manca una parentesi in discoteca dove, in un contesto di antiche napoletanità, entrano a contrasto i coevi ritmi innovativi della disco dance. Tale interazione prosegue poi lungo tutto il racconto, che tuttavia rifiuta l’immediata aderenza a un contesto sociale nell’ottica della denuncia, sposando invece l’iperbole grottesca autoreferenziale. Ne è prova il duo di malfattori Sella e Albino, ridotti a macchiettoni cartooneschi nella loro protervia gigantesca e unilaterale, alla quale sono affidati alcuni dei momenti più riusciti in ambito di commedia – il mitico Natale Tulli interpreta praticamente lo stesso personaggio di selvatico forzuto sia qui sia in La mazzetta. In particolare, il personaggio di Sella, incarnato da un memorabile Franco Javarone, carica la sua caratterizzazione verso il fumetto fin dalle scelte di abbigliamento, fisse, iterative e decisamente grottesche.

E il resto del cast? È ricca produzione italiana d’altri tempi, capace di mettere insieme impensabili accostamenti internazionali per raccogliere un manipolo di inquieti sospettati dei misfatti. Alle domande del commissario Renato Pozzetto risponde nientemenoché Michel Piccoli, mentre il versante glamour è garantito da Ornella Muti e Zeudi Araya. Su tutti, veglia lo sguardo severo della suor Angela interpretata da Capucine, personaggio-chiave saggiamente relegato a poche e penetranti apparizioni. Sembra di vedere in qualche modo un tentativo di riprodurre, ovviamente in piccolo, la struttura dei coevi gialli tratti dai romanzi di Agatha Christie, dove l’amplissima rosa dei sospettati era puntualmente riempita da un chilometrico cast all star.

Ma al di là delle brillanti ricchezze di cast, Giallo napoletano acquisisce grande fascino soprattutto dal percorso nelle tenebre intrapreso dal claudicante Raffaele Capece di Mastroianni, costretto a misurare i faticosi passi in una sorta di girone dell’inferno in mezzo a strani figuri sempre più indecifrabili. Nell’ordine del grottesco Corbucci non si risparmia nulla, da nani minacciosi che finiscono strangolati dentro un frigorifero al coinvolgimento di un ospedale psichiatrico narrato come una corte dei miracoli. Nulla di nuovo rispetto alla spiccata propensione della commedia italiana alla grottesca distorsione dei tratti, che tuttavia si avvale stavolta di uno script sospinto a poco a poco verso lidi narrativi piuttosto inaspettati, piazzando una svolta a metà del racconto aperta alla tradizione gotica di antiche ville disabitate, fonti di leggende sovrannaturali. La soluzione del giallo è poi abbastanza sorprendente, soprattutto per la sua caratura realmente drammatica, capace di coinvolgere la tragedia delle deportazioni naziste secondo una rilettura che tiene conto anche della nuova tendenza da colpi al cuore del giallo italiano.

Come in Profondo rosso (Dario Argento, 1975) e in Sette note in nero (Lucio Fulci, 1977), anche qui si ripresenta il leit-motiv narrativo del cadavere murato (o rinchiuso dietro una libreria, poco cambia), una finale zampata di orrido che consente poi al film di chiudersi su un prefinale di imprevista intensità. Vi è d’altra parte un utilizzo alquanto sopraffino del dispositivo narrativo del McGuffin, affidato in questo caso al main theme musicale che ricopre non solo il ruolo di intrigante filo conduttore, ma assume anche un peso sostanziale nel movente dei delitti. Uno specifico frammento risulta in tal senso molto indicativo; durante la festa di Natale all’ospedale psichiatrico il nano Agostino esorta il complessino a suonare la solita musica, che subito si riverbera sul volto inquieto di Raffaele, un piccolo e prezioso contributo di maestria attoriale da parte di Mastroianni, capace di riassumere tutto in una smorfia del viso.

Corbucci non dimentica nemmeno qui la sua perizia riguardo alla messa in scena e gestione della suspense, che trova un altro gran pezzo di bravura nella sequenza dell’inseguimento sui tetti dietro all’insegna luminosa, dove di nuovo commento musicale e suspense visiva entrano in fertile cooperazione. La sequenza fa parte di una sezione narrativa più ampia e articolata, la più efficace dell’intero film, in cui il buon Raffaele si trova a percorrere le tracce del mistero in una lunga notte di Capodanno punteggiata di “femminielli” (al Giardino di Peppe Barra che muore poco dopo l’inizio, risponde un’altra macchietta più avanti presumibilmente interpretata da un giovane Gianfelice Imparato, e d’altra parte finirà in vesti femminili pure lo stesso Mastroianni). È altrettanto vincente la scelta di narrare pressoché tutte le morti come cadute da grande altezza, stratagemma narrativo che nella sua ripetizione finisce per assumere tratti comici quando Mastroianni si trova a dover scongiurare altrettanti tentativi di volo dalla finestra sia della Muti che della Araya.

In una pur globale efficacia di spettacolo e intrattenimento popolare, Giallo napoletano traccia una strada narrativa decisamente intricata e spesso pure involuta con qualche problema di coerenza narrativa, al quale mettono una pezza ben due spiegoni, uno dopo l’altro, piazzati sulla conclusione – in particolare il secondo si delinea probabilmente per la stecca più evidente del film. In tale contesto Michel Piccoli sembra vestire i panni del portatore di stile, il raffinato attore che di fatto compare per un totale di cinque o sei sequenze ma al quale è affidato il compito di arricchire di dramma il prevalente impianto di commedia garantito da Mastroianni, Pozzetto, De Filippo e dai caratteristi di contorno. Benché Piccoli si lanci anche in un’esilarante sequenza fitta di sganassoni con Zeudi Araya, per il resto il suo contributo si riassume per lo più nel folgorante prefinale, dove la sua sagacia d’attore riesce a rendere particolarmente fluido, pregnante e struggente un marchingegno frusto e macchinoso come quello dello spiegone. È uno dei pochi spiegoni del cinema italiano che abbia un vero senso nella globale economia narrativa, e soprattutto che sia capace di tradursi non solo in meccanico chiarimento delle dinamiche di un giallo, ma in strumento di partecipe evocazione di un dramma credibile. Grande merito va a Piccoli, alla sigaretta tremolante tra le dita, alle sue incertezze e all’evidente emersione di un antico e intimo dolore, culminante poi in una conclusiva variazione addirittura orchestrale del solito tema musicale.

Era il 1979. La classica commedia italiana, con le sue consuete ricchezze produttive ed espressive, volgeva al termine. Come altri prodotti del tempo, anche Giallo napoletano porta su di sé gli evidenti segni di un’industria crepuscolare, che spira soprattutto dal volto un tempo giovane ed entusiasta di Marcello Mastroianni, non più fascinoso latin lover ma macchietta partenopea con baffetti, cappello, buffa pettinatura e claudicanza da poliomielite. Eppure era ancora industria solida, robusta, capace di allestire oggetti di puro piacere narrativo come questo, supportati dal richiamo di un ricco star system, anche variegato nella sua età e formazione. Un’ultima nota brevissima su Renato Pozzetto: il suo umorismo surreale, anche qui, è tra le cose più esilaranti dell’insieme, e l’accoppiata con Mastroianni è tanto strana e inedita quanto perfettamente funzionante.

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La scheda di Giallo napoletano su Wikipedia

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