A Better Tomorrow III

A Better Tomorrow III

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A Better Tomorrow III va indietro nel tempo rispetto ai due predecessori e scopre le avventure di Mark Lee in quel di Saigon nel 1974 subito prima dell’arrivo dei Vietcong. A dirigire è Tsui Hark, che si è “liberato” di John Woo e firma un’opera epica, che non ha più bisogno dello skyline hongkonghese per legittimare la propria estetica. Il triangolo amoroso che è la base portante del film (e che pone in second’ordine la riflessione sull’amicizia virile che permeava i primi due capitoli) regge grazie anche alle notevoli interpretazioni di Chow Yun-fat, Anita Mui, e Tony Leung Ka-fai.

Ancora Saigon

Saigon, 1974. La guerra ha oramai arriso ai Vietcong, che tra pochi giorni prenderanno possesso della città. È in questo clima politico che atterra Mark, con l’intenzione di riportare a Hong Kong suo zio e suo cugino Michael Cheung Chi-mun. L’incontro dei due giovani con l’appassionata criminale Chow Ying-kit scombussolerà i loro piani, e probabilmente le loro vite. [sinossi]

Nello struggente finale di A Better Tomorrow III i protagonisti abbandonano – chi vivo, chi morto – Saigon mentre sulle immagini prendono corpo le note di Song of Sunset cantata da Anita Mui, si riesce a provare il brivido e l’estasi di chi sta assistendo a un commiato definitivo. Dalla saga del “domani migliore”? Certo, sì, ma anche e soprattutto da un modo di intendere il cinema, da una prospettiva innovativa che cambiò tutto e andò a insidiare persino la prassi occidentale, e che sul finire degli anni Ottanta tocca il suo punto di non ritorno. Mentre Tsui Hark dirige il suo dodicesimo lungometraggio (e tra questi ha già avuto modo di girare alcuni dei suoi capolavori, da Dangerous Encounters of the First Kind a Peking Opera Blues, passando ovviamente per l’indispensabile Zu Warriors from the Magic Mountain) John Woo porta a termine The Killer, l’opera che più di ogni altra fungerà da passaporto per Hollywood. Gli anni Novanta incombono, e con loro lo spettro dell’hangover, il ritorno di Hong Kong sotto l’egida cinese dopo essere stati protettorato britannico. Per quanto il noir resterà insieme alla commedia e al wuxia il genere per eccellenza della piccola città-stato, nulla sarà come prima. A Better Tomorrow III, che per molti anni venne snobbato in Europa, forse per la rischiosa abitudine di ragionare in funzione dell’autore (non leggendo alla voce regia il nome di Woo lo si considerò spurio, e di conseguenza inessenziale), è in realtà uno degli apici paradigmatici della libertà creativa honkonghese, della volontà di spezzare i codici del genere per costruirne di nuovi, in particolar modo mescolando senza soluzione di continuità la deriva melodrammatica alle necessità impellenti dell’action. Si torna al finale, con quell’elicottero che si alza verso un tramonto privo di gloria, o di soddisfazione alcuna, e con un’icona appena nata. Tsui Hark, che aveva già compromesso i rapporti non solo professionali con Woo durante la lavorazione di A Better Tomorrow II, rende plateale la diversità di vedute e si appropria di una creatura che ha contribuito in modo molto forte a forgiare. Staccandosi completamente dall’ideale eroico basato sull’amicizia virile e intriso di senso di colpa cattolico che contrappuntava molte delle soluzioni scelte da Woo nel corso dei primi due capitoli, Tsui elimina anche il tempo, e lo spazio. Nel suo film non c’è il caratteristico skyline del “porto profumato”, e la narrazione compie un deciso balzo all’indietro: l’epicentro della narrazione è infatti Saigon, negli ultimi giorni della guerra del Vietnam, prima che i Vietcong prendano definitivamente possesso della città.

Una simile scelta, che può apparire bizzarra a maggior ragione se si considera che il protagonista è sempre Chow Yun-fat nella parte di Mark ‘Gor’ Lee (lo stesso ruolo svolto in A Better Tomorrow, mentre nel secondo capitolo interpretava il cugino di quest’ultimo, Ken). L’attore rispetto al capostipite della saga è invecchiato di tre anni, ma in scena ne ha addirittura dodici di meno, e piomba in Vietnam per rintracciare lo zio e il cugino e ricondurli a casa. Si potrebbe prospettare una riflessione ulteriore sull’amicizia e il dovere virile di proteggerne l’essenza, ma la volontà di Tsui si muove in tutt’altra direzione. Niente codice d’onore, niente fedeltà alla triade, niente lettura dolorosa della consanguineità e di ciò che comporta. A Better Tomorrow III, nonostante l’ambientazione bellica, è una tragica e sincera storia d’amore, un triangolo che vede due uomini – tra loro parenti – innamorarsi della stessa donna, la battagliera criminale Kit, interpretata proprio da Anita Mui che ha qui l’ennesima occasione di dimostrare tutto il proprio talento attoriale, che nonostante la purtroppo breve carriera la issa tra le grandissime star della storia del cinema di Hong Kong.
Tsui Hark non è John Woo, e non ha certo alcun bisogno e alcuna voglia di seguirne le orme estetiche. Così la raggelata raffinatezza dei primi due capitoli lascia spazio a un’azione concitata, virulenta, che usa il ralenti per enfatizzare non l’epica ma la brutalità (si veda la sequenza della manifestazione di piazza contro l’esercito statunitense, repressa nel sangue). Lavorando in maniera a tratti quasi maniacale sulla profondità di campo costruita a partire da primi piani strettissimi, Tsui trova la propria strada espressiva guardando semmai più al Sergio Leone de Il buono, il brutto, il cattivo, anche direttamente citato in un passaggio. Per il resto, ben consapevole di dover comunque raccontare al pubblico la genesi del personaggio di Chow, destinato a segnare in profondità l’immaginario collettivo hongkonghese, e a divenire una delle icone più riconoscibili dell’intera produzione del periodo, il regista ordisce un noir sentimentale immerso in parte nel blu cobalto della notte, dimensione artefatta e quindi sognata prima ancora che reale.

Ne viene fuori un mélo densissimo, dove le bocche da fuoco tentato di sostituirsi a delle bocche che hanno timore a baciare, a congiungersi, per non tradire l’altro, e non tradire allo stesso tempo se stessi, e i propri desideri. Nessuno ha difficoltà a sparare, in A Better Tomorrow III, e Kit insegna facilmente l’arte della pistola a Mark: ben più difficile è decidere di amare, di sottrarsi al gioco di “genere” (la guerra, la piccola e media criminalità, la mafia che tutto sa e tutto opera) per lasciarsi andare completamente al deliquio emotivo. Tsui, che al contrario dei suoi personaggi è libero di assecondare il proprio desiderio, accompagna questo turbamento esistenziale con una regia ricchissima di intuizioni, in grado di muoversi su registri tra loro in apparente contraddizione, e di suggellare alcune sequenze destinate a imprimersi con forza nella memoria dello spettatore. In questo percorso è ovviamente aiutato da un cast in eccellente stato di forma, dove non è Chow a svolgere la parte del leone. E lo stesso si può dire di Tony Leung Ka-fai, splendido nel ruolo del cugino Michael (o Mun, a seconda che si scelga il nome inglese o quello cantonese). Come si accennava in apertura di recensione, è Anita Mui a rubare gli occhi del pubblico e asservirli al proprio volere. Cantante, ballerina, stella di prima grandezza dello star system hongkonghese, Anita Mui marchiò a fuoco circa un ventennio, dagli anni Ottanta all’inizio del Terzo Millennio. Al cinema, che pure metteva in secondo piano rispetto alla musica, regalò interpretazioni memorabili, sempre disposta a rischiare, a mettersi in gioco, a osare l’inosabile. La sua Kit è un personaggio che pochi noir hongkonghesi, così prioritariamente “al maschile”, hanno osato mettere in scena. Anche per questo la conclusione del film sembra in una qualche maniera chiudere un lustro o poco meno di rivoluzione. Dopo sarà il tempo della prassi, e della norma. Tsui vi dirigerà film portentosi – la saga di Once Upon a Time in China, lo straordinario The Blade, fino a quel Time and Tide che segnerà l’ingresso nel Duemila –, Chow diventerà il volto asiatico più noto agli spettatori occidentali, e così sarà in parte anche per Tony Leung Ka-fai (grazie soprattutto a Ashes of Time di Wong Kar-wai, Center Stage di Stanley Kwan e L’amante di Jean-Jacques Annaud). Anita Mui continuerà a mietere successi musicali, rafforzando la propria leadership, lavorerà al cinema con Johnnie To, Clifton Ko, Sammo Hung, Peter Chan e Ann Hui. Proprio per quest’ultima reciterà in July Rhapsody, la sua ultima interpretazione. Il film uscirà in sala in patria nel marzo del 2002; il 30 dicembre del 2003, a quarant’anni compiuti da due mesi, Anita Mui morirà per un tumore al collo dell’utero. Il cinema hongkonghese non sarà mai più lo stesso.

Info
Il trailer di A Better Tomorrow III.

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