Hong Kong colpo su colpo

Hong Kong colpo su colpo

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A un anno di distanza da Double Team si ricompone la coppia composta da Jean-Claude Van Damme come attore e Tsui Hark come regista. Entrambi “stranieri” a Hollywood i due orchestrano con Hong Kong colpo su colpo un action che si meticcia con la commedia demenziale, sposa il buddy movie all’epica bloodshed e si fa beffe di tutto e tutti, distribuendo cazzotti tanto ai brutti ceffi in scena quanto agli spettatori. Il cinema sfonda ogni parete di “genere” e osa inquadrature che non hanno apparentemente alcuna logica. E forse non solo in apparenza. Delirante, e proprio per questo anarchico.

Il cinema contraffatto

Marcus Ray e il suo partner in affari Tommy Hendricks, vengono smascherati: vendono infatti a Hong Kong dei jeans “tarocchi”, imitazione illegale dell’originale. Il loro contatto americano, Karen Leigh, che non è solo il loro datore di lavoro ma anche un agente della CIA inviato a trovare la talpa nella loro operazione, minaccia di incarcerarli. Nel frattempo Ray e Hendricks si incontrano con Harry Johannson, un agente della CIA che svela a Ray che anche Hendricks lavora per l’Agenzia e che lui deve supportarlo. [sinossi]

Il primo giorno di luglio del 1997, è noto, avvenne il cosiddetto “Handover di Hong Kong”: la piccola città-stato smise di essere un protettorato britannico e si spostò sotto l’egida cinese, seguendo la celeberrima formula 国两制 (la traslitterazione attualmente in vigore è Yīguóliǎngzhì) pronunciata nel 1979 da Deng Xiaoping, vale a dire “Un Paese, due sistemi”. Deng era morto a febbraio, ma questa è un’altra storia. Con l’Handover cambiò radicalmente la struttura politica – e di conseguenza la vita sociale – a Hong Kong, e il cinema non poté che avvertire un contraccolpo. Dopotutto la crème de la crème dell’industria locale, in particolar modo i registi dediti all’action e al fantastico (il wuxia, con l’annullamento della legge di gravità, attirò ben presto gli sguardi devoti dell’occidente), aveva già deciso di tentare la carriera oltreoceano, in quella Hollywood che sembrava, dopo il crollo del Muro di Berlino, sempre più una possibile terra di conquista. Anche Tsui Hark, nato a Saigon – dove ambientò A Better Tomorrow III – e poi trasferitosi con la famiglia da adolescente a Hong Kong, tentò la strada lastricata d’oro della Mecca del Cinema. Non lo fece, come il collega ed ex-sodale John Woo potendo contare su offerte lavorative da “Serie A”; mentre Woo si dilettava con il secondo capitolo di Mission: Impossible e l’ambizioso – e clamoroso – Face/Off, a Tsui la Columbia Pictures assegnò il set di Double Team, un film d’azione con protagonisti Jean-Claude Van Damme, il cestista Dennis Rodman (in quell’anno ancora sotto contratto con i Chicago Bulls) e Mickey Rourke nei panni dell’arci-cattivo. Il finale di quel film, con il combattimento all’interno del Colosseo che rievoca i fasti de L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente di/con/su Bruce Lee, disgustò la critica, che lo relegò al ruolo di grossolana scemenza priva d’interesse. La dose sarebbe stata rincarata l’anno successivo con Knock Off, in italiano Hong Kong colpo su colpo.

Già ampiamente pregiudiziale nei confronti di qualsiasi apparizione cinematografica di Van Damme, la critica inarcò le sopracciglia di fronte allo spudorato candore demente di Hong Kong colpo su colpo, alla sua azione adrenalinica ma slabbrata, furibonda, incessante. Anche la regia di Tsui venne trattata con colpevole sufficienza, visto che il regista era assai meno noto in occidente rispetto a John Woo: si parlò di mancanza di stile, di mancanza di sguardo, di mancanza di gusto. Accuse che oggi fanno sorridere, al più, e che sono completamente irricevibili. Con una regia al fulmicotone, deragliante e ipercinetica al di là di ogni immaginazione, Tsui Hark affronta gli ultimi anni del Secolo Breve con la clamorosa precisione di un amanuense certosino in grado di armonizzare il calembour slapstick alle necessità thrilling dell’azione muscolare. Prende un oggetto di venerazione per i culturisti di mezzo mondo come Van Damme e lo trascina nel campo della commedia, sfuggendo dalle grinfie del soliloquio a favore di un lavoro corale, coreografico nel senso più alto e puro del termine. Conscio dei limiti di una sceneggiatura con poche frecce nella sua faretra – eppure Steven E. de Souza era stato l’artefice degli script di 48 ore, Trappola di cristallo e 58 minuti per morie – il regista hongkonghese si lancia a corpo morto in una danza acrobatica della messa in scena, che supera qualsiasi limite di senso, di credibilità, di genere. Opta per inquadrature impossibili (dall’interno delle scarpe da ginnastica, per esempio), moltiplica il livello di scontri, proiettili vaganti, corpi contundenti, inseguimenti e fughe improvvise. Agisce, in ogni forma, modo e sostanza. In una storia di infiniti doppi giochi e finte identità, in cui Hong Kong è ancora (per una delle ultime volte) il punto d’incontro fondamentale tra occidente e oriente, Tsui traumatizza gli occhi degli spettatori con una grandinata di intuizioni, di scarti imprevisti, di scorciatoie tanto narrative quanto visive. E se Van Damme non è un attore di primo livello – ma sa adattarsi alla bisogna con una certa nonchalance, e questo merito gli andrebbe riconosciuto – Tsui sa bene come utilizzarne il corpo all’interno dell’inquadratura, costruendo sequenze non solo attorno a lui ma che abbiano la possibilità di poggiare il peso sulle sue spalle.

Consapevole dell’esagerazione che Hollywood pretende da chi è straniero (e qui lo sono sia il regista che l’attore protagonista) Tsui orchestra un action che si meticcia con la commedia demenziale, sposa il buddy movie all’epica bloodshed e si fa beffe di tutto e tutti, distribuendo cazzotti tanto ai brutti ceffi in scena quanto agli spettatori, accompagnati dalle musiche dei fratelli Mael, vale a dire gli Sparks. Il cinema “classico” di Hong Kong è destinato a soffocare per via delle ingerenze politiche che il ritorno in seno alla madrepatria cinese porterà con sé? Bene, quello di Tsui sembra quasi un “muoia Sansone con tutti i filistei”: le linee guida estetiche del noir hongkonghese sono tutte lì, ma ora sono survoltate, trascinate oltre l’orlo del burrone, così deliranti tanto per l’area cantonese quanto per Hollywood da risultare sanamente anarchiche, e quindi fertili. Hong Kong colpo su colpo è un film dichiaratamente, orgogliosamente “tarocco”, esattamente come i jeans contraffatti che Van Damme e Rob Schneider smerciano in città; fa della sua falsità un punto d’onore, ma anche una dichiarazione d’intenti, la dimostrazione di un mondo che sopravvive, nonostante tutto. Un po’ come Marcus Ray.

Info
Il trailer di Hong Kong colpo su colpo.

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