Quel che resta del giorno

Quel che resta del giorno

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Quel che resta del giorno, tratto dal romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro, è insieme a Camera con vista il film di James Ivory in cui il regista statunitense riesce a fondere con maggior precisione e potenza la propria estetica ricercata e dichiaratamente démodé con la riflessione su temi assoluti quali la morale, la libertà, la Storia. Impreziosito dalle interpretazioni di un cast in splendida forma (a partire ovviamente dal duetto tra Anthony Hopkins ed Emma Thompson) Quel che resta del giorno è una tragedia in cui la vita può essere svolta eternamente e solo al passato, senza possibilità di “redenzione”.

La tenuta di Lord Darlington

Nel 1958, dopo che la tenuta di Darlington Hill, dove ha servito per trent’anni e più, è stata acquistata da un ricco americano, un maggiordomo si rende conto che la sua ammirata fedeltà per il padrone era mal riposta e che nella totale identificazione nel proprio ruolo ha fallito la sua vita. [sinossi]

Quel che resta del giorno, ventesima regia per il cinema di James Ivory, inizia con una lettera. A riceverla è l’anziano James Stevens, a scriverla è una di poco più giovane Sally Kenton: “Caro Mr. Stevens, vi sorprenderà ricevere mie notizie dopo tanto tempo. Da quando ho appreso che Lord Darlington è morto, siete sempre stato nei miei pensieri. Abbiamo letto nel Manchester Guardian che gli eredi hanno messo in vendita Darlington Hall, perché non desiderano più mantenerla. L’articolo diceva che il nuovo Conte, visto che non vi erano compratori, aveva deciso di farla demolire e di vendere la pietra a un costruttore locale. Abbiamo anche letto delle cattiverie nel Daily Mail che mi hanno fatto ribollire il sangue: “Si demolisce il covo di un traditore”.”. Nel 1956, nell’Inghilterra che si è lasciata alle spalle la Seconda Guerra Mondiale uscendone trionfatrice, e ribadendo per l’ultima volta un ruolo di primaria importanza all’interno dello scacchiere mondiale – quella vittoria fu in realtà l’ultima effimera dimostrazione di forza di una nazione da allora all’ombra del gigante statunitense –, un uomo riceve una lettera da una donna. E si mette in viaggio. Proprio su quel viaggio si apre la prima inquadratura del film, con un’assolvenza in iride sull’immagine monodimensionale della tenuta Darlington, che tanto peso avrà all’interno della narrazione. James Ivory, che trae spunto con notevole fedeltà al testo originale di Kazuo Ishiguro (grazie anche alla raffinata sceneggiatura della fedele sodale del regista Ruth Prawer Jhabvala), immerge da subito la sua pellicola in un tempo sospeso, prossimo alla modernità ma ancora proteso verso il classico. Lo fa attingendo a tutte le risorse di una letteratura d’antan, a partire ovviamente dall’escamotage epistolare: se l’intera vicenda che si sviluppa nel film è una memoria del passato, l’aggancio per correre indietro con la mente è data da una lettera, un dialogo intimo impossibile, perché non prevede risposta immediata, e neanche “obbligatoria”. Negli anni Novanta del Ventesimo Secolo, mentre tutti protendevano il capo in avanti per anticipare lo scavallarsi del millennio, Ivory raggelava lo spazio e il tempo a sua disposizione, collocandosi in una zona liminare che il cinema contemporaneo non prevedeva, una casella anomala, e per questo forse se non incompresa almeno dileggiata assai più del necessario.

Non è mai mancata al regista statunitense più britannico di tutti i tempi – al punto da scegliere la terra d’Albione come principale protagonista della sua cinematografia – l’affettazione. Ma se questo dettaglio, che in alcuni casi è tracimato fino a esondare in territori non consoni (ma è per lo più quando ha deciso di parlare al presente che i nodi sono giunti al pettine, come nel disastroso Le divorce – Americane a Parigi), è senza dubbio centrale all’interno della poetica di Ivory, esso non va confuso con la volontà di esimersi dal riflettere sull’umano, sulle sue pulsioni, e sull’impossibilità – interna o esterna che essa sia – di armonizzarle con il tempo in cui si vive. In questo senso Quel che resta del giorno è un’opera sublime, forse la più compiuta dell’intera carriera del cineasta insieme all’altrettanto fondamentale Camera con vista. Per quanto i due film si posizionino quasi agli antipodi, con Camera con vista che canta l’accettazione dell’amore giovanile, e la capacità di volgersi contro lo statuto morale, etico e politico del pensiero comune, e Quel che resta del giorno a piangere l’incapacità di agire nel medesimo modo, è evidente la volontà di Ivory di mostrare con forza l’accezione politica, e per questo tragicamente dolorosa, dell’amare. Se Helena Bonham-Carter può alla fine dei giochi correre da Denholm Elliott per “ammettere” il suo amore per Julian Sands è anche perché la sua cornice sociale, il suo statuto all’interno della società, glielo consente. Cos’è invece concesso a due servitori, a un maggiordomo e a una governante? Nulla, al di fuori di un servizio impeccabile. Non è la volontà di Stevens a impedirgli di amare apertamente Kenton, ma è il ruolo che ha scelto di svolgere, e che lo connota socialmente. Stevens è un maggiordomo: non deve avere opinioni, deve servire. Riverire il suo padrone, nulla più.

Se questa amara riflessione sul destino umano trova in Quel che resta del giorno il suo apice espressivo, lo si deve alla maturità autoriale di Ivory, che riesce a fondere con precisione cristallina e notevole potenza la propria estetica ricercata e dichiaratamente démodé con la riflessione su temi assoluti quali la morale, la libertà, la Storia. La cornice storica, con il vago e inessenziale Lord Darlington che strizza volentieri l’occhiolino nei primi anni Trenta al nazionalsocialismo tedesco (al punto da cacciare due ragazze ebree che aveva preso al proprio servizio per non guastare i rapporti con alcuni dei suoi ospiti prediletti) diventa tessuto di una ulteriore narrazione, quella di una Gran Bretagna fuori dal mondo che si specchia nella sua argenteria e si inebria del fumo dei suoi sigari di marca senza avere la minima capacità di comprendere l’evolversi delle cose, e l’approssimarsi del conflitto mondiale. Stevens è un eterno schiavo perché non sa accettare la propria indipendenza di pensiero, nonostante tutto: non apprezza le simpatie hitleriane del suo padrone, ma non può metterle in dubbio, perché equivarrebbe a mettere in dubbio la propria esistenza. Con grande scelta di stile Ivory trasforma casa Darlington nell’epicentro di ogni sviluppo, interiore e storico, particolare e universale. Uno sviluppo che è appannaggio però solo delle classi abbienti, che possono sposarsi e divorziare: neanche la discussione è concessa al proletariato, ai servi. Loro mangiano insieme, ma senza dialogo. E la morte gli è riservata in silenzio, in uno stanzino a parte, fuori dall’interesse di chiunque altro. Fiammeggiante mélo che fa della sua raffinata estetica il punto di forza per scardinare la vacuità del bello, Quel che resta del giorno è impreziosito da un cast in forma smagliante, capitanato da Anthony Hopkins ed Emma Thompson ma nel quale è doveroso ricordare quantomeno James Fox, Christopher Reeve, Peter Vaughan, e Hugh Grant. Il lungo viaggio di Stevens arriva a destinazione, ma è un approdo posticcio, e che non ha più materialità. Resta la memoria, l’ancora di ogni esistenza: la vita, suggerisce Ivory, può essere svolta eternamente e solo al passato, senza possibilità di “redenzione”.

Info
Il trailer di Quel che resta del giorno.

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