I professionisti

I professionisti

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A quasi trent’anni dalla sua morte Richard Brooks appare criminosamente dimenticato, tanto dal pubblico quanto (ed è ben più grave) dalla critica. Riscoprire I professionisti, tra i suoi lavori più lucidi e sublimi, significa riappropriarsi di uno sguardo indispensabile, quello eternamente rivoluzionario, nel senso più alto e profondo del termine. Perché il cinema, come la rivoluzione, è una grande avventura d’amore.

Una grande avventura d’amore

Raza, rivoluzionario messicano, ha rapito la moglie del ricco Joe Grant, il quale ingaggia quattro uomini perché la liberino e la riportino a casa: Bill, esperto di esplosivi; Harry, un veterano dell’esercito; Hans, esperto di cavalli; Jack, cacciatore abilissimo nel lancio del lazo. I quattro, allettati dalla ricompensa, superano le insidie del deserto e delle montagne fra il Texas e il Messico e riescono a liberare la donna. Ma, compiuta la missione, scoprono che il suo era stato un matrimonio forzato e che, prima, lei era stata la donna di Raza… [sinossi]

“Per me la rivoluzione è come una grande avventura d’amore”. Inizia così uno dei monologhi più struggenti e acuti della storia del cinema western: lo pronuncia Jack Palance, inguainato nei panni del leader rivoluzionario messicano Jesus Raza, rivolgendosi a Burt Lancaster/Bill Dolworth, che lo ha sì messo in ceppi ma un tempo fu a sua volta combattente nell’esercito di Pancho Villa. Ma su questo soliloquio, che di fatto innerva di senso e di struttura ulteriormente un’opera già di per sé grondante significati, si tornerà più in là. Anche perché prima è lecito chiedersi come sia possibile che I professionisti, nonostante una certa generosità nella programmazione televisiva, sia stato quasi completamente dimenticato tanto dal pubblico quanto, e questa è materia assai più grave, dalla critica. Di più: com’è stato possibile che si sia perso negli anfratti della memoria cinefila un nome come quello di Richard Brooks? Sono trascorsi ventotto anni dalla sua morte, ma ben trentacinque dalla sua ultima fatica cinematografica (Febbre di gioco, un viaggio nell’ossessione – non solo del gioco – con protagonisti Ryan O’Neal, Giancarlo Giannini, Catherine Hicks e Chad Everett), che registrò un fallimento clamoroso al botteghino e causò il pensionamento di Brooks, all’epoca già oltre i settant’anni di età. Dopotutto a Hollywood Brooks si era mosso sempre di sguincio, fuggendo a gambe levate appena gli fu possibile dal cappio soffocante delle major. È davvero significativo, e abbastanza agghiacciante, notare come un regista in grado di inanellare una serie di film capaci di mettere d’accordo pubblico e critica – da Il seme della violenza a La gatta sul tetto che scotta, da La dolce ala della giovinezza a Il figlio di Giuda – sia stato messo sotto formalina, chiuso in un ripostiglio che porta ben inciso sulla targa il suo nome ma il cui accesso è sempre più limitato. Fu un regista rivoluzionario, Brooks? Con ogni probabilità sì, nel senso più alto e compiuto del termine: fu rivoluzionario perché non agì secondo la moda corrente, non si prostrò di fronte alle ingerenze dell’industria hollywoodiana – cui dedicò, riferendosi al produttore Mark Hellinger, un ritratto sapido nel romanzo The Producer –, non accettò mai di accontentarsi del già metabolizzato. Il suo cinema è irrequieto, in perenne movimento in avanti, avanguardia di uno sguardo che nasce dalla parola per costruire il proprio tracciato espressivo, ma trova poi nell’immagine, mai manichea e sempre dominante, la sua arma.

No, non c’è poi molta differenza tra Jesus Raza, che crede ferocemente nella rivoluzione come atto indispensabile per progredire nello sviluppo umano, e Richard Brooks. Entrambi sono innamorati, tanto della rivoluzione quanto della sua materializzazione esemplificativa: la bella Maria Grant interpretata da Claudia Cardinale per Raza, il cinema e la letteratura per Brooks. Il cinema di Brooks, e I professionisti lo testimonia a ogni stacco di montaggio, è come una grande avventura d’amore. Sulle nacchere che battono il tempo della colonna sonora di Maurice Jarre si apre l’inquadratura di un bivacco: su un piccolo falò una caffettiera, a terra uno stuoino per riposarsi. Dietro, su un muro sbreccato, si legge chiaramente su vernice rossa la scritta “Viva Villa”. L’immagine stacca su una bandiera americana che sventola e un uomo che sta testando una mitragliatrice di fronte a un battaglione schierato, sparando verso il nulla del deserto. Nell’interregno che fece vagare la barca hollywoodiana nelle acque limacciose che dividono il classico dal moderno Brooks fu uno dei pochi registi (con lui Arthur Penn, a sua volta parzialmente dimenticato, eccezion fatta per i suoi due capolavori Gangster Story e Piccolo grande uomo) a tenere sempre la barra dritta, e a comprendere che la politica che si fa attraverso la narrazione deve essere già nello sguardo, altrimenti si perde nella mera retorica. A fronte di una pletora di western “politici” che facevano del ritorno indietro nel tempo la possibilità di leggere il presente – e in questa lista rientrano anche titoli indubbiamente degni di rispetto –, Brooks si affida all’ideale picaresco per riflettere sulle radici stesse del mondo in cui vive. Sul Capitale, ça va sans dire, e sulla sua oscura progenie. Film di caccia, e poi di fuga, I professionisti è il racconto non solo di una presa di coscienza, ma anche e soprattutto di un risveglio del proprio io, soffocato dal ruolo che si è deciso di svolgere in società. I quattro cacciatori sono per l’appunto “i professionisti”: le loro abilità travalicano il loro stesso essere, lo precedono. Solo nella riappropriazione dell’intimità, e quindi dell’amore (e dunque della rivoluzione, tornando alla frase iniziale di Palance), può essere ancora possibile uno scarto.

È probabile che, assuefatti da un’idea del western che prevede solo la sua rilettura crepuscolare, ci si trovi qua e là in difficoltà con un film che, fatte salve le premesse politiche (e dunque battagliere, e quindi in ultima istanza lontane da qualsiasi semplicismo industriale), crede in modo così spudorato, sincero e profondo nelle potenzialità dell’umano, nella sua capacità di ergersi contro la marea montante alla maniera forse folle ma sempre liberatoria di un Arnaut Daniel. Solo un paio di anni più tardi il mucchio selvaggio andrà al martirio, e ancora un paio di anni più in là – sempre in Messico – si riesce a credere solo nella dinamite. Ma non ne I professionisti. Se la Rivoluzione, e si sa, non è un pranzo di gala, Brooks crede ancora nel suo valore politico, sociale, romantico. Tutti i western che ha diretto sono percorsi da un brivido romantico, come L’ultima caccia e Stringi i denti e vai!. C’è ancora la capacità di vedere nell’orizzonte la prospettiva di un mondo diverso, concettualmente e politicamente diverso, e di far volgere verso esso i suoi protagonisti. Il quartetto d’archi scelto da Ralph Bellamy per riprendersi la moglie che aveva rubato – e la metafora dell’azione politica statunitense non potrebbe essere più chiara – sa scegliersi la parte. Perfetti nei loro ruoli Burt Lancaster, Lee Marvin, Robert Ryan e Woody Strode sono l’immagine di eroi che sanno leggere il mondo, e interpretarlo. Poche volte una morale così apertamente progressista si era fatta largo nelle dinamiche del genere. L’occhio e la penna di Brooks costruiscono un mondo cencioso eppure ideale, dove si può svolgere un monologo quasi shakespeariano senza che si avverta alcuno scarto nell’armonia della narrazione. Si torna dunque lì, a Jesus Raza che pronuncia: “Per me la rivoluzione è come una grande avventura d’amore”. E poi continua: “Al principio sembra una dea. Una causa santa. Ma come tutti gli amori ha un terribile nemico”. Interviene Bill Dolworth: “Il tempo”. E gli fa eco Raza: “E allora uno la vede com’è. La rivoluzione non è una dea, è una baldracca. Non è mai stata pura, mai santa, mai perfetta. Allora uno scappa in cerca di un’altra amante, di un’altra causa e si sporca negli amori più sordidi. Piacere, non amore. Passione, ma senza sentimento. Senza l’amore… E senza una causa, noi non siamo niente! Noi restiamo perché crediamo. E scappiamo quando siamo delusi. E torniamo quando siamo perduti. E moriamo perché abbiamo promesso”.

Info
Il monologo sulla Rivoluzione di Jesus Raza ne I professionisti.

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