Il risoluto

Il risoluto

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Il risoluto è Piero Bonamico, l’anziano italiano trapiantato in America che Giovanni Donfrancesco ha scovato tra i boschi del Vermont: nella sua memoria adolescente c’è la X Mas, ed è su questo che si snoda la testimonianza. Il cinema può ricostruire la Storia? Ne ha diritto? Con un’opera rigorosa e fluviale Donfrancesco, già autore di The Stone River e Le vere false teste di Modigliani prova a trovare una risposta al quesito.

La guerra di Piero

Un italiano di ottantasette anni, nel suo ritiro nei boschi del Vermont, incontra un cineasta e coglie l’occasione per guardare indietro alla sua vita. Dai ricordi sin qui taciuti della guerra, scaturisce un passato inconfessabile da soldato-bambino, nei ranghi della Decima Mas, una delle più violente milizie fasciste. E una rivelazione sul destino del tesoro di Mussolini, che lui stesso avrebbe contribuito a occultare… Un viaggio nei meandri della memoria, capace di parlare al nostro presente. [sinossi]

In un episodio de L’ispettore Derrick il protagonista esprime una delle sue massime: “Un testimone non deve mai esprimere opinioni; deve solamente dire quello che sa”. Fin dall’ouverture (Il risoluto si compone di un’ouverture, quattro atti e un epilogo, a rimarcare la struttura drammaturgica del documentario) Giovanni Donfrancesco cerca di spingere Piero Bonamico ad analizzare la propria esistenza, tornando indietro con la memoria per cercare di capire, e forse di capirsi meglio. Non ha timore l’anziano Piero ad affermare “Absolutely! Ero volontario a far questo, volevo far questo!”. Ma cos’è esattamente che voleva fare Piero quando aveva quindici anni e ancora viveva in Italia? Facile, voleva far parte dei “risoluti”, uno dei reparti dipendenti della X° Mas, il corpo militare indipendente della Repubblica di Salò al comando del capitano di fregata Junio Valerio Borghese. Nel momento di scegliersi la parte, nell’atto della guerra che vide l’Italia schierarsi con i partigiani o con i repubblichini, Piero Bonamici, ancora un ragazzino dalle parti di Genova, sposa la causa dei mussoliniani, prendendo parte alle scorribande di quelli che lui stesso ora che è anziano definisce banditi. C’è un lasso temporale non indifferente che divide i giorni concitati della Liberazione, nella primavera del 1945, agli anni Dieci del terzo millennio; al tempo si somma poi lo spazio, perché Piero non vive più in Italia. Da anni si è trasferito negli Stati Uniti d’America e vive con la moglie – americana – in Vermont, lo stato della montagna verde. È lì che lo raggiunge Donfrancesco, per un’intervista che è anche la riapertura di una memoria repressa, tenuta segregata perché ovviamente scomoda. E come ogni mystery che si rispetti Donfrancesco riprende per la maggior parte del tempo il suo testimone al chiuso, in una stanza male illuminata da un piccolo lampadario, con una ripresa frontale.

Anche Donfrancesco sa scegliersi la parte, ed è una parte etica ed estetica allo stesso tempo. Laddove molti suoi colleghi avrebbero fatto ampio ricorso al materiale d’archivio, per tentare il racconto di ciò che accadde in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, e in particolar modo dopo l’armistizio dell’8 settembre, il regista di The Stone River e Le vere false teste di Modigliani se ne guarda bene: cos’ha da aggiungere l’immagine del passato alla storia di un uomo che faticosamente, e forse per la prima volta (“sei tu che mi sei venuto a cercare!” rimprovera al regista Piero) cerca di riannodare i fili della propria memoria personale? Sui libri di storia è possibile trovare tracce adeguate a disvelare i percorsi e i sentieri su cui si mosse l’Italia repubblichina, ma in nessuno di quei testi si riesce davvero a entrare in contatto con chi fece una scelta sbagliata, per cercare di comprenderne i motivi, le pulsioni, i pensieri più o meno dichiarati. L’operazione condotta da Donfrancesco non ha bisogno di orpelli come le immagini di repertorio, perché non si muove sulla linea di mezzeria tracciata dall’Istituto Luce nel corso dei decenni: la Storia, ribadisce Donfrancesco, non è racchiusa in un’immagine, per quanto evocativa essa possa essere. L’immagine è sempre manipolabile, anche attraverso il montaggio (lo ha rimarcato il pessimo Il varco Federico Ferrone e Michele Manzolini, interamente costruito su immagini già esistenti, meno di un anno fa). Quindi il regista sceglie di ridurre al minimo tutto quello che non riguarda direttamente i conti che l’uomo che ha rintracciato nei boschi del Vermont fa con il proprio passato – e quanto cozzano quegli alberi, quei laghi, quegli spazi verdi con il grigiore di un mondo assediato dalla guerra, poverissimo, pronto al banditismo e all’abiezione pur di trovare un proprio spazio per rivendicare il diritto all’esistenza – e si concentra sul suo viso, sulle sue esitazioni linguistiche, visto che con il passare del tempo ha perso dimestichezza con l’italiano e di quando in quando preferisce parlare in inglese, sui suoi silenzi mentre cerca le parole giuste, se mai esistono, per raccontare ciò che fu la X° Mas, ultima vergognosa vertigine del fascismo.

Se il rigore quasi assoluto che permea Il risoluto può apparire castrante, il dinamismo Donfrancesco lo trova nel suo progressivo rapporto con Piero, che all’ultimo passo di danza della propria vita ha deciso di scoperchiare lo scrigno di una memoria intera. Non si utilizza a caso il termine scrigno, visto che a un certo punto il film dirazza dal puro e semplice passaggio a ritroso degli eventi personali per trovare un punto di vista a suo modo “universale”. Piero infatti, colpo di scena, sarebbe a conoscenza del tesoro di Mussolini, noto anche come “Oro di Dongo”, e della fine che fece dopo l’arresto del Duce. Lo scrive anche con una grafia un po’ infantile su un foglio di carta, Piero: “{Valerio Borghese} Dalle mani del Duce alle mani di Dio per la ri-costruzione della nuova ITALIA”. Nel passaggio da semplice ricordo intimo a memoria collettiva – anche se sempre legata a qualcosa di personale, perché Piero racconta di aver partecipato allo scambio tra le valigie con i preziosi a ridosso del lago di Como – si percepisce con ancora maggior forza lo scarto di un film che parte da un incontro tra due persone, un italiano trapiantato oltreoceano e un regista, e arriva a cercare di riflettere sul senso dell’adolescenza, sulle scelte che comporta la povertà, sul rapporto con la Nazione e la Politica, sul senso di comunità e di appartenenza. A che modo appartiene Piero? Il suo sguardo, è lui ad ammetterlo, vaga oltre gli alberi che circondano la sua casa per immaginare uccelli, e persone che mangiano e vivono. “Sono un essere umano vivo?” chiede ripetutamente a colui che lo sta interrogando. “Un testimone non deve mai esprimere opinioni; deve solamente dire quello che sa”, affermava l’Ispettore Derrick. Se Piero è testimone di sé, la videocamera di Donfrancesco è testimone di lui, e del tempo e della storia che si va dipanando. È testimone per gli spettatori, è tramite per il riannodarsi della memoria. Nel suo rigore c’è anche il senso di responsabilità etico dello sguardo, la sua necessità di non giocare con gli artifici del cinema per uscire da quella stanza, da quella casa, da quel ricordo.

Info
Il risoluto, il trailer.

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1 Commento

  1. Paolo Bottero 30/05/2020
    Rispondi

    Spt.le Quinlan,
    sono Paolo da Andora (sv) .
    Da pochi minuti su RAI 3 è terminato il programma “il resoluto” di Giovanni Donfrancesco… . Si è creata l’urgente necessità di mettersi in contatto con il prof.Donfrancesco per uno scambio di informazioni.
    Sarebbe di grande aiuto e gradita un’intercessione Vostra per un qualsiasi recapito del prof. Donfrancesco.
    La tempistica potrebbe essere determinante !
    Fiducioso in un Vostro riscontro ringrazio.
    Cordiali saluti.

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