Baci e abbracci

Baci e abbracci

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Baci e abbracci è la quarta regia di un lungometraggio per Paolo Virzì, la prima a giungere dopo il successo clamoroso di Ovosodo, che è arrivato a vincere il Leone d’Argento alla Mostra di Venezia. Film natalizio à la Capra, rarità assoluta nel panorama italiano, è anche l’intelligente rilettura di un classico della letteratura come L’ispettore generale di Gogol’, nonché (ovviamente) di Gli anni ruggenti di Luigi Zampa. Ottimo il cast corale, che riprende parte di quello di Ovosodo ed è capitanato da un eccellente Francesco Paolantoni, all’epoca celebre per la sua partecipazione a Mai dire gol.

È Natale, non si soffre più

Nelle campagne fuori Cecina, nel livornese, la famiglia Bacci ha rischiato mettendosi in proprio con un allevamento di struzzi, ma gli affari tardano a ingranare. L’ultima speranza della famiglia è quella di ingraziarsi un assessore regionale di nome Mario, che è fidanzato con una loro cugina che fa la hostess, durante la cena di Natale. Caso vuole che alla stazione ferroviaria invece dell’assessore venga raccattato un altro Mario, un uomo d’origine napoletana che ha un ristorante in città a un passo dal fallimento, ed è stato anche abbandonato dalla moglie… [sinossi]

Un film come Baci e abbracci, uscito nelle sale italiane oramai oltre venti anni fa, appare quasi come un alieno se paragonato alla restante produzione nazionale. Nessuno infatti fino ad allora e da allora ha avuto l’ardire di costruire una commedia corale, per di più di ambientazione natalizia, giocando da un lato con Gogol’ e con la memoria storica del cinema italiano (come si vedrà tra poco) e dall’altro con i buoni sentimenti à la Capra, di evidente discendenza hollywoodiana. Tutto questo, è il caso di ricordarlo, dopo aver un successo italiano e internazionale come Ovosodo. Ma occorre andare per gradi. Paolo Virzì ha trentaquattro anni nel 1998, quando si svolgono le riprese di Baci e abbracci, e ha già diretto tre film, tutti e tre a loro modo esemplificativi della volontà di tornare a ragionare con coerenza e lucidità sugli usi e i costumi della commedia italiana. Nel 1994 La bella vita aveva come sfondo Piombino e come focus una coppia in crisi, un po’ come le acciaierie cittadine prossime alla dismissione (ed era l’anno del “miracolo italiano” di berlusconiana memoria): molto operaismo, con una spruzzata di vagheggiamento in odor di Sceicco bianco – il Gerry Fumo interpretato da Massimo Ghini – e un’amarezza che permea l’intero arco narrativo. Nel 1996 è il momento di Ferie d’agosto, classico calembour vacanziero con opposte fazioni – famiglia di sinistra intellettuale vs. famiglia di destra del ceto medio/basso – in quel di Ventotene, tutto giocato sulla coralità della situazione. Quindi Ovosodo, il primo film di Virzì a non assomigliare granché alla prassi in cui è piombata la produzione nazionale. Spaccato di oltre venti anni di vita di un ragazzo livornese cresciuto nella Livorno proletaria (e non solo) degli anni Ottanta e Novanta, Ovosodo riprende la lezione della commedia all’italiana innervandola di nuove tensioni, tanto emotive quanto politiche e sociali. Ne viene fuori una delle opere più spiazzanti, divertenti e allo stesso tempo acute del cinema italiano del periodo, giustamente premiata alla Mostra di Venezia con il Leone d’Argento (l’Oro andò a Hana-bi, capolavoro dolorosissimo e disperato di Takeshi Kitano), in un luogo come il Lido dove raramente si sa dare il giusto peso alla commedia, ancor più se italiana – si rammenti il massacro preventivo cui andò incontro solo pochi anni fa il fragile ma grazioso Piuma di Roan Johnson.

Baci e abbracci non andò al Lido, e dribblò anche tutte le altre possibilità festivaliere. Uscì direttamente in sala nel gennaio del 1999, subito dopo il periodo in cui è ambientata la pellicola, che si svolge la Vigilia di Natale. Per quanto fu accolto con grande interesse, il film non ricevette all’epoca il plauso che avrebbe meritato. Forse la critica, e chissà anche il pubblico, pensavano che si sarebbero trovati di fronte a una sorta di sequel o di fotocopia di Ovosodo, anche per via di una parte del cast, con Edoardo Gabbriellini in testa, che veniva proprio dal set precedente. Ma se si dovesse scegliere un solo merito da ascrivere alla coppia composta da Virzì e Francesco Bruni (all’epoca ancora lontano dall’esordio alla regia e fedele sodale del concittadino regista), quello sarebbe l’eclettismo: negli anni del loro sodalizio, al di là del risultato finale raggiunto, non c’è un solo film che si accontenti di muoversi in un terreno già solcato dall’aratro della scrittura – si pensi anche ai vari N – Io e Napoleone, Caterina va in città e Tutta la vita davanti, per esempio. E Baci e abbracci di certo non assomiglia a niente che gli sia coevo, e anche a null’altro all’interno della filmografia virziana. Anche se, come in Ferie d’agosto, si punta su un lavoro corale, la dilatazione temporale è del tutto diversa: da un lato c’è un intero mese, con le dinamiche che hanno modo e tempo di deflagrare, dall’altro si tratta solo di un paio di giorni, per di più a dir poco iconici all’interno della cultura italiana. Se da un lato si contrappongono due modi di vedere la vita (che diventano scaturigine di una divisione politica), dall’altro si affrontano solo ed esclusivamente umanità in odor di fallimento. Fallimento, eccola la parola chiave per leggere l’anima profonda del film. Sono dei falliti i Bacci, che hanno abbandonato la loro storia operaia sognando di potersi mettere in proprio, di poter essere padroni, aprendo un allevamento di struzzi nelle campagne di Cecina (nel livornese); ed è un fallito Mario, il ristoratore che non ha clienti, non ha amici, e non ha neanche più una famiglia. E se il tentativo di suicidio con il tubo di scappamento dell’automobile non va in porto in modo grottesco, il dolore di quell’esistenza prorompe con straordinaria forza dall’ordito della pellicola.

In quel mondo destinato a scomparire, in quella famiglia che mette insieme più generazioni – ci sono i nonni, i figli, i nipoti – e che si aggrappa a una serata a cena con un ospite di riguardo che può “salvare la situazione”, si percepisce tutta la tenerezza di uno sguardo partecipe, la volontà di scegliere una parte (che è anche quella del povero ristoratore umiliato persino in banca) e di non abbandonare mai quella prospettiva. Ma al di là di questo c’è anche l’intelligenza di comprendere come la commedia sia una materia malleabile, ricca di strati e sfumature, tutte perfettamente armonizzabili tra loro. Così si può prendere un testo di Gogol’, L’ispettore generale, e utilizzarlo a mo’ di canovaccio (come fece già Luigi Zampa ai tempi de Gli anni ruggenti) per orchestrare una commedia sottoproletaria che in realtà guarda però alla Hollywood di Frank Capra, il più grande narratore del Natale che si ricordi – anche lì dopotutto il protagonista tenta il suicidio, gettandosi nel fiume. Se questo sposalizio vi sembra bizzarro, chissà cosa direte osservando il modo in cui attori non professionisti si trovano con naturalezza a tu per tu con interpreti dal pedigree teatrale come Paola Tiziana Cruciani: per non parlare di Francesco Paolantoni, che buona parte del pubblico dell’epoca conosceva quasi solo per la sua esperienza di comico televisivo (erano gli anni in cui imperversava a Mai dire gol con personaggi quali Ciairo il pizzaiolo, Robertino o il Mago Spacca) anche se era stato già possibile ammirarlo tra gli altri in Blues metropolitano di Salvatore Piscicelli e L’amore molesto di Mario Martone. È lui a trainare l’intero cast in questo viaggio al termine della notte natalizia – che è anche notte di una vita che non vede più luce – tra incomprensioni, tradimenti, allucinazioni dovute ai funghetti (forse). Con il desiderio non di aver successo, meteora di un modus vivendi che non appartiene a quel “popolo”, ma di ritrovare la possibilità di baciarsi e abbracciarsi, e magari pranzare tutti insieme. Il Bianco Natale cantato alla maniera dell’Amaranto Posse – gli Snaporaz, band in cui suona anche il fratello di Virzì, Carlo – e che termina in un abbraccio collettivo e nell’urlo liberatorio/disperato “Non si soffre più!” è una delle sequenze più struggenti, e potenti, del cinema italiano di fine millennio. I Will Survive, cantano i Cake sui titoli di coda. Un auspicio anche per il cinema, si direbbe.

Info
Il trailer di Baci e abbracci.

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