Chi ucciderà Charley Varrick?

Chi ucciderà Charley Varrick?

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Chi ucciderà Charley Varrick? è la dimostrazione dell’anarchismo formale, politico, sociale di Don Siegel. Il protagonista, come forse lui stesso, ha perso qualsiasi speranza nell’umanità; il suo racconto ha i ritmi incessanti dell’action, tra le sincopi del montaggio e una regia liberissima, che scardina sempre la forma e la prassi. Con un monumentale Walter Matthau, che pare non apprezzasse poi particolarmente il risultato finale.

L’ultimo degli indipendenti

Un tempo Charley Varrick era un pilota acrobatico di un certo successo, ma ora non più: con sua moglie Nadine e qualche sodale preferisce svaligiare piccole banche di paese, con poco incasso ma anche poco rischio. Un giorno però qualcosa va storto, e si trova in un affare decisamente più grande di quanto potesse immaginare… [sinossi]

Prima di affidare il ruolo del protagonista di Chi ucciderà Charley Varrick? a Walter Matthau, Don Siegel si rivolse a Clint Eastwood: dopotutto i due avevano fatto coppia nei quattro precedenti film del regista (L’uomo dalla cravatta di cuoio, Gli avvoltoi hanno fame, La notte brava del soldato Jonathan, e Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!, con cui si era inaugurata una saga destinata a durare quasi venti anni), ottenendo il plauso del pubblico, e in buona parte anche della critica. Invece, con un coup de théâtre, Eastwood si era tirato indietro, adducendo come motivazione il fatto che il personaggio non possedeva lati positivi, né alcun istinto alla redenzione. Viene da chiedersi quali straordinari riflessi positivi avesse letto l’attore e regista nel personaggio del soldato Jonathan del capolavoro di appena un paio d’anni prima, ma forse è pretendere troppo. Fatto sta che il ruolo venne affidato a Walter Matthau, con un cambio pressoché totale di registro, di fisico, e anche di anagrafe visto che Matthau era di dieci anni più anziano (a ottobre cadrà il centenario della sua nascita, con la speranza che venga ricordato quanto merita). Il punto però è che anche Matthau restò sconcertato dopo aver visto il film, al punto che lo stesso Siegel raccontò di essere stato tampinato con varie telefonate miste d’ironia e disappunto durante le quali Matthau chiedeva un dispositivo speciale per cercare di comprendere una matassa narrativa a suo modo di vedere eccessivamente ingarbugliata (“e io sono uno intelligente!”, pare chiosasse). Il destino del “povero” Charley Varrick è dunque quello di rimanere incompreso perfino agli interpreti che hanno avuto modo di studiare la sceneggiatura? Se così fosse non potrebbe che apparire come una conferma dello stato di assoluta anomalia nel quale si muove la trentaduesima regia di Siegel, giunto all’apice della sua carriera quasi senza rendersene conto e costretto di lì a poco a terminarla – l’ultima incursione dietro la macchina da presa sarà Un giocatore troppo fortunato, nel 1982: tre anni prima aveva avuto modo di “riconciliarsi” con Eastwood dirigendolo nell’esaltante Fuga da Alcatraz.

Ma è tutto il cinema di Siegel, dopotutto, a rappresentare un’anomalia, una bizzarria del sistema che oggi non sarebbe praticamente possibile mettere in atto. Non è un caso che le giovani generazioni cinefile abbiano poca dimestichezza con il cinema di Siegel, così come con quello di Samuel Fuller, o di Budd Boetticher, e forse persino con Sam Peckinpah e John Milius. Registi troppo liberi, così fuori dagli schemi da potersi permettere intere filmografie inguainate in quelli che appaiono steccati delimitanti, come il noir o il western. Eppure proprio nel ristretto condotto d’aria del genere – ristretto per chi non comprende il senso ultimo e più profondo del genere stesso – Siegel ha trovato la sua via di fuga, ardimentosa come quella dei suoi personaggi, che devono spesso sopperire alla minor forza con l’arma dell’intelligenza. In questo senso non c’è dubbio che Siegel assomigli molto a Charley Varrick: come lui per esempio sembra aver perso qualsivoglia speranza concreta nell’umanità. Siegel mette in scena da anni truffatori, rapinatori, assassini, banditi d’ogni risma (non che le forze dell’ordine siano tanto meglio, va detto), e non ha più grammi di romanticismo con i quali indorare la pillola allo spettatore. C’è solo la realtà, dura e cruda, ed esposta in modo chiaro e netto, così netto da travalicare il limite del brutale (Chi ucciderà Charley Varrick? è un film di notevole violenza per l’epoca); per Varrick il sentimento è finito nel proiettile alla pancia che s’è portato via la sua Nadine, la sua amata consorte che lo aveva seguito quando faceva evoluzioni acrobatiche come pilota d’aereo ed era al suo fianco anche nella nuova professione, quella del rapinatore. Nell’esplosione dell’automobile nel bel mezzo della foresta, vista a distanza dallo spettatore come dallo stesso protagonista (in una mirabile sequenza che depista lo sguardo, concentrando l’attenzione sulla possibilità che un poliziotto in solitaria smascheri Varrick e l’unico complice sopravvissuto alla rapina) termina il Varrick-Uomo, e vi si sostituisce il Varrick-Personaggio, così astuto da riuscire sempre a mettere in scacco tutti, dalle forze dell’ordine alla mafia che vuole i soldi – tanti – che lui ha rubato.

Ma Siegel e Varrick si assomigliano anche perché, come recita lo slogan della finta ditta di disinfestazioni di cui dice di essere il proprietario, quest’ultimo si considera “l’ultimo degli indipendenti”. Così è anche Siegel, che si muove in Hollywood in apparente palingenesi senza smussare gli angoli che ha imparato ad affilare nel corso del tempo. Charley Varrick è solo un altro volto della lunga galleria di cinici e disillusi che hanno affollato i saloni di casa Siegel, raccontando un’America dall’anima nera che più nera non si può, impossibilitati all’emancipazione o al riscatto. Rispetto ad altri però Varrick è dotato di un’intelligenza sopraffina, con la quale sopperisce a una forza fisica che non gli permetterebbe di raggiungere gli obiettivi che si prefissa. Non c’è scampo alla dissoluzione della morale, ma la brutalità fine a se stessa non è destinata a trionfare: nell’etica di Siegel questo può apparire quasi come un lieto fine. Dominato da una regia volutamente fuori asse, in cui lo spazio assume forme non consone per ribadire la non conformità di una nazione in mano alla delinquenza (e non c’è un dirty Harry a fare giustizia…), Chi ucciderà Charley Varrick? è un film tarantolato, pervaso da un ritmo incessante, in cui anche un volto iconico come quello di Walter Matthau può trovare nuovi motivi d’essere, e nuove sfumature. Lì per lì forse non se ne sarà reso conto, l’attore prediletto di Billy Wilder, ma a ripensarci imparerà a rispettare e ad amare Charley Varrick, al punto che ne interpreterà una copia (non conforme) qualche anno più tardi, nel 1980. Il film si chiama 2 sotto il divano, ed è una commedia frizzante e brillante diretta da Ronald Neame in cui Matthau interpreta Miles Kendig, un agente della CIA che tutti vogliono fare fuori, a partire dall’Agenzia stessa. La disillusione di Varrick si tramuta in un sorriso bonario in Kendig, ma il film guarda apertamente allo strapotere siegeliano, al punto da replicarne in gran parte perfino il finale. Ma questa è un’altra storia.

Info
Chi ucciderà Charley Varrick, il trailer.

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