Concorrenza sleale

Concorrenza sleale

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Concorrenza sleale è il film con cui l’allora settantenne Ettore Scola entra nel nuovo millennio, e resterà il terzultimo della sua decennale carriera (dopo di lui Gente di Roma e Che strano chiamarsi Federico); Scola firma un film d’antan, che guarda al passato con malinconia per la semplicità di una vita piccolo borghese dignitosa, e disprezzo per la memoria mussoliniana. Se il plot è un po’ semplice, con il riscatto subitaneo del milanese cattolico Diego Abatantuono di fronte alle angherie patite dal romano ebreo Sergio Castellitto, il film è riscattato dalla verve della sceneggiatura e dall’ottima prova dell’intero cast. Di una parte delle scenografie approfitterà Dante Ferretti quando dovrà costruire a Cinecittà la Manhattan di Gangs of New York per Martin Scorsese.

La legge e la morale

Roma, 1938: Umberto Melchiorri e Leone Della Rocca sono due commercianti di stoffa che lavorano sulla stessa via. Il primo, originario di Milano, prepara abiti su misura mentre il secondo, un ebreo romano, vende capi confezionati. La loro concorrenza, che pare sempre più spietata, non potrà però essere dura quanto la mannaia delle leggi razziali, promulgate quell’anno da Benito Mussolini. [sinossi]

Nel cinema è necessario anche saper cogliere le occasioni: cosa ne sarebbe stato de Il processo di Orson Welles e di uno dei più bei musei pareigini, per esempio, se la Gare d’Orsay fosse stata distrutta, com’era nei piani? E come sarebbe divenuto Non toccare la donna bianca di Marco Ferreri se le ruspe al lavoro non avessero smantellato il quartier des Halles? Si potrebbe continuare a lungo. Fatto sta che nel 2001, quando esce Concorrenza sleale, ci si stupisce dell’ottimo lavoro scenografico portato a termine da Luciano Ricceri (morto nel febbraio di quest’anno: tra i suoi lavori oltre ai set di Scola, anche Giulietta degli spiriti di Federico Fellini, molto Dino Risi, Interno berlinese di Liliana Cavani e L’ultimo Capodanno di Marco Risi), che ha ricostruito un’intera strada della Roma del 1938, con le botteghe, i negozi, gli appartamenti, perfino una linea del tram al centro della carreggiata. Un lavoro d’altri tempi, cui il cinema italiano si è progressivamente disabituato: un’opera così ben compiuta e raffinata che Dante Ferretti, scenografo per Gangs of New York di Martin Scorsese, si rifiuterà di buttarla giù preferendo integrarla al proprio progetto – ritardando così la tabella di marcia, con la nota irritazione del regista statunitense. Perché partire dalla scenografia, per quanto accurata, per affrontare Concorrenza sleale, terzultima regia di Ettore Scola e suo ufficiale ingresso tanto nei settant’anni quanto nel Terzo Millennio? Perché quel breve tratto di strada ricostruita in studio non è solo il simbolo di un cinema che cerca di riannodare i conti con il passato fingendolo per poterlo rendere di nuovo reale (pratica che è propria del cinema, e del suo senso più intimo). In quella via Settimiano, che non esiste in realtà nella toponomastica capitolina ma fa riecheggiare la ben più celebre via Ottaviano, epicentro economico del rione Prati, c’è il valore intimo, e perciò universale, di Concorrenza sleale. Scola punteggia la sceneggiatura, scritta insieme a Scarpelli padre e figlio e alla sua di figlia, Silvia (Age, malato da tempo, si è ritirato dalle scene), sul diario intimo di un bambino di sette anni, la stessa età che aveva lui nel 1938, quando vennero promulgate le infami leggi razziali. Nell’autobiografismo, per quanto solamente accennato, si rintraccia anche la volontà pervicace di voler ricostruire Roma, riviverla così com’era, fascista e antifascista a un tempo, forse menefreghista, con la saggezza popolare che permeava anche la piccola e media borghesia.

Come spesso capita allo Scola degli ultimi film della sua carriera (ad esempio Mario, Maria e Mario e La cena) è il bozzetto a dominare la scena: in fin dei conti poco interessa del reale svolgimento di questa dolcemente mesta vicenda. A interessare davvero a Scola sembrano essere di più i personaggi di contorno, che si muovono nello spazio liminare e tangibile della scenografia ma anche in quello altrettanto periferico ma immateriale della memoria, e dell’immaginazione. Ecco dunque la portinaia, che non vede l’ora di parlare con qualcuno – magari dell’amato marito defunto –, il vagabondo che per un tozzo di pane si presta a fare qualunque lavoretto e in carcere (dove ovviamente è stato portato qualche volta dalla polizia fascista) è stato iniziato all’anarchismo, il giornalaio che permette ai bambini di sfogliare le strisce a fumetto sui giornali senza comprarlo. La Roma di Concorrenza sleale è atemporale, sembra più un presepe vivente, in cui i ruoli sono anche la rappresentazione dell’umanità che ne traspare. Se il film in linea strettamente temporale della Storia – quella vera – si svolge a ridosso delle vicende di Una giornata particolare (lì tutta la narrazione si svolgeva nel giorno della visita a Roma nel maggio del 1938 di Adolf Hitler, qui si dipana fino alle leggi razziali che prenderanno corpo nell’autunno dello stesso anno), ben diverso è lo spirito con cui viene affrontata la memoria del passato: lì il dramma partiva dall’universale, la sorellanza agghiacciante tra Italia fascista e Germania nazista post-Anschluss, per giungere al particolare di due esseri solinghi e destinati alla dispersione, qui invece il tracciato è quello di una commedia gentile, non priva ovviamente dell’amarezza spietata di ciò che accadrà – si veda il modo in cui è risolta la sparizione del povero orologiaio ebreo interpretato da uno splendido Claude Rich – ma la cui altezza di sguardo è volutamente quella, come già scritto, di un bambino di sette anni.

A ben vedere la parte più inessenziale del film è proprio quella legata ai battibecchi tra il cattolico milanese Melchiorri e l’ebreo romano Della Rocca, impreziositi solo dalla classe attoriale di Diego Abatantuono e Sergio Castellitto. E allo stesso tempo è fin troppo calcata la presa di coscienza del primo, che vive un riscatto troppo rapido (più interessante semmai il fratello di Melchiorri, il professore interpretato da Gérard Depardieu che è apertamente antifascista ma ben più ipocrita e pavido), così come troppo veloce è il modo in cui si tronca la storia d’amore alla Giulietta e Romeo tra i rispettivi figli, l’ebrea Susanna interpretata da Gioia Spaziani e il gentile Paolo cui presta corpo e voce un quasi esordiente Elio Germano qui al terzo film per il cinema dopo Ci hai rotto papà di Castellano e Pipolo e Il cielo in una stanza di Carlo Vanzina. Questo non impedisce a Scola di muoversi con raffinata dolcezza negli appartamenti di questi due commercianti, in particolar modo nella movimentata famiglia Della Rocca, e di costruire una sequenza finale che nella sua nettezza appare quasi insostenibile, come se i fumetti che leggono i bambini si fossero infine dimostrati solo carta, preludendo a quel vero finale che ha costruito la Storia, e che tutti oramai tragicamente conoscono. Ben più di Gente di Roma, e di Che strano chiamarsi Federico appare questo il commiato al cinema di Ettore Scola, maestro che ha saputo segnare in profondità l’immaginario della commedia all’italiana, amando i suoi personaggi di un amore feroce, e proprio per questo a volte persino cinico. Quella Roma lì non esiste più, ma non esiste più neanche la Roma da ricostruire in studio, immaginando la realtà e riscrivendola. Non esiste più quel cinema, ed è questa la più amara delle riflessioni.

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L’incipit di Concorrenza sleale.

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