Un apprezzato professionista di sicuro avvenire

Un apprezzato professionista di sicuro avvenire

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Ultima opera di Giuseppe De Santis, realizzata dopo ben sette anni di lontananza dai set, Un apprezzato professionista di sicuro avvenire è un inaspettato fumettone marxista, scatenato nei suoi eccessi audiovisivi e nei suoi stridori stilistici. Grottesco inacidito e pessimismo spietato per un apologo esemplare sulla natura criminogena dell’ipocrita cultura catto-borghese. Disponibile su Film&Clips.

(De)costruzione di un mostro

L’ambizioso avvocato Vincenzo Arduni, assessore e prossimo candidato alla carica di sindaco, corre sul luogo del delitto dove nella notte hanno ucciso il suo migliore amico, don Marco, sacerdote che conosce fin dagli anni della giovinezza. Vincenzo si scioglie in un pianto disperato, ma in realtà è lui stesso il colpevole dell’omicidio e ne approfitta per recuperare un bottone della camicia che ha perso nell’aggressione al prete. Figlio di un umile capostazione socialista, Vincenzo è sposato a Lucietta, erede di un ricco costruttore edile, e da sempre nutre l’ambizione di affermarsi in società senza guardare in faccia a nessuno. Mentre si avviano le indagini intorno alla morte di don Marco, Vincenzo cerca di far ricadere la colpa su un umile sottoproletario, Nicola Parella, che conosce da tempo e che spesso sfrutta in tribunale per farsi rendere false testimonianze a pagamento. A poco a poco Vincenzo, che è afflitto da impotenza sessuale, ricostruisce nella memoria il suo percorso di vita e l’intricato rapporto con l’amico don Marco che è sfociato poi nel delitto… [sinossi]
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Dopo sette anni di inattività da Italiani brava gente (1965) Giuseppe De Santis ritorna a girare per l’ultima volta nel 1972 componendo un film decisamente sorprendente e inaspettato. A detta di Alberto Farassino, Un apprezzato professionista di sicuro avvenire fu realizzato per «la disperazione e la gran voglia di girare», sviluppata a seguito di una lunga assenza dai set e di un’ormai consolidata difficoltà a farsi produrre nuovi progetti. In tale direzione rimane anche abbastanza inconsueta la dicitura sui titoli di testa, che non attribuisce a De Santis il ruolo di regista bensì di «direttore artistico», e non è dato sapere se ciò costituisca una parziale presa di distanze o piuttosto l’attribuzione di un ruolo ancor più demiurgico nella composizione dell’opera. Perché in effetti il film, nel suo frastornante concerto di imprevisti eccessi espressivi e narrativi, assume le sembianze di un’opera tenuta insieme da una forte presenza autoriale, capace di amalgamare e fluidificare le tante dissonanze stilistiche e anche le più conclamate cadute verso il ridicolo involontario, spesso rese ambigue da una generale adozione di un grottesco intensamente acido e distorsivo che può ricordare solo un po’ alla lontana il coevo cinema di Elio Petri. Resta d’altronde intatta, e in pieno spirito desantisiano, una riflessione a carattere marxista sulla borghesia e la sua psico-antropologia, qui restituita tramite un ferreo e asfissiante approccio schematico e ideologico che adotta le griglie di uno spietato teorema senza via di scampo.

Secondo tale linea di ragionamento il protagonista Vincenzo Arduni, interpretato da un Lino Capolicchio efficace a intermittenza, assume i tratti di una figura fortemente e rigidamente esemplare. De Santis lo introduce al racconto secondo tratti mostruosi fin dalla sua prima apparizione, imprigionato in una squallida tenuta da camera, intento a sfogliare riviste porno mentre la moglie sul letto si lamenta di essere stata lasciata sola. Poco dopo, davanti a uno specchietto, Vincenzo si prepara alla messinscena (sulla quale del resto si basa l’intera sua esistenza), fingendo un pianto che gli sarà utile di lì a poco. Va in scena, soprattutto, lo spettacolo dell’ipocrisia borghese e dell’integrazione nella classe dirigente, declinata in una forma mostruosamente gigantesca e spietatamente analizzata nei suoi processi di plasmazione dell’uomo dovuti a un’incessante caduta dall’alto di pesanti modelli culturali. All’interno di un più generale attacco a ipocrisia, avidità e ambizione, Un apprezzato professionista si scaglia innanzitutto con toni violentissimi contro la morale cattolica, che d’altra parte nel contesto italiano fa tutt’uno con quella borghese. Ne è consapevole lo stesso Vincenzo, non burattino eterodiretto in forma incosciente, bensì desideroso di conformarsi al pensiero dominante del successo per precisa e calcolata scelta, benché conosca benissimo le origini degli schemi culturali che gravano su di lui e ne subisca tutto il peso fino alla psicosi.

Il film si apre con la scoperta di un omicidio in chiesa in cui ha perso la vita un sacerdote, il migliore amico del protagonista, ma De Santis coglie l’occasione di un’apparente convenzione da giallo italiano per rivelare poi immediatamente che il colpevole è lo stesso Vincenzo. Da lì in poi, intarsiando un’intrigante costruzione narrativa dove si alternano presente narrativo e frammenti del passato, il giallo si trasforma in puzzle psicologico mirato a ricomporre le origini socio-culturali della costruzione di un mostro, e di come questo sia poi sfociato nell’atto criminale. I colpevoli sono presto individuati: religione, società, famiglia, convenzioni, ambizione, aspettative prestabilite e calate dall’alto, idea tutta capitalistica del successo e del valore della vita solo se sostenuta da una precisa produttività.

È innegabile che il film di De Santis proceda muovendosi in mezzo a una selva di luoghi comuni, evocati con piglio scopertamente didascalico, senza mezze misure, spesso pure declamatorio fuori da precise necessità narrative – pure certe comparse snocciolano sparate populisticamente anticlericali passando nel film per un breve frammento senza specifiche funzioni narrative se non quella di esprimere a chiare lettere il pensiero del regista e i motivi intorno ai quali il film si impernia. Così come Un apprezzato professionista di sicuro avvenire presenta una globale veste formale composta di ispirazioni spesso molto diverse, stridenti, fitto di debolezze e squilibri che spesso generano stecche, stonature e vere proprie aperture verso il fumettone ridicolo. Gli stridori più evidenti sono da attribuire alla figura del coprotagonista interpretato da uno splendido Riccardo Cucciolla, qui dedito al bozzetto di un sottoproletario dialettale al quale sono ulteriormente riservate le tirate antiborghesi più scopertamente populistiche. L’innesco narrativo che fa incrociare le strade del viscido avvocato Vincenzo Arduni e il baraccato Nicola Parella è oggettivamente debole, con quel buffo dirottamento di autobus che piega il racconto a una schizoide adesione a figure e schemi narrativi di una commedia italiana anni Cinquanta. La figura di Nicola, con annessa moglie e figli, sembra in effetti farsi testimone di una modalità espressiva del tutto attinente al bozzetto dialettale della nostra commedia della ricostruzione, suggestione estetica che si ripete un po’ in tutto il film per quanto attiene ai profili di marescialli, carabinieri e brevi comparse di anziani inaciditi. Viene a incontrarsi, insomma, una lontana tradizione italiana con l’audacia di tendenze più recenti, dal cinema civile di Petri, al giallo, al fotoromanzo percorso da brividi erotici – e in tale miscellanea di suggestioni, va detto che tutto il nucleo narrativo intorno a Riccardo Cucciolla rimane il più stonato, davvero testimone attardato di un modo di narrare il sottoproletariato fuori tempo massimo.

Alla luce di cotanta mescolanza di registri, Un apprezzato professionista di sicuro avvenire dà spesso l’impressione di un’imbarcazione sovraccarica sempre sul punto di affondare, che affida soprattutto il fulcro dell’indagine psico-sociale a un incredibile eccesso narrativo puramente romanzesco, da vero e proprio feuilleton (la paternità delegata a un altro personaggio). La goffaggine e il cattivo gusto fanno capolino più di una volta, specie nei primi piani e nei particolari degli occhi di Lino Capolicchio che, corroso dal senso di colpa, visualizza ripetutamente il volto di don Marco distorto da un ghigno infernale, o crede di vedere una mano del morto che ancora si muove. Per non parlare della serie di particolari allucinati sugli occhi del protagonista quando viene messo per la prima volta di fronte alla propria impotenza sessuale. In tale ottica di eccesso espressivo ricopre pure un suo preciso ruolo anche il ricorso in commento musicale addirittura ai «Carmina Burana» di Carl Orff.

L’apice di una siffatta eterogeneità stilistica è poi raggiunto nella sequenza-chiave del concepimento al buio della moglie Lucietta (una Femi Benussi più bella che mai), dove il montaggio alternato vorrebbe restituire la crescente angoscia di Vincenzo in un rapido susseguirsi del suo volto, quello della moglie, quello dell’inseminatore assoldato, e l’arrivo dei suoceri festanti che lanciano confetti. Dalla disperazione, Vincenzo giunge poi a una risata ormai da pazzo conclamato e a un gesto dell’ombrello. Il tutto sottolineato dal commento musicale di Maurizio Vandelli in odore di Morricone. La follia stilistica, qui come in nessun altro brano del film, conduce la ricezione dalle parti di un’ambigua lettura tra insuperabile ridicolo involontario ed entusiastica adesione a una totale rottura di aspettative prestabilite. Così facendo, Un apprezzato professionista stimola sulle prime un diffuso scetticismo, che però a poco a poco si traduce in contagiosa partecipazione a un calderone dove si frulla un po’ di tutto senza alcuna preoccupazione di coerenza e rigore. E il film suscita ancor più simpatia se pensiamo che è frutto della personalità artistica di Giuseppe De Santis, già vivace sperimentatore in opere come Riso amaro (1949) ma decisamente inaspettato in questa veste di scatenatissimo compositore di eccessi audiovisivi.

Nell’ampia collezione di attacchi alla mentalità borghese dove non si risparmia niente e nessuno, spicca d’altra parte l’acutezza nel mettere al centro del rovello del protagonista l’impotenza sessuale e il relativo fardello di italiane sovrastrutture culturali. Mirando in particolar modo alla cultura catto-borghese, De Santis insiste in ripetute sequenze dove l’ipocrisia familistica spinge il sesso verso l’unico obbligo della procreazione, ben intrecciato al rodato modello della bella famiglia come passaporto per avere successo in società. Per cui il patetico omicida Vincenzo Arduni è al contempo vittima e carnefice, e pur tratteggiato come una montagna di umani squallori e meschinità (non gli difetta anche la tendenza alla corruzione) delinea la perfetta fisionomia di un figlio in parte incolpevole di una cultura sociale repressiva e unilaterale.

Il discorso di De Santis è chiaro, chiarissimo, indubitabile, tanto è affidato a modalità espressive di lapalissiano didascalismo. Un apprezzato professionista di sicuro avvenire è anche un film riuscito? Se siamo in cerca di opere dal cristallino equilibrio e dalla compatta estetica, la risposta non può essere che un no netto. Se però si è più propensi a lasciarsi travolgere dall’imprevedibile follia di un insieme audiovisivo anche pesantemente slabbrato e disomogeneo, allora usciremo dalla visione frastornati, un po’ avviliti da alcune evidenti debolezze, ma anche compiaciuti per aver assistito a una spregiudicata esplosione di libertà espressiva. Con tanti, innumerevoli difetti, certo, ma a supporto di una riflessione penetrante e di un pessimismo acidissimo e terminale sulla macchina-società del nostro paese e, in senso lato, occidentale.

Info
La scheda di Un apprezzato professionista di sicuro avvenire su Wikipedia.

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