Il minestrone

Il minestrone

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Colossale opera sulla fame eterna e atavica di un proletariato che ha perso qualsiasi coordinata (geografica, politica, morale) Il minestrone rappresenta uno degli apici della carriera di Sergio Citti, qui al quinto lungometraggio. Accompagnato da un cast che vede protagonisti Roberto Benigni, Ninetto Davoli e Franco Citti (oltre a un sublime Giorgio Gaber), il film è uno dei gioielli dimenticati del cinema italiano.

La fame

All’inizio ci sono due “morti di fame” che rovistano nell’immondizia per procurarsi qualcosa da mangiare. Poi, attraverso molteplici traversie, il gruppo si infoltisce, i tentativi di cibarsi pure, ma gli esiti sono sempre all’insegna dell’insuccesso e della frustrazione. [sinossi]
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La fame è una cattiva consigliera, lo si sa dai tempi di Virgilio e dell’Eneide. Qualche decennio più tardi, a quanto riporta il Vangelo di Luca, nelle cosiddette Beatitudini Gesù afferma: «Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati». E sempre in quegli anni, nelle favole di Fedro, è possibile scoprire come la fame renda aguzza la mente anche del più stolto tra gli stolti. E quanta fame ha attraversato il cinema italiano! Una fame atavica, eterna, la fame del sottoproletariato che solo nel cibo, prima ancora che nella prole – già appannaggio di una classe superiore alla sua –, ha trovato un senso del suo vagare infinito. Il simbolo di questa rappresentazione della lotta di classe impossibile (perché chi non deve perder tempo a capire come mettere il pane in tavola potrà sempre organizzarsi per il dominio, senza altre preoccupazioni di sorta) potrebbe essere Stracci, che ne La ricotta si abbuffa fino alle estreme conseguenze. Il cibo, la sua croce, il suo calvario, il suo Golgota. Ma già c’era stata la spaghettata famelica della famiglia Sciosciammocca in Miseria e nobiltà, che Mario Mattoli aveva desunto dalla commedia teatrale di Eduardo Scarpetta – verrebbe quasi da esclamare “nomen omen!”, se non si rischiasse l’accusa di lesa maestà –: una scena che, vale la pena sottolinearlo, non esiste nel testo originario. Arriverà il tempo de La grande abbuffata, è ovvio, ma si tratterà già di una indigestione borghese, lontana dalla necessità. Un atto di autodistruzione cosciente, non la reazione a generazioni di brontolii e borborigmi stomacali. D’indigestione s’interesserà anche Antonio Rezza nel cortometraggio Hai mangiato? (diretto come sempre a quattro mani con Flavia Mastrella), riprendendo un altro grande classico della commedia italiana, l’incapacità di trattenersi di fronte alle portate. Non muore forse così Capannelle ne L’audace colpo dei soliti ignoti, pagandosi la cena delle cene? Una fine beata, in grado di appagare la sempiterna ricerca di cibo. Non è quindi un caso che il santo/ladrone pasoliniano muoia sulla croce in preda a un’apocalisse di ricotta. E non è un caso che uno dei più attenti rappresentatori della fame nel cinema italiano sia un discepolo di Pasolini, quel Sergio Citti che a quasi quindici anni dalla morte (il triste anniversario rintoccherà in autunno, quando iniziano a cadere le foglie) è già stato prontamente dimenticato senza particolari rimorsi. A essere onesti Citti era stato dimenticato già in vita, visto che il suo ultimo film, Fratella e sorello, uscito in sala quattro mesi prima della morte del regista, venne visto in sala da poco più di 500 spettatori – tutti, per di più, nella città di Roma. Anche i precedenti Cartoni animati e Vipera erano stati trattati con malevola noncuranza da una critica che si dichiarava stanca dei “pasolinismi”, ma in realtà era stanca del cinema degli ultimi. Era stanca della fame, sempre ligia – senza aver neanche il coraggio di ammetterlo – al diktat andreottiano dei panni sporchi che si lavano in famiglia.

Il minestrone partecipò in competizione alla Berlinale del 1981 e poi uscì in sala all’inizio di maggio. La quinta regia di Citti in undici anni (l’esordio dietro la macchina da presa era avvenuto nel 1970 con Ostia, su sceneggiatura scritta a quattro mani con Pasolini) venne però vista nella sua completezza solo quattro anni più tardi, quando la RAI – che lo aveva co-prodotto insieme a Medusa – si decise a mandarlo in onda in tre parti, ognuna della durata di un’ora. Solo chi si è imbattuto nella versione di quasi tre ore può dire davvero di aver visto Il minestrone. In sala arrivò un montaggio rabberciato, che cercava di tenere insieme soprattutto le derive comiche, le parti più divertenti e soprattutto quelle che permettessero al film di possedere un minimo di apparente logica. Un errore madornale, che di fatto rende quasi inutile la visione dell’ora e quaranta. Perché Citti non gira solo una commedia surreale, ma si spinge molto più in là: Il minestrone è il più ambizioso e complesso racconto ordito sulla fame eterna e atavica di un sottoproletariato che ha perso qualsiasi coordinata, sia essa geografica, politica, morale. I ponti del Laurentino 38 su cui si apre il film – la Roma che a sud si estende dopo l’EUR la fa da padrone, visto che si vedono anche Fonte Meravigliosa e via Cesare Pavese – così come Sasso Marconi che quasi lo chiude sono non-luoghi, spazi neutri che i tre protagonisti, e quindi l’orda barbaricamente affamata che si trascinano dietro, attraversano senza connotarli, guidati in maniera incessante solo ed esclusivamente dal proprio stomaco. Anche in questo caso la critica si vide spiazzata. Su Cinema ’81, pubblicato da Laterza, Giovanni Grazzini scrisse: «Benchè sceneggiato da Citti con Vincenzo Cerami, il film manca infatti soprattutto di ossatura. È una coroncina di episodi, quale più e quale meno spiritoso, da cui non è nemmeno tanto facile trarre la morale che a Citti sta a cuore». Ha ragione Grazzini, perché la morale che dovrebbe (chissà perché) stare a cuore a Citti dalla visione del film non traspare. Allo stesso modo ha torto, Grazzini, o meglio paga una mancanza di memoria teatrale. Nel Dreigroschenfinale, il secondo finale de L’opera da tre soldi Bertolt Brecht scrive: «Voialtri che tenete al vostro grasso e al nostro onore, state a sentire questa: rivoltatela come più vi pare, prima viene lo stomaco, poi viene la morale».

E lo stomaco viene prima senz’ombra di dubbio per Giovannino e Francesco, vale a dire Ninetto Davoli e il fratello di Citti, Franco: il regista chiama come d’abitudine a raccolta amici e parenti (i due sono presenti in quasi tutti i titoli della sua filmografia, con sporadiche eccezioni) e stringe una volta di più il filo che riconduce all’esperienza di Pier Paolo Pasolini. Ma allo stesso tempo dirazza, muovendosi in direzione di quella commedia grottesca, iper-parlata e surreale di cui nel lustro precedente è divenuto alfiere prediletto Roberto Benigni, già compartecipe di tre lezioni di libertà come Berlinguer ti voglio bene di Giuseppe Bertolucci, Chiedo asilo di Marco Ferreri e Il Pap’occhio di Renzo Arbore. È lui infatti a interpretare il “maestro”, appellativo meritato per la dimostrazione di classe nel riuscire a “fare il vento” in tutti i ristoranti in cui entra. Per questo lui non ha mai patito davvero la fame. Ma il suo legarsi ai due disperati – che nella prima sequenza vengono gabbati perfino da un cane, che riesce a giungere prima di loro su un polletto ruspante già spiumato caduto a terra – lo danna a sua volta. Così anche se riesce ancora a darsela a gambe senza pagare il conto, il dazio arriva sotto forma di una pozza nera dove i tre finiscono, e che li spinge a vomitare tutto. Perfino quando entra nella bocca dello stomaco il cibo non può portare sazietà reale, ma solo apparente. Il viaggio che si articola ne Il minestrone, e che da Roma prosegue verso nord, nelle campagne di Poggibonsi e poi su un valico alpino, non è l’attraversamento di un Paese, come sarebbe divenuto nelle mani d’altri. A Citti non interessa uno spaccato sociale “reale”, perché le angherie i sottoproletari le subiscono in tutto il mondo civile, o supposto tale. E la fame non è eradicabile, esiste da sempre e – a giudicare dal film – per sempre esisterà. Seguendo lo schema sempre amato da Citti della scomposizione in quadretti tra loro non necessariamente legati (si potrebbe arrivare a supporre che una visione episodica del film sia perfettamente godibile senza incorrere in incomprensioni del testo), che di fatto articolava di già Storie scellerate e Casotto, e che marchierà anche Mortacci e I magi randagi, Il minestrone sfonda il confine del tutto illusorio tra sacro e profano, tanto in campo religioso quanto nell’oppio dei popoli dell’immagine, il cinema. È un cinema de-sacralizzato quello di Citti, blasfemo non per uggia intellettuale ma per nascita ed educazione: svezzato nei fossi della Marranella Citti non ha mai perso gli occhi dello schiavo, lo sguardo della fame. “I piedi sono il cervello dei poveri” chioserà il già citato Rezza nel sublime Suppietij, ed ecco che i poveri errano, alla ricerca di cibo e mai di un luogo, mai di un orizzonte. Quando si trovano nell’assurdo scenario alpino innevato, con tanto di fanfara che a sfregio ribadisce anche “in diretta” la colonna sonora di Nicola Piovani (altro sviamento dal percorso pasoliniano, visto che l’allora trentacinquenne compositore veniva dall’antipsichiatria in odor di Basaglia di Bellocchio e Agosti), il “maestro” non può che chiedere, un po’ sbalordito e molto scocciato (ed eternamente affamato) al santone incarnato da Giorgio Gaber – eccelsa la sua interpretazione, come quella dell’intero cast – “ma dove ci hai portati?”. La risposta, che Gaber dà guardando quasi in camera, come se fosse un’ammissione (mai mai un’ammenda) nei confronti del pubblico, è lapidaria: “Che cazzo ne so?”. Non si può sapere dove si sta andando, né perché, se non si ha una pancia piena che possa dar seguito a una morale. Una lezione che il cinema italiano e la società hanno dimenticato in fretta e furia.

Info
Una clip de Il minestrone.

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