Sospesi nel tempo

Sospesi nel tempo

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Sospesi nel tempo è il film con cui Peter Jackson può ufficialmente iniziare il proprio lavoro a Hollywood. Lo fa con una storia di fantasmi che mescola la commedia all’orrore, guardando in direzione di quel Robert Zemeckis che non a casa svolge il ruolo di produttore esecutivo. Insieme al coevo Mars Attacks! di Tim Burton il film concede una delle ultime occasioni per ammirare sullo schermo Michael J. Fox, prima che il Parkinson lo spingesse a ridurre drasticamente le interpretazioni.

Storie di fantasmi per il dopocena

Frank Bannister, rimasto vedovo in seguito a un incidente automobilistico, scopre di essere in grado di parlare con i fantasmi ed entra in amicizia con tre di questi: il giudice, Cyrus e Stuart. Con l’aiuto dei tre amici, Frank può passare per medium e andare per funerali a offrire i suoi servigi. Però una catena di omicidi accade in città e Frank ha motivo di temere che la prossima vittima sia Lucy, di cui si è innamorato. [sinossi]

Dopo Creature del cielo, il film che gli aveva aperto le porte del concorso di Venezia (con tanto di Leone d’Argento alla regia assegnatogli da una giuria presieduta da David Lynch e comprendente tra gli altri Nagisa Ōshima, Olivier Assayas e Gaston Kaboré), Peter Jackson aveva finalmente le carte in regola per attraversare l’oceano, raggiungere Hollywood e confrontare il proprio immaginario con quello statunitense, a mo’ di lavaggio dei panni nell’Arno per un cineasta che fin dalle primissime regie aveva mostrato di abbeverarsi alla fonte del fantastico. E se è vero che nel geniale mockumentary Forgotten Silver Jackson, in combutta con Costa Botes, aveva riscritto la storia stessa del cinema spostandone l’epicentro dalle parti di Wellington, è altrettanto vero che la carriera del regista necessitava di un salto produttivo che solo la California poteva garantirgli. Jackson aveva ampiamente dimostrato di saper costruire cinema maneggiando materiale all’apparenza povero (Bad Taste, Braindead, Meet the Feebles), e di saper fondere il mélo al fantastico, solleticando le sirene autoriali europee – e il Lido festante era lì a testimoniarlo –, ma una domanda rimaneva inevasa: cosa sarebbe successo al suo furore visionario una volta finito nelle grinfie di una major, dove il grondar di viscere dei suoi esordi non sarebbe mai stato visto con occhio partecipe o anche solo vagamente benevolo? Una domanda più che legittima, e che con ogni probabilità deve aver attraversato anche la mente dell’allora trentaquattrenne di Pukerua Bay, che ha quindi cercato di tutelare al massimo la propria indipendenza creativa. Per arrivare a Sospesi nel tempo, con cui esordisce alla Mecca del Cinema, bisogna tornare però indietro di circa tre anni, quando Creature del cielo era ancora nella fase di pre-produzione. Scritto il soggetto di The Frighteners – questo il titolo originale di Sospesi nel tempo, più divertito ma come si vedrà meno puntuale nel cogliere una deriva inconsapevole – a quattro mani con la moglie e fedele sodale Fran Walsh, Jackson si rivolge a uno dei pochi colleghi che al sole della California può comprendere e cogliere il senso di un’idea simile, e lo invia in lettura a Robert Zemeckis. Zemeckis, terminato l’iter del folle – e tuttora in gran parte incompreso – La morte ti fa bella, è però impegnato sul set di Forrest Gump, l’opera che dovrebbe garantirgli il salto definitivo nell’Olimpo hollywoodiano, come effettivamente accadrà. Presta poca attenzione allo script, che pensa di poter utilizzare per il televisivo I racconti della cripta; quando, con la mente sgombra, torna a leggerlo se ne innamora, e accetta di esserne il produttore esecutivo. Dopotutto il mélange tra fanta-horror e commedia non è dimentico della lezione impartita da Ritorno al futuro.

Sospesi nel tempo è un film a suo modo tenerissimo, e lo è ben oltre le volontà di uno script che è tutto costruito sulla necessità di elaborare il lutto per ritrovare l’affetto e l’empatia. Per provare un morso al cuore è sufficiente imbattersi nella prima inquadratura in cui entra in campo Frank Bannister, e si rivela dunque Michael J. Fox. Quel fugace momento in cui si aggira tra le persone presenti a un funerale per porgere il proprio biglietto da visita (“contatta i tuoi cari estinti”, recita il suo slogan) sprigiona una forza che è difficile sopprimere. In un film che parla di ectoplasmi è lui la più struggente delle apparizioni. Uno struggimento tutto nostalgico, e interamente cinefilo. Fox, il Marty McFly di Back to the Future, l’attore che forse più di ogni altro ha incarnato l’intrattenimento hollywoodiano degli anni Ottanta (quando il rampantismo edonista reaganiano trova il suo opposto in un’adolescenza esibita come a-capitalista, da McFly e Ferris Bueller fino alla truppa prepuberale dei Goonies) è già prossimo in Sospesi nel tempo al passo d’addio. Sempre nel 1996 l’attore sarà sul set di Mars Attacks!, poi l’avanzata orribile del Parkinson avrà, almeno parzialmente, la meglio. Da questo punto di vista in modo inconsapevole la distribuzione italiana come si scriveva dianzi scelse un titolo evocativo; l’immagine di Michael J. Fox è “sospesa nel tempo”, e con essa la memoria di una cinefilia privata di un’ipotesi di meraviglioso che era apparsa luminosa, senza svelarsi come meteora. Sospesi nel tempo (e anche i marziani di Tim Burton) è uno degli ultimi sussulti del cinema (del) fantastico degli anni Ottanta: con il nuovo millennio non scomparirà solo Fox, ritiratosi a vita privata per tragiche cause di forza maggiore, ma anche l’ironia palpabile, il gioco sul cinema e con il cinema.

Peter Jackson in tal senso è un mattacchione, e la sua creatura prorompe di umori citazionisti. Quasi sia consapevole della deriva che Hollywood prenderà, anche a seguito del crollo delle Torri Gemelle e del sommovimento geopolitico, il regista neozelandese rende Sospesi nel tempo un grande e lungo omaggio a un’epoca destinata, un po’ come i fantasmi, alla dissolvenza. Così il suo film, che già sembra uno sposalizio tra Zemeckis, il Tim Burton di Beetlejuice – Spiritello porcello, e Ghostbusters, si innerva di molti altri rimandi, alcuni evidenti, altri più criptici. Palesata è la beffarda riverenza verso Full Metal Jacket, con la presenza in scena di R. Lee Ermey, più nascoste (almeno per il grande pubblico) altre scelte: Danny Elfman come autore della colonna sonora risuona all’orecchio come una madeleine burtoniana, per esempio; Dee Wallace riconduce l’occhio dalle parti de Le colline hanno gli occhi di Wes Craven, L’ululato di Joe Dante e ovviamente E.T. l’extraterrestre di Steven Spielberg; Jeffrey Combs, infine, mostra la deferenza verso Stuart Gordon, Brian Yuzna e i loro Re-Animator e Re-Animator 2, dov’era un sorprendente Herbert West. Sarebbe d’altro canto riduttivo leggere Sospesi nel tempo come un compendio del già-filmato. Peter Jackson, maneggiando una materia tutt’altro che semplice, dimostra di saperla gestire con notevole raffinatezza, destreggiandosi tra le pulsioni più prettamente orrorifiche, e che non vengono mai ridicolizzate, e le necessità di una commedia romantica che dimostri anche di conoscere il mistero della commozione. Il tema del lutto non è mai sottostimato da Jackson, né utilizzato a mero scopo ricreativo. Anzi, per tutta la pellicola si avverte il retrogusto amaro di una riflessione sulla non-vita, sull’impossibilità di risorgere da vivi dai propri traumi. Sulla paura, prima ancora che sull’orrore. E quando la trama si fa fin troppo arzigogolata, al punto da mettere in campo fin troppi personaggi – ognuno con la propria esperienza e le proprie ossessioni – Jackson si rivela per quello che è: un attrattore, un dotatissimo narratore per immagini, che non ha bisogno della parola e sa farsi affascinare a sua volta dal meraviglioso, dall’immateriale. Nessuno, forse solo il Burton di Beetlejuice, era riuscito a rendere così materica la questione fantasmatica; tangibile, quasi, al punto che i fantasmi in Sospesi nel tempo possono lovecraftianamente morire da morti. Un controsenso? Solo apparente. Per quanto, forse per colpa della distribuzione o forse perché troppo fuori tempo per un mondo spettatoriale che anelava già altre superficialità, si sia dimostrato un netto insuccesso al botteghino, Sospesi nel tempo è il film che testimonia una volta per tutte la poliedricità espressiva di Jackson, la sua capacità innata di gestire il set, e il senso di ciò che si affanna davanti alla macchina da presa. Tra la primavera e l’autunno del 1995, mentre il set è nel pieno della sua attività, Jackson firma il contratto che gli permetterà di dirigere tre film desunti da Il signore degli anelli, capolavoro letterario di J.R.R. Tolkien. La notizia si spande a macchia d’olio, e in molti si affannano ad affermare che questo segnerà per sempre la fine dell’esperienza registica del neozelandese alla corte di Hollywood. La Storia insegnerà altro, come spesso accade.

Info
Il trailer di Sospesi nel tempo.

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