Sud

Il sud raccontato da Gabriele Salvatores non è un luogo specifico, ma è un confine ideale, oltrepassato il quale lo Stato si fa da parte per lasciare spazio al malaffare, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla criminalità. Il punto di forza di questa interpretazione, lo stereotipo, è anche però l’elemento di maggior debolezza del film, per il quale il regista milanese si diede da fare per spostare la prassi della Penta Film di Cecchi Gori/Berlusconi nelle sale dei centri sociali occupati. Utopia destinata a durare lo spazio di uno stacco di montaggio.

Curre curre guagliò

In una calda domenica primaverile l’apertura dei seggi elettorali in un piccolo centro del Sud viene turbata dall’irruzione di tre cittadini italiani e uno eritreo, tutti disoccupati, intenzionati, armi alla mano, a occupare la scuola che ospita le votazioni. Il caso vuole che nella sede del seggio vi sia anche la figlia dell’onorevole Cannavacciuolo, politico di spicco della zona, colluso con la camorra. Inoltre viene rinvenuta una scheda truccata, prova lampante dei brogli messi in atto dallo stesso Cannavacciuolo. Inizia una trattativa tra gli occupanti, intenzionati a resistere ad oltranza, e le forze dell’ordine… [sinossi]
Si può vivere una vita intera
come sbirri di frontiera in un paese neutrale
anni persi ad aspettare
qualcosa, qualcuno
la sorte o, perché no, la morte
ma la tranquillità tanta cura per trovarla
sì la stabilità un onesto stare a galla
è di una fragilità guagliò
è di una fragilità guagliò
forse un tossico che muore proprio sotto al tuo balcone
forse un inaspettato aumento d’ ‘o pesone
forse nu licenziamento in tronco d’ ‘o padrone
forse na risata ‘nfaccia ‘e nu carabiniere
non so bene non so dire dove nasca quel calore
ma so che brucia, arde e freme
trasforma la tua vita no tu non lo puoi spiegare
una sorta di apparente illogicità
ti fa vivere una vita che per altri è assurdità
ma tu fai la cosa giusta te l’ha detto quel calore
ti brucia in petto è odio mosso da amore
da amore guagliò
99 Posse, Curre curre guagliò
Sud
se c’è un confine
passa fin dentro il cuore
brucia e la battaglia inizia
a ognuno la sua parte
dall’altra di guardia i carabinieri
nei secoli a chi fedeli?
Assalti Frontali, Sud

Il 20 giugno del 1993 Marco Formentini, battendo nel turno di ballottaggio Nando Dalla Chiesa, viene proclamato sindaco di Milano. La città viene dunque conquistata dalla Lega Nord, che all’epoca ancora sbandiera il vessillo della secessione e della Grande Padania. Nel mirino della riorganizzazione cittadina finiscono anche i centri sociali occupati, dal Cox 18 di via Conchetta alla cascina dove s’è installato il Torchiera, fino ovviamente al Leonkavallo, la più celebre autogestione meneghina e insieme al Forte Prenestino di Roma la più famosa e strutturata d’Italia. Nell’ottobre del 1993, con la scure dello sgombero che grava su tutte le realtà antagoniste di Milano (è giusto precisare come già nel 1989, sotto la giunta “frontista” di Pillitterri appoggiata anche dal Partito Comunista, si tentò lo sgombero di questi spazi) il regista Gabriele Salvatores organizza al Leonkavallo, all’epoca ancora nel quartiere Casoretto – nel 1994 ci si sposterà negli spazi tutt’ora attivi di via Watteau, un’ex stamperia –, una serata durante la quale presenterà ufficialmente la colonna sonora del suo nuovo film, Sud, in uscita nelle sale la settimana successiva dopo un passaggio non troppo strombazzato al Festival di Toronto. Perché mai presentare in un centro sociale la colonna sonora di un film? Perché è composta interamente da band antagoniste che si stanno facendo largo nella società italiana. C’era un tempo la Pantera, verrebbe da dire. E la cucciolata della Pantera fu, al di là di qualche scapigliamento universitario, il proliferare di posse, tribù musicali comuniste e anarchiche che guardano al gangsta-rap d’oltreoceano e lo traslano nella realtà periferica quotidiana. Sono gli anni dei napoletani 99 Posse e Bisca, dei capitolini Assalti Frontali e AK47, dei bolognesi Sangue Misto (già Isola Posse All Stars), dei salentini Sud Sound System, dei genovesi Sensasciou. Le star rispondono a nomi come Papa Ricky, ‘o Zulù, Lou X, Militant A, DJ War, Militant P.; è per loro più che per Salvatores, che pure è un premio Oscar, che in migliaia prendono d’assalto (frontale?) il Leonkavallo. La cronaca locale di Repubblica riporta questo virgolettato del regista: «Sono qui per dirvi grazie. A voi del Leoncavallo, come a tutti i centri sociali d’ Italia. Senza di voi non sarei riuscito a fare il mio film». E poi ancora: «È dedicato ai ragazzi dei centri sociali, gli ultimi anticorpi delle grandi metropoli». In realtà nel cd della colonna sonora manca proprio il pezzo eponimo, Sud: gli Assalti Frontali si sono rifiutati di concederlo alla San Isidro, l’etichetta fondata (come anche la Colorado Film) da Alessandro Usai.

La serata al Leonkavallo nell’ottobre del 1993, oltre a rimanere un unicum all’interno della storia del cinema, si segnala a suo modo come una frattura insanabile, un punto di non ritorno, la dimostrazione del paradosso che dagli anni Novanta in poi sarà sempre più evidente, e marchierà a fuoco la produzione nazionale. Sud, nell’ottica di Salvatores, è un omaggio a tutti i resistenti – un po’ come Mediterraneo voleva essere una dedica in movimento a “chi fugge” –, ed è anche per questo che pensa sia doveroso ringraziare i centri sociali, “ultimi anticorpi delle grandi metropoli”. D’altro canto Sud non è ambientato in una grande metropoli ma in un paesello assolato del già citato “sud”. Nella loro canzone gli Assalti Frontali cantano “Sud, se c’è un confine passa fin dentro al cuore”: il sud non è dunque uno spazio geografico, ma un luogo dell’anima, quel paese neutrale in cui si è un po’ tutti “sbirri di frontiera”, per dirla con le parole dei 99 Posse. Per questo Salvatores lo mette in scena in modo così piano, puntando l’accento interamente sui luoghi comuni: il sole, le casette basse, i paesani rumorosi, il potente che quasi non si può nominare. Per non rischiare di essere troppo riconducibile a una realtà precisa, il non-luogo sembra aggrapparsi a detriti di napoletanità, mondo siciliano, Puglia e Calabria, in un gran papocchio che è al tempo stesso il punto di forza (forse l’unico) del film e anche il suo peggior difetto. Paradossalmente – e di paradosso in paradosso si può ricostruire l’intera storia di quest’opera – Sud è un film che vorrebbe urlare in faccia allo spettatore il malaffare “sudicio” ma allo stesso tempo non sa rinunciare a un’oncia di omertà. Tanto esagitato appare l’agire dei quattro disoccupati che occupano il seggio elettorale (a capitanarli un nevrastenico Silvio Orlando, all’epoca all’acme della sua fama, tra Il portaborse, La scuola e Ferie d’agosto), tanto trattenuto e semplicistico è in realtà lo sguardo apparentemente politico di Salvatores. Un controsenso che attraversa l’intero film, e che culmina proprio nella già citata presentazione al pubblico/popolo della colonna sonora. Perché in quella serata il regista tenta la più assurda delle utopie: parlare ai centri sociali occupati e autogestiti facendosi portavoce culturale delle loro esigenze, e farlo con un film su cui è impresso il marchio della Penta Film. La joint venture tra la famiglia Cecchi Gori e Silvio Berlusconi può davvero produrre un oggetto controculturale? Ovviamente no. Sud ne esce quindi rabberciato, un po’ barricadero un po’ commedia all’italiana, che vorrebbe prendere in giro i cumenda e i capibastone della criminalità organizzata. Funziona a intermittenza, quasi suo malgrado: c’è la fotografia nel blu dipinto di blu di Italo Petriccione, per esempio, e un desiderio di libertà che è quasi un grido di aiuto di un regista che nell’avanguardia milanese era stato svezzato (il Teatro dell’Elfo, il Sogno di una notte d’estate rock prodotto dalla Politecne Cinematografica). E c’è la retorica imperante, di nuovo semplicista perché i committenti non possono permettersi chissà quale stratificazione del discorso. Quando Alberto Grifi, sul finire degli anni Settanta, era stato messo sotto contratto dalla Rai per due film partorì Michele alla ricerca della felicità e Dinni e la Normalina, ovvero la videopolizia psichiatrica contro i sedicenti nuclei di follìa militante. La televisione di Stato vide il montaggio e rinchiuse i due film a tripla mandata nel più nascosto dei cassetti. Quando la Penta invece vide il montaggio di Sud si organizzò per studiarne nel modo migliore l’uscita nei cinema, senza battere ciglio. Perché, al di là del movimentismo anche apprezzabile e delle idee primigenie di Salvatores e degli altri due sceneggiatori – Franco Bernini e Angelo Pasquini –, il risultato finale era ed è innocuo. La figlia del boss si redime e svela alla polizia i magheggi illegali del babbo. Il popolo si solleva perché la causa è giusta. Utopia. Sogno di una notte d’autunno in un centro sociale. Ma per svegliarsi basta uno stacco di montaggio.

Info
Sud, una clip.

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