Intervista a Marion Hänsel
Si è spenta lunedì 8 giugno, dopo una lunga malattia, Marion Hänsel, cineasta a tutto tondo, regista, attrice e produttrice, un nome chiave per il cinema d’autore belga francofono, ancorché poco conosciuta fuori dai confini nazionali. Con il suo secondo documentario da regista, Dust, uno dei suoi tanti adattamenti letterari, in questo caso da J. M. Coetzee, vinse il Leone d’Argento alla Mostra di Venezia del 1985. Con Il maestro, tratto da Mario Soldati, ricevette l’Audience Award a San Sebastian nel 1990. Il suo film più conosciuto, Between the Devil and the Deep Blue Sea, fu presentato in concorso a Cannes nel 1995. Da produttrice ha co-prodotto film come No Man’s Land e L’enfer di Danis Tanovic. Nell’ultima edizione dell’International Film Festival Rotterdam, è stata organizzata una retrospettiva omaggio a Marion Hänsel, ed è anche stato presentato il suo ultimo film, Il était un petit navire. Vogliamo ricordare Marion Hänsel con l’intervista che ci ha concesso, pochi mesi fa, all’IFFR.
Qui a Rotterdam presenti questo film autoriflessivo, sulla tua vita, Il était un petit navire. Il titolo allude a quella canzoncina per bambini che esiste in varie lingue?
Marion Hänsel: Come una ninna nanna per i bambini? Sì, deriva proprio da quella. Quando ero piccola e vivevo a Marsiglia con la mia famiglia ogni giorno andavamo al mare, sulla spiaggia a vedere le navi. Io e le mie due sorelle – a quel tempo eravamo ancora in tre, poi siamo diventati sei – cantavamo sempre quando andavamo al mare «Il était un petit navire, Il était un petit navire…». Il titolo deriva da questo, è un po’ la storia che c’è dietro a tutti i miei film, a partire da Marsiglia quando sono nata.
Hai detto che il cielo è lo schermo cinematografico più grande. In questo film i cieli dei vari luoghi della tua vita sono riconoscibili, quello solare mediterraneo di Marsiglia, quello plumbeo di Anversa. C’è una ricerca fotografica in tal senso?
Marion Hänsel: Certamente. Qualche anno fa ho realizzato il film Nuages: Lettres à mon fils, ero assolutamente affascinata dal cielo, non riesco sempre a osservarlo ma spesso mi concentro a guardare le nuvole e le luci, come le luci cambiano e anche le ombre. Credo che il cinema non sia tanto come le nuvole quanto come le luci. Per realizzare un film devi considerare e osservare le luci, diventare una fonte di luce. In un certo senso è parte del mio lavoro.
Parliamo invece del mare, che è un elemento importante del tuo cinema. Ogni volta che nel film arrivi in un luogo nuovo lo mostri dal punto di vista del mare, anche New York dove pure sei giunta in aereo.
Marion Hänsel: Sì, forse in un certo senso comincia tutto da Marsiglia. Sono nata vicino al mare, tutto inizia da lì. Quando ho deciso di andare a New York, ho visto molti film, con arrivi in nave. Per me era molto costoso prendere una nave da Anversa fino a New York, così ho preso il volo più economico tramite la Icelandic Airlines. Ovviamente ero molto frustrata al punto da prendere un battello già il giorno dopo il mio arrivo, uno di quelli che fanno il giro attorno alla Statua della Libertà che ti dà tutta la veduta di New York. Era il mio secondo giorno lì. Anversa invece non è sul mare, ma sulla foce del fiume Schelda, e amo passare da una sponda all’altra e osservare i toni di colore dall’argine destro a quello sinistro e viceversa. È un piccolo viaggio che faccio spesso, proprio perché lo adoro. Poi ad Anversa anche le luci sono diverse. A New York sembrano cristalli luminosi mentre ad Anversa sono più tenui, grigie e inoltre piove spesso. Tutte le luci sono differenti.
Importanti anche i colori del film, che inizia con il bianco delle stanze dell’ospedale, e finisce nella neve. Come mai?
Marion Hänsel: Lo spiego nella voice over, parlo del rapporto con mio figlio che è un insegnante di sci, e in un altro dei miei film intitolato La tendresse abbiamo girato la scena iniziale con mio figlio in pista con gli sci, insieme a un altro insegnante. Ho pensato fosse una bellissima scena come stile, con tutto il bianco e solo le tracce degli sci, tanto che ho voluto usarla anche in questo film, nonostante fosse già la scena d’apertura di un altro. E per il bianco è ovvio che in un ospedale ci sia tantissimo bianco, e dopo aver passato due mesi lì dentro sei un attimo influenzato da tutto quel bianco che hai visto ogni giorno per due mesi.
Il était un petit navire mi ricorda Les plages d’Agnès di Agnès Varda, dove invece le tappe e i luoghi della sua vita sono contrassegnati da spiagge. Conosci quel film?
Marion Hänsel: Anche i suoi ricordi di quando era bambina, quando andava al mare. Ho visto quel film e credo che il nostro modo di lavorare sia differente, soprattutto dal punto di vista estetico credo di essere diversa da Agnès. Lei sarebbe molto più attiva con la camera, forse usandone una a spalla che io invece non utilizzo. Io voglio immagini molto ferme, ognuna è praticamente come un quadro. Agnès sarebbe molto più spontanea, o almeno credo. Ci conoscevamo, ho anche lavorato con lei come attrice in L’une chante l’autre pas.
Torniamo a quell’ultima scena del film sulla neve. Ci sei tu, tuo figlio e tua nipotina. È una immagine della vita e delle generazioni?
Marion Hänsel: Riguarda proprio la vita. Sono uscita dall’ospedale, viva, ho un figlio a cui tengo che ora è a sua volta padre. Ed è un richiamo a Nuages: Lettres à mon fils. Alla fine dei credits di quel film, ci siamo io e mio figlio. E in questo film c’è praticamente la stessa scena, lo stesso luogo, è tutto uguale ma ora siamo in tre.
Il tuo cinema ha una forte derivazione letteraria. Hai tratto film da romanzi di autori disparati. Come scegli i testi delle tue opere?
Marion Hänsel: All’inizio la maggioranza dei miei lavori era basata su opere letterarie. E quasi sempre è andata allo stesso modo, io leggo compulsivamente opere da ogni parte del mondo, non solo letteratura francese. Infatti, riesco a leggere in inglese, olandese e francese. Ci sono alcuni casi in cui, quando leggo qualcosa, mi innamoro di quella storia e penso che quello che sto leggendo sia stato scritto apposta per me, e sento di doverci fare sopra un film, mi serve che ci sia questa passione. Inoltre, devo sperare di essere fortunata, perché i diritti dell’opera devono essere liberi e non è sempre così, soprattutto per le storie migliori. E anche se i diritti fossero liberi dovresti poi negoziare con l’editore e anche con lo scrittore se questo è ancora vivo, deve dare la sua autorizzazione anche lui. Da quel momento si tratta di mettere in atto un procedimento di trasformazione del libro, perché un libro è scritto e puoi leggerlo in cinque ore, in tre giorni o in un mese e così via. Un film invece è di un’ora e mezzo, poco più o poco meno, per cui devi fare un adattamento. Non si può copiare il libro, devi realizzare qualcosa di differente. Si tratta però di un tipo di lavoro che a me piace, a volte servono due, quattro o sei bozze per arrivare a quello che per me è pronto per essere un copione. A volte poi ci sono molti dialoghi già nel libro mentre in certi casi bisogna inventare anche quelli. Ma tutto sommato è un bel procedimento. Ora invece, soprattutto negli ultimi anni, sto scrivendo sempre di più dei copioni originali come per La tendresse. Anche Nuages: Lettres à mon fils e Il était un petit navire sono opere originali. Forse adesso sto iniziando a essere abbastanza vecchia da poter raccontare le mie storie.
Anche le location del tuo cinema sono un segno del tuo cosmopolitismo. Hai ambientato i tuoi film da Hong Kong (Between the Devil and the Deep Blue Sea) al Sudafrica (The Quarry – La cava). Come mai?
Marion Hänsel: Questo perché ho letto opere provenienti da tutto il mondo, ad esempio un racconto breve scritto dal poeta greco Nikos Kavvadias, intitolato Li. Questa storia è ambientata a Hong Kong, città in cui sono stata una volta per presentare un mio film. Mi ha affascinato il tono dell’opera, quando ho letto la storia breve ho subito pensato «Wow, voglio fare un film a Hong Kong». Ma c’era molto lavoro da fare per questo adattamento, perché era molto corto, credo fossero 27 pagine dalle quali realizzare un intero lungometraggio. Per cui ho dovuto inventare situazioni che non erano all’interno della storia originale. Così è nato Between the Devil and the Deep Blue Sea. Ho letto anche un libro di un autore francese, Marc Durin-Valois, intitolato Chamelle che è la femmina del cammello. Non c’era scritto precisamente dove fosse ambientato ma penso fosse da qualche parte in Africa, in una zona piuttosto secca, dove ci sono i cammelli e non c’è abbastanza acqua. Avevo in mano tutto questo e potevo ad esempio girare il film in Marocco oppure in altri posti, ma ho deciso di farlo in un posto ancora più secco e ostile, in un panorama senza molta sabbia ma più verso un territorio vulcanico, a Gibuti. Pochissime persone hanno girato un film a Gibuti; è molto difficile, non c’è nulla e devi importare l’attrezzatura e tutto quanto. Ma perché girare lì? Semplicemente perché quello era il luogo giusto. E credo che quando guardi il film, Si le vent soulève les sables, riesci a realizzare come anche il panorama sia molto importante per la storia. Per questo motivo non voglio impedire a me stessa di andare in un posto o in un altro, anche nei paesi più ostili. Preferisco i paesi più caldi rispetto a quelli freddi perché soffro molto le temperature basse, per cui se devo girare qualcosa in Siberia ci penso due volte. Invece anche con quaranta gradi non ho nessun problema. Ho girato anche un film a Perugia in Italia, Il maestro. Il titolo dell’opera d’origine è La giacca verde di Mario Soldati. Ho portato avanti le riprese tra Perugia e dintorni.
Come hai scelto questo romanzo di Mario Soldati?
Marion Hänsel: Non saprei. Ho letto Mario Soldati e mi è piaciuto il romanzo. Era piuttosto corto. In realtà non è uno dei miei film preferiti, ecco perché non è presente nella retrospettiva qui a Rotterdam. Mi sono piaciuti molto gli attori, Charles Aznavour è fantastico e anche Malcolm McDowell, pure un grande. Però non saprei, penso che non avrei dovuto farlo. Ogni tanto si fanno degli errori.
Da produttrice, come vedi il cinema belga contemporaneo? Dopo i Dardenne si sta affermando all’estero ora anche Jaco Van Dormael.
Marion Hänsel: Luc e Jean Pierre Dardenne hanno la loro casa di produzione ma coproducono con la Francia e altri paesi. Jaco Van Dormael di solito è prodotto da altri produttori belgi ma non è mai capitato a me. Lui ha lavorato a uno dei miei film, molto tempo fa, eravamo insieme in un corso e da lì lui ha lavorato alla scrittura di un mio copione, per il film Sulla Terra come in cielo. Siamo molto amici, ci conosciamo e mi piacciono molto sia lui che i suoi film, ma non mi ha mai chiesto di fargli da produttore, altrimenti gli avrei detto assolutamente di sì. [Ride, N.d.R.]
Hai prodotto invece Sébastien Lifshitz.
Marion Hänsel: Ho prodotto uno dei suoi film, Quasi niente. Sébastien mi chiamò dicendo «Ho sentito che sei un produttore, possiamo incontrarci?». Aveva un produttore in Francia e forse era proprio lui che mi conosceva. Ho incontrato Sébastien, mi piace come persona, è molto sensibile e mi è piaciuta la sua storia. Ho visto che ha realizzato due o tre documentari molto belli.
E sei stata uno dei produttori di No Man’s Land.
Marion Hänsel: Ho fatto da co-produttore per No Man’s Land, è stato un successo. C’era anche Marco Müller, oltre al mio compagno, Cedomir Kolar e a una casa di produzione francese. Ci siamo incontrati a un festival a San Paolo, eravamo in una giuria insieme e Cedomir aveva questo copione che aveva appena ricevuto da un giovane bosniaco. Cedomir disse: «Ho letto qualcosa, è davvero buono». Era la prima opera di quel regista e poi ha dato una copia a Marco e me. Eravamo entrambi entusiasti per cui abbiamo deciso di produrre il film.


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