Le regole dell’attrazione

Le regole dell’attrazione

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A distanza di quasi dieci anni da Killing Zoe Roger Avary torna alla regia cinematografica adattando Le regole dell’attrazione di Bret Easton Ellis; un’operazione testarda, che cerca di spingere lo sguardo “adolescente” verso pratiche non consone per l’industria. Tenendosi a distanza dalle secche artistiche dell’indie movie Avary si dimostra figura inclassificabile, destinata a essere messa all’angolo.

Non troverai mai più lettere scritte da me

A Camden College, una piccola università del New England frequentata da giovani di buona famiglia, studiano (o fanno finta di farlo) Sean Bateman, un giovanotto molto attraente che ha solo contatti sporadici con le sue emozioni; Paul Dentonun, giovane molto intelligente ma assai cinico e libertino, attratto dalla bellezza sia maschile che femminile; e Lauren Hynde, una ragazza bella ma sempre più confusa, alla disperata ricerca di un legame che sembra essere sempre più raro. Intorno a loro una serie di ”carissimi amici”. [sinossi]
Preso.
Sei mio per il resto della giornata,
della settimana, del mese,
dell’anno, della vita.
Hai capito chi sono? Io credo di sì.
A volte mentre butti lo sguardo tra la folla
sento che i tuoi occhi scuri
e appassionati si fermano su di me.
Perché hai paura di dirmi quello che provi?
Voglio gemere, fremere, accostarmi a te,
baciarti in bocca e dirti
‘ti amo ti amo ti amo ti amo’
mentre ti spoglio.
Il desiderio di te mi tormenta.
Ho voglia di uccidere tutte quelle che frequenti.
Ti piacciono davvero le ragazze serie,
noiose e ingenue o ci vai solo per sesso?
I semi dell’amore hanno attecchito
e se noi non bruceremo insieme
io brucerò da sola.
Prima lettera viola ricevuta da Sean.
Ti ho scritto quest’ultima lettera
perché so che non ti avrò mai.
Sono rimasta in un angolo a guardarti,
mentre te ne andavi con lei.
È così indegna di te.
Probabilmente l’hai fatto per farmi del male.
Sai, ha funzionato.
Sto molto male
e credo non ci sia più niente da fare.
Non troverai mai più lettere scritte da me.
Ultima lettera viola ricevuta da Sean.

Il cinema statunitense non ha sempre avuto un rapporto facile con i frutti più fertili della produzione letteraria nazionale. Si pensi ad esempio al pessimo trattamento ricevuto da Jack Kerouac, tanto in vita (La nostra vita comincia di notte di Ranald MacDougall, malamente tratto da I sotterranei) quanto in morte (il pessimo On the Road di Walter Salles), o dai risultati insoddisfacenti raggiunti da chi s’è approssimato alle pagine di Philip Roth, da La ragazza di Tony a La macchia umana, fino a American Pastoral. Il punto è che se ci si ferma alla mera narrazione non si può con facilità cogliere la reale grandezza di letterati di una nazione che ha fatto della riflessione sul linguaggio uno dei cardini attorno ai quali muoversi. Lo sa bene anche Bret Easton Ellis, che prima ha visto il suo Meno di zero ridotto al misero plot – e alla misera estetica – di Al di là di tutti i limiti di Marek Kanievska, e quindi si è dovuto “accontentare” di American Psycho che Mary Harron ha tratto da uno dei suoi romanzi più iconici e potenti. In questo scenario, con una (contro)norma hollywoodiana o indie che sia che dimostra di avere ben poca dimestichezza, appare quasi miracoloso che a metter le mani su Le regole dell’attrazione sia stato un autore come Roger Avary, mentre rientra nella prassi il fatto che ci si sia dimenticati in fretta e furia di questo strano oggetto – del desiderio? –, che dopo aver furoreggiato da un festival all’altro tra il 2002 e il 2003 (in Italia ovviamente lo mostrò la Torino di Turigliatto e D’Agnolo Vallan, nella splendida sezione Americana: quell’anno con Avary si videro sotto la Mole tra gli altri Marathon di Amir Naderi, Dogtown and Z-Boys di Stacy Peralta, Femme Fatale di Brian De Palma, Insomnia di Christopher Nolan, No Telling e Wendigo di Larry Fessenden) scomparve ben presto nell’oblio. Un po’ come il suo autore.

Roger Avary è stato il soggettista di Pulp Fiction insieme a Quentin Tarantino, con cui aveva già collaborato per Le iene, e perfino per il reietto e perduto My Best Friend’s Birthday. La storia del cinema non sembra aver riservato posti a sedere per questo bizzarro autore, che pure venne particolarmente apprezzato al tempo del suo esordio, quel Killing Zoe che si muoveva nel territorio sverginato da Tarantino dimostrando una libertà espressiva che gli altri suoi “adepti” non possedevano (eccezion fatta, è ovvio, per Robert Rodriguez). Tra Killing Zoe e Le regole dell’attrazione trascorrono nove anni. Altri diciassette passeranno tra Le regole dell’attrazione e Lucky Day, il film con cui è tornato alla regia: in mezzo, oltre all’ottima sceneggiatura per il solitamente sottostimato Beowulf di Zemeckis, Avary ha diretto anche Glitterati, sempre prendendo a spunto Bret Easton Ellis, stavolta con Glamorama. Nessuno però ha mai visto Glitterati, perché i diritti cinematografici e musicali sono materia oscura e infida, e Avary non è mai riuscito a portar fuori il film da quel bitume in cui era sprofondato. In realtà, ed è forse doveroso partire da qui per comprendere il valore estetico e teorico de Le regole dell’attrazione, in quest’ultimo c’è un assaggio di quello che avrebbe dovuto essere Glitterati. In quattro minuti Avary condensa le avventure europee di Victor, il grande amore (o supposto tale) di Lauren Hynde, una delle protagoniste del film. Da Londra ad Amsterdam, da Barcellona a Firenze e Roma Avary riesce a condensare le bevute, le bravate, i rapporti sessuali, le droghe, il traffico, l’arte, le paranoie di un ventenne statunitense che gira per il Vecchio Continente. Tutto iper veloce, tutto vacuo, tutto privo di qualsivoglia profondità. Nel prendere il romanzo, Avary comprende come la letteratura di Bret Easton Ellis si muova sempre costantemente a due livelli: c’è il livello dell’immagine, la pura trasparenza dell’ovvio e del futile, e c’è poi il livello dentro l’immagine, sopra e sotto, che stratifica il linguaggio. Decide quindi di compiere lo stesso percorso. Le regole dell’attrazione è un teen movie vuoto, semplice, quasi ovvio, animato da attori che il pubblico ha imparato ad amare per le loro partecipazioni televisive (su tutti James Van Der Beek, il protagonista di Dawson’s Creek che qui con sublime sguardo ferino e felino interpreta Sean Bateman). Questo è il livello base, e se si restasse qui ci si potrebbe dimenticare in poco tempo di un film simile. Ma poi c’è la messa in scena, che scardina e nega – esaltandolo e deprimendolo – tale contesto.

Tra sequenze girate al contrario, mandate a velocità doppia o rallentate alle estreme conseguenze, corsi e ricorsi dell’immagine, giochi di soggettive e oggettive, movimenti di macchina fluidi che sembrano finire nel nulla, ciclicità dapprima supposta e poi negata – o il contrario –, Avary disegna una mappatura del cinema impossibile, l’ipotesi utopica e folle di far muovere nella medesima danza vagiti d’avanguardia e cinema per adolescenti. Un’idea non poi così dissimile da quella che metterà in pratica Harmony Korine nel folle e bellissimo Spring Breakers, altro film pronto a divenire un culto così sconvolto da essere poi rimosso in fretta e furia dall’immaginario. Fosse mai che ci si rendesse conto che l’indie-movie canonico è solo la versione vagamente strampalata dell’ordine industriale, del rigido sguardo del potere. Tutte qualità cui Avary volta rapidamente le spalle, rinnegando completamente quel mondo e quelle prospettive. E relegandosi in maniera quasi inevitabile all’irrilevanza, purtroppo in questo caso anche critica. Invece Le regole dell’attrazione è un film mortuario sulla vita (borghese e collegiale), e allo stesso tempo una danza macabra al ritmo dei Public Image Ltd., o magari dei Cure. È lo stereotipo che si rinnova attraverso la sua stessa negazione, cercando di trovare liberazioni possibili per lo sguardo imbolsito. Ma nell’America post-11 settembre (data in cui a quanto si dice il set del film lavorò senza intoppi) questo è un lusso che Hollywood non ha più tanta voglia di concedere a chicchessia. E allora non resta che pensare a (titoli di coda).

Info
Il trailer de Le regole dell’attrazione.

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