Cronaca familiare

Cronaca familiare

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Leone d’oro alla Mostra di Venezia 1962, Cronaca familiare è un film di Valerio Zurlini tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Vasco Pratolini. Uno degli adattamenti romanzesci di un regista la cui intera opera gronda di cultura letteraria. La tempesta di passione tipica di Zurlini è questa volta incarnata in un amore fraterno.

Ave atque vale

Enrico, giornalista e scrittore, riceve una telefonata che gli annuncia la morte del fratello minore. L’uomo rievoca la propria vita con il fratello Dino, dal giorno in cui, bambini, rimasero orfani. Dino trova un tutore nel maggiordomo di un gentiluomo locale che lo ribattezza Lorenzo. Così i due fratelli vengono separati. Si ritroveranno molti anni più tardi. Enrico, che ha trovato un lavoro come giornalista, parte per Roma, ed ancora una volta deve abbandonare il fratello. Nel frattempo Lorenzo si è sposato ed ha avuto una bambina, ma viene colpito da un male incurabile. Enrico allora porta il fratello a Roma con sé ma i suoi sacrifici sono inutili: Dino è condannato. L’ultima cosa che Enrico può fare per lui è riportarlo a Firenze. [sinossi]

Il cinema di Valerio Zurlini gronda di amore per la letteratura, di citazioni da opere letterarie. Si pensi solo al personaggio di Vanina de La prima notte di quiete, che prende il nome da un racconto di Stendhal. Con ciò il regista non sempre traeva film direttamente da romanzi, e anzi i suoi capolavori provengono da sceneggiature originali. Gli autori che ha portato su grande schermo sono stati Dino Buzzati per Il deserto dei tartari, Ugo Pirro per Le soldatesse, e Vasco Pratolini da cui ha adattato due romanzi, Le ragazze di San Frediano, per il suo film d’esordio, e Cronaca familiare, il romanzo autobiografico che lo scrittore fiorentino scrisse nel 1947, sul difficile rapporto con il fratello tragicamente scomparso per una malattia.

Zurlini, anche collezionista di quadri, con una formazione di storia dell’arte, concepiva il cinema come «un’interazione possibile tra pittura e letteratura». In Cronaca familiare la narrazione si svolge in flashback, e in flashback nel flashback, spesso con una pomposa voce off letteraria che riporta brani di Pratolini, del suo racconto in prima persona rivolto al fratello. Il flashback, lo sguardo, la finestra sul passato si apre proprio a partire da un quadro, un’immagine sospesa nell’abitazione-studio di Enrico a Roma. L’uomo ha appena saputo della morte del fratello per telefono. Torna nella sua casa, un appartamento sobrio, angusto, pieno di libri, con un lavabo in stanza, con un tavolo che è di per sé una natura morta. Due sono le immagini secondarie sospese, una finestra che verrà aperta e un quadro di Ottone Rosai, pittore che Zurlini aveva studiato e che, in un suo scritto giovanile, definiva quale uno dei quattro grandi del Novecento, insieme a Morandi, de Pisis e Sironi. Dopo aver acceso una lampada, il dipinto con un paesaggio di Rosai diventa una porta del tempo, un raccordo intercambiabile tra presente e memoria, una finestra figurativa su quei muretti di un paesaggio collinare assolato toscano, di cui il film coglierà quella peculiare luminosità, quelle strade e piazze di Firenze rese con una connotazione metafisica alla Sironi, in una fotografia, di Giuseppe Rotunno, sempre improntata al pittoricismo. Gli interni del film sono sempre case grigie, spoglie, tendenti al monocromo, con il nosocomio in cui viene ricoverato Lorenzo, o l’ospizio della nonna. Fa eccezione a questa sobrietà di interni, la casa patronale dei genitori adottivi di Lorenzo, che è come un’esposizione d’arte, dalle pareti piene di dipinti, compreso un grande specchio ovale che crea un effetto di mise en abyme.

I film di Valerio Zurlini mettono in scena le tempeste di passione, le conflagrazioni di amori impossibili. In questo film la passione è rappresentata dall’amore fraterno che il regista rende con una grande sensualità e carnalità. Se il protagonista, Enrico, l’io narrante che riprende Vasco Pratolini, è un Marcello Mastroianni di mezza età, sfatto, un uomo che ha intrapreso la carriera controversa per l’epoca di giornalista e scrittore, ostacolata dalla famiglia, il fratello Lorenzo, l’oggetto della passione, assume le fattezze efebiche del biondo Jacques Perrin, uno degli attori feticcio di Zurlini. Anche nel procedere della malattia, la sua bellezza non appare mai deturpata, consumata: è come idealizzato, trasfigurato in un’eterna giovinezza. C’è una scena in cui, a torso nudo, viene esaminato, toccato, maneggiato, manipolato da squallidi medici, tra cui alcune infermiere estremamente brutte, con i baffi, per i quali è un puro oggetto di studio scientifico per la sua malattia. Qui Lorenzo incarna quell’eroe zurliniano del nobile in un mondo volgare e mediocre, fragile al punto da essere vinto dagli altri. Zurlini spinge anche a suggerire un accenno di tensione omoerotica (come quella che si crea tra Dominici e Spider ne La prima notte di quiete) tra i due fratelli che hanno vissuto separati tutta la loro vita. In tal senso la scena in cui i due dormono insieme, con imbarazzo, impaccio e pudore di spogliarsi, con Enrico che non riesce a chiudere occhio e accarezza il volto del fratello che dorme. E poi, dopo i momenti struggenti e intensi di Enrico al capezzale del fratello, sarà lui a strappargli i calzoni, mentre lui si dimena in uno spasimo, per permettere alle infermiere di praticargli l’iniezione. In un altro momento Enrico aveva detto al fratello: «Lorenzo, io credo di volerti bene, ma di volertene non perché sei mio fratello, non me ne frega niente, fratelli ci si nasce per caso».

Valerio Zurlini prende i personaggi di Vasco Pratolini distillandoli nel suo universo poetico. Dante poi Ferruccio, il fratello del romanzo, nel film diventa Dino poi ribattezzato Lorenzo, lo stesso nome del protagonista de La ragazza con la valigia, sempre un fratello minore, sempre interpretato da Jacques Perrin. Come quello dice di aver litigato con qualcuno per una ragazza. Nei due personaggi tornano tanti archetipi di antieroi zurliniani. Lorenzo porta un cappotto cammello come quello, celeberrimo, del professor Dominici, pure trasandato: è un abito che indossa da tre anni. Come il personaggio interpretato da Alain Delon, è un povero fallito, dopo aver avuto una vita agiata in seno a una casa aristocratica. Una breve scena di una balera all’aperto, quando i fratelli sono al ristorante con la nonna, è la firma del regista, ma rappresenta una pura autocitazione. Il momento dei giochi di sguardi, tradizionalmente in una scena di ballo, avviene qui nella sala di biliardo e ping pong.

L’ultima scena del film è devastante: l’ultimo abbraccio dei due fratelli. Lorenzo, sempre splendido appena pettinato a letto da un’infermiera, viene trasportato dalla casa di cura romana a Firenze. Enrico gli ha falsamente promesso di raggiungerlo ma sa che in realtà il fratello ha le ore contate. L’ultimo abbraccio è intensissimo ma Enrico lo interrompe con violenza e non riesce a reggere l’ultima visione del fratello in vita. E il film si chiude con le loro fotografie da bambini, tornando all’immagine di apertura che era accompagnata da una citazione dal sonetto del Foscolo In morte del fratello Giovanni: «Il fior de’ tuoi gentili anni caduto».

Info
Il trailer statunitense di Cronaca familiare.

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