Non si sevizia un paperino

Non si sevizia un paperino

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Non si sevizia un paperino rappresenta con ogni probabilità la summa artistica di Lucio Fulci, qui al terzo thriller dopo Una sull’altra e Una lucertola con la pelle di donna. È anche però il primo tentativo di spostare l’asse del perturbante in direzione dell’orrore puro, allo stesso tempo riflettendo con grande acutezza sul contrasto tra le magnifiche sorti e progressive del boom economico (a un passo di danza dal riflusso) e la lettura demartiniana del Sud Italia.

Sud e magia

Ad Accendura, un paese della Basilicata, una donna scava una piccola fossa ai margini di un’autostrada. Estrae il piccolo corpo di un neonato e fugge. In paese, Tonino, Michele e Bruno, tre dodicenni del luogo, escono da una chiesa e si recano a spiare due prostitute e i loro clienti in un casolare abbandonato. Insieme a loro c’è anche Giuseppe Barra, un minorato mentale che spia le coppiette appartate. I bambini si prendono gioco di lui, che minaccia di ucciderli. La misteriosa donna dell’incipit intanto compie una serie di riti di magia nera, trafiggendo con alcuni spilloni delle bambole che riproducono i corpi dei bambini… [sinossi]

È davvero un peccato che l’analisi di Non si sevizia un paperino da parte della critica sua contemporanea si sia fermata sull’orlo del burrone del genere, spaventata e forse realmente inorridita dalla “spettacolarizzazione” di un evento brutale e terragno come il massacro di bambini; si guardava di mal occhio un cinema che aveva il coraggio di prendere a piene mani dalla cronaca nera – nel caso specifico la cosiddetta “strage degli innocenti” avvenuta a Bitonto, e che era ancora in corso quando il film venne girato: il quinto e ultimo bambino gettato nel pozzo di una casa del centro storico della cittadina pugliese venne rinvenuto a riprese già iniziate da un mese – per esplorare tanto le potenzialità del thriller e del giallo quanto le pulsione sotterranee della popolazione italiana. Inizia con un disseppellimento Non si sevizia un paperino, terzo thriller diretto da Lucio Fulci dopo Una sull’altra e Una lucertola con la pelle di donna e primo a contenere al proprio interno del germe dell’horror che deflagrerà negli anni successivi: la “maciara” interpretata da Florinda Bolkan scava con le mani nella terra brulla e vi estrae lo scheletro microscopico di un neonato. Una sequenza d’apertura da brividi, tra le più potenti e al contempo essenziali del cinema italiano, ma che colpisce ancora più in profondità per il modo in cui è costruita. Per giungere sulla figura della maciara Fulci sceglie un movimento panoramico della macchina da presa – con taglio di montaggio interno – che parte dal lungo viadotto nei pressi di Carsoli (sull’Appennino abruzzese e a un tiro di schioppo dalla provincia di Roma, nonostante il film sia ambientato in Basilicata). Il viadotto, la meraviglia del mondo moderno per portare le automobili anche nel bel mezzo del nulla, e accanto a lui il potere ancestrale della magia nera, il ricorso a pratiche desuete e che sembrano essere parte integrante solo delle favole della buonanotte. Il tutto illuminato alla luce del sole, perché Accendura – questo il nome fittizio del paesino in cui si svolge la sventurata sequela di omicidi – è un paese del Sud Italia, dominato dalla luce, e non certo dall’ombra. Si lamentava ironicamente Mario Bava, quando gli si faceva notare che i suoi film gotici attecchivano poco nel contesto italiano, rivendicando la scarsa dimestichezza della cultura della penisola con l’horror: «Da noi il vampiro non c’è. Da piccolo mi ricordo che la tata mi raccontava le favole dei briganti sardi e siciliani e io avevo paura, ma il vampiro non l’avevo mai sentito. Da noi c’è il sole che scaccia tutto. Ecco perché gli horror hanno successo in America e nei paesi del nord, ma da noi no. Comunque, a mano a mano, mi sono documentato e poi ho scoperto che certe immagini vengono da sole, se uno le ha dentro». Fulci quelle immagini doveva averle dentro, perché dopo aver a sua volta messo in atto una rappresentazione maggiormente canonica del genere, con tanto di incubi notturni, con Non si sevizia un paperino scardina uno per uno tutti i dogmi produttivi collegati al giallo all’italiana.

Il sole, innanzitutto. Un film assolato, perché l’orrore non ha bisogno di muoversi in spazi oscuri, latenti, distanti dalla vista. L’orrore è parte integrante di un popolo, del suo pregiudizio, della sua struttura morale e sociale. Fulci lo rivendica durante l’arco dell’intero film, ma raggiunge l’apice in questo senso nella sequenza che vede di nuovo protagonista la maciara, stavolta però alla mercé di uomini che la seviziano fino a farla morire dissanguata: la mattanza inizia nel camposanto, dove a quanto pare non c’è pace all’ombra dei cipressi, ma finisce di nuovo sull’orlo di quell’autostrada dove tutti passano senza fermarsi, lasciando che un essere umano muoia tra atroci sofferenze. Fulci entra a gamba tesa nel giallo e cambia completamente la prospettiva: non più le tare psicologiche di persone che vedono risvegliato nel loro inconscio il raptus omicida, non più l’ambientazione metropolitana, inquinata e industriale. L’omicida di Non si sevizia un paperino ha ben chiaro ciò che sta facendo, un atto premeditato e che contiene persino una morale alle spalle: una morale folle, ovvio, ma non la folle psicopatologia di un membro della società borghese. Non serve Freud per smascherare la mano che falcidia l’infanzia di Accendura, bisogna tornare a De Martino. Nell’ottimismo democratico che imperversa in un’Italia che è una delle grandi potenze mondiali Fulci non si allontana dal moderno, ma lo mette in contrapposizione con l’antico, rivelando la crudele letalità di entrambe le strutture sociali. Se gli abitanti del paesino si fanno giustizia senza affaticarsi ad aspettare le tenebre, le istituzioni non fanno granché non solo per scoprire l’assassino ma neanche per proteggere chi potrebbe subire ritorsioni (salvo poi piangere lacrime di coccodrillo su ciò che è avvenuto). Il mondo rurale è dominato dai pregiudizi, ma la modernità borghese è licenziosa, al massimo, ma certo non particolarmente sviluppata, né tanto meno “sana”. Non si può trovare comprensione e protezione nelle forze dell’ordine, e nemmeno nella Chiesa – questi due temi saranno centrali per un altro giallo anti-metropolitano, il gotico padano di Pupi Avati e de La casa dalle finestre che ridono. Si torni a De Martino, dunque, che in Sud e magia scrive: «In quanto orizzonte stabile della crisi, la magia offre il quadro mitico di forze magiche, di fascinazioni e possessioni, di fatture e di esorcismi, e istituzionalizza la figura di operatori magici specializzati. In quanto operazione di riassorbimento del negativo nell’ordine metastorico, la magia è più propriamente rito, potenza del gesto e della parola: sul piano metastorico della magia, tutte le gravidanze sono condotte felicemente a termine, tutti i neonati sono vivi e vitali, il latte fluisce sempre abbondante nel seno delle madri, e così via, proprio all’opposto di ciò che accade nella storia».

Non c’è soprannaturale, in Non si sevizia un paperino (l’articolo indeterminativo venne aggiunto a lancio mediatico quasi pronto per assecondare le pretese della Disney – e della Mondadori che in Italia ne pubblicava le storie – che non voleva un riferimento diretto a uno dei suoi eroi, evidente invece nella pellicola), eppure si tratta di un horror in piena regola. Lo certificano la violenza estrema, ma soprattutto la ricerca costante del perturbante. Fulci lavora sulle profondità dell’animo umano, e osa spesso l’inosabile, come testimonia la figura di Don Alberto. Mette in scena un universo sessuale che ricaccia indietro le proprie pulsioni perché insane, e quindi inevitabilmente morbose. Solo la giovane e ricca Patrizia, che il padre ha spedito nel profondo Sud dal milanese per “correggere” la propria condotta, può permettersi di essere libertina: glielo concede lo statuto sociale, che la rende pressoché inavvicinabile da una popolazione sottoproletaria che è schiacciata dalla sua villa ultra-moderna esattamente come lo è dal viadotto autostradale. L’Italia rappresentata in Non si sevizia un paperino è una nazione in conflitto, che ha vissuto la sbornia del Boom fingendo di aver superato un’arretratezza – sociale più che culturale – e ora è scissa a metà. È l’Italia, prima ancora dei suoi abitanti, a essere dissociata, sociopatica, psicotica. Il resto ne è solo una conseguenza. Fulci si diverte a eradicare tutte le ipocrisie borghesi, a partire dalla rappresentazione di un nudo integrale femminile di fronte agli occhi di un bimbo, scena per cui venne persino portato in tribunale il regista, costretto a difendersi dall’accusa di corruzione minorile (in realtà si doveva tutto all’arte del montaggio, probabilmente ignota ai mediocri censori, e alla controfigura prestata in scena dal microsomico Domenico Semeraro, un tassidermista che diventerà celebre quasi due decenni dopo come “Il nano di Termini” per poi ispirare il protagonista de L’imbalsamatore di Matteo Garrone), per scuotere lo spettatore e costringerlo a interrogarsi su se stesso, sulla propria esistenza nella società, sulle proprie pulsioni e su ciò che può o deve essere definito morale. Lo fa ricorrendo a una regia elegante, di grande raffinatezza e in grado di ragionare sul concetto di icona – si veda il martirio della maciara sulle note di Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni – senza allo stesso tempo venir meno a una messa in scena veritiera del mondo che va a indagare. Parente prossimo più de Il demonio di Brunello Rondi che dei film di Dario Argento, Non si sevizia un paperino è una riflessione che fa sfoggio della propria cultura (sul tavolino nella magione di Patrizia c’è in bella vista anche una copia del volume collettaneo I classici della magia nera, edito proprio nel 1972 da Longanesi) e sarebbe interessante proiettare in “double bill” con l’assai meno noto Arcana di Giulio Questi, non a caso – forse – prodotto nello stesso anno.

Info
Non si sevizia un paperino, il trailer.

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