Buio

Con Buio Emanuela Rossi esordisce alla regia cinematografica, mettendo in scena una fiaba nera dai contorni post-apocalittici che ragiona sul femminile, sui rapporti di forza e sulla nemesi storica. Un lavoro nel complesso ammaliante, che riesce a smarcarsi dalla retorica della crudeltà di molto cinema europeo contemporaneo, cui pure sembra da principio avvicinarsi.

Benvenuto, raggio di sole

Stella, diciassettenne, e le sorelle più piccole, Luce ed Aria, sono chiuse in una casa con le finestre sbarrate. Fuori c’è l’Apocalisse: due terzi dell’umanità sono morti perché i raggi del sole sono diventati troppo potenti e possono uscire solo gli uomini, le donne non resistono. La vita claustrofobica della casa è ravvivata da giochi speciali, come la Festa dell’aria e il Picnic al lago, una vera gita nel salotto di casa in cui ricordano la bellissima mamma morta. Ma il Padre s’arrabbia: vorrebbe che loro cancellassero completamente il passato. Quando la seconda delle figlie, Luce, ormai adolescente, comincia a fare domande sul fuori, qualcosa s’incrina. Stella si mette in difesa della sorella, sfidando il Padre che s’allontana. Le ragazzine restano sole chiuse in casa, senza nulla da mangiare… [sinossi]

L’apocalisse è quello che c’è già, cantava oltre venti anni fa Giovanni Lindo Ferretti con i C.S.I., ma in pochi sembravano dare davvero peso a quelle parole. Ora che l’apocalisse, a voler rimanere in territori mistici, è apparsa in tutta la sua virulenza con un carico di morti, malati e restrizioni del vivere, in pochi sembrano volersi interrogare sul valore politico di questo momento, protuberanza fin troppo visibile di un male sociale – quello del capitalismo, della globalizzazione del mercato, delle diseguaglianze – che strisciava sotto il tappeto da decenni, senza che ci sia stata volontà d’intervento. Allo stesso modo è un peccato che un film come Buio, che segna l’esordio alla regia di un lungometraggio cinematografico per Emanuela Rossi (già alle prese con la serie televisiva Non uccidere, ideata da Claudio Corbucci, qui in veste di produttore e co-sceneggiatore), si trovi a dover sgomitare nelle pochissime sale aperte sul territorio nazionale, proprio nel bel mezzo della pandemia. Presentato lo scorso autunno in Alice nella città, sezione autonoma e parallela della Festa di Roma – quasi un contro-festival, a giudicare dalla divergenza di vedute sul cinema e il suo senso –, Buio è uno di quei molti titoli che si sono trovati la porta sbarrata in pieno volto dal lockdown, per poi essere dirottati sulle piattaforme streaming, palliativo del tutto insufficiente della sala cinematografica. Va dunque apprezzato il coraggio di volersi in ogni caso confrontare con la sala, per riportare il cinema nel suo luogo d’elezione, quel buio che, contrariamente all’accezione che assume all’interno del film, è elemento di condivisione, perfino di speranza. Dopotutto l’opera prima di Rossi è emblematica di una volizione ferrea, incrollabile: prodotto in proprio, Buio è un film che si confronta con un’ipotesi di cinema tutt’altro che abituale nel processo (pseudo) industriale italiano. C’è la post-apocalisse, c’è il thriller, c’è la fiaba nera, c’è il racconto di adolescenze e infanzie femminili. Elementi che cozzano con una rappresentazione dell’immaginario assai meno elaborata, e prona alle esigenze – o supposte tali – della verità.

Corbucci d’altro canto era stato già impegnato nella fase di scrittura di Index Zero di Lorenzo Sportiello, altro coraggioso tentativo di mettere in scena le distonie della società ricorrendo al futuro prossimo, alla fantascienza umanista, a quello che in epoca nucleare sarebbe stato chiamato il “dopo-bomba”. Lì si trattava di elaborare una riflessione sulla decadenza morale dell’Unione Europea e sul tema della migrazione, in questo caso invece Rossi si concentra sul tema del femminile, sulla violenza domestica. Se i migliori crimini sono domestici, come suggeriva lo sguardo sornione di Alfred Hitchcock (e ci sono vaghi raccordi ideali a Marnie, seppur a parti rovesciate), Rossi ne squaderna i contorni, accumulando crimine su crimine. C’è il crimine superiore, quello che ha portato due terzi dell’umanità a morire, e che costringe tutti in casa (ma gli uomini, questo viene insegnato dal padre alle tre fanciulle protagoniste, sono capaci di resistere ai raggi ultravioletti del sole assai meglio, e per più tempo); e poi c’è il crimine inferiore, dovuto al desiderio di sopraffazione del genitore – la madre delle ragazze è morta tempo addietro –, alla sua volontà di dominio. Dominio fisico, psicologico, familiare, sessuale. In questo movimento sembra di rintracciare le coordinate del cinema di Yorgos Lanthimos e Alexandros Avranas, le catastrofi familiari di Kynodontas o Miss Violence, ma per fortuna l’ipotesi di quel cinema della crudeltà che nel circuito festivaliero europeo sta prendendo sempre più piede – oggettività dello sguardo del regista, sadismo concettuale nella rappresentazione dell’abuso, ipocrisia nella scelta di ciò che può essere visibile – viene completamente rovesciato da un approccio del tutto partecipe, solidale, empatico. Emanuela Rossi soffre con le sue protagoniste, e può concedersi uno sguardo dall’alto (e quindi sovra-umano) solo quando oramai i giochi sono fatti, la realtà ha ripreso il suo corso (in)naturale. In questo senso, nello scardinamento del monolite lanthimosiano, può essere interessante mettere in relazione dialettica Buio e Favolacce dei gemelli D’Innocenzo, altra opera che tenta la strada della fiaba nera nel racconto della famiglia, tema cardine della cultura italiana.

Dreams are my reality, canta a se stessa la diciassettenne Stella (i nomi delle tre sorelle – le altre due sono Aria e Luce – sono forse l’unica scelta didascalica dell’intero film) immergendosi nella finzione dichiarata de Il tempo delle mele. Ma i sogni sono in qualche misura anche la realtà di Rossi, che orchestra una struttura specchiata nell’archetipo culturale. Il padre è l’orco, il segregante per eccellenza, fagocitatore della sua stessa progenie. La casa nel bosco è il non-luogo, lo spazio liminare in cui è reclusa la possibilità di crescita, e dunque di evasione. Proprio la rappresentazione del personaggio che pure Valerio Binasco interpreta con la consueta partecipazione rischia di essere l’anello debole di un film che vorrebbe fare del colpo di scena il suo punto di forza ma lo vede annacquato da una serie di dettagli fin troppo evidenti. Una scelta chiara se si legge l’opera nel suo valore metaforico, ma che dal punto di vista stricto sensu della suspense potrebbe apparire come un boomerang. Per fortuna la messa in scena elaborata da Rossi, e resa ancor più stratificata dal bel lavoro fotografico di Marco Graziaplena (sul set di Mektoub, My Love con Abdellatif Kechiche, sia per il Canto uno che per Intermezzo) e dal montaggio dinamico di Letizia Caudullo (tra gli altri Selfie di Agostino Ferrente), riesce a concentrare senza forzature retoriche l’occhio dello spettatore su Stella e le sue sorelle. Perché all’interno di un film che procede per anafore e suggestioni favolistiche, il cuore pulsante è rappresentato in ogni caso dal coming-of-age, dalla presa di coscienza della protagonista, dalla sua emancipazione che è anche accettazione del suo ruolo di donna all’interno della società, e della sua scelta d’indipendenza dal maschile, e dal paterno. In un’epoca in cui si ricorre al disclaimer per l’incapacità congenita a elaborare l’immagine e comprenderne il senso è con piacere che si accoglie un film che sa smarcarsi dalle grinfie della denuncia sic et simpliciter per tentare di scendere più in profondità, nell’incoscio di Stella che è però anche inconscio stesso del cinema, rimosso dell’immagine nella gragnola infinita di immagini. Un esordio da osservare con estrema attenzione.

Info
Il trailer di Buio.

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