La cena

La cena

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La cena rientra nei grandi racconti corali, circoscritti in un unico luogo simbolico, che da sempre hanno affascinato Ettore Scola. Giunto alla ventiseiesima regia il sessantasettenne cineasta di Trevico dirige un’opera molto dolce ma un po’ diseguale, che ha il suo centro d’interesse nella riflessione sul concetto di “democrazia”, che molti personaggi declinano ognuno a suo modo.

Le famiglie

All’interno del ristorante “Arturo al Portico” gestito da Flora, si svolgono varie storie, dialoghi e avventure dei clienti e del personale nelle cucine, dei quali emergono i disagi, le vite e le storie. Fra le principali vicende trattate vi è quella di Isabella con la figlia Sabrina, che con difficoltà confida alla mamma l’intenzione di fare il noviziato in convento; il complicato e divertente amore fra un professore di filosofia sposato ed una studentessa; la conversazione tenuta da due attori sul nuovo spettacolo teatrale che interpreteranno; una coppia che parla del futuro della loro relazione (la ragazza è incinta), mentre una donna seducente siede alla tavola accanto. Tutto questo tra gli intermezzi dei discorsi dello chef, un comunista deluso dalla politica, la gelosia di Diomede dovuta ai vezzi di Uliano a Flora e la saggezza del Maestro Pezzullo. [sinossi]

Con il passare degli anni la dimensione scenica del cinema di Ettore Scola assume sempre più un valore simbolico. Il luogo diventa la raffigurazione di volta in volta dell’evolversi della Storia, o del passaggio del Tempo, o ancora delle psicologie di personaggi in grado di mappare un’antropologia umana. È quest’ultimo il caso de La cena, film corale (si contano una sessantina di personaggi per i quali sono state scritte battute) interamente ambientato all’interno di un ristorante romano. C’era già stato Palazzo Federici, proscenio dell’incontro delle solitudini di Antonietta e Gabriele in Una giornata particolare; c’era stata La terrazza, con il ripiano scoperto punto d’arrivo e ripartenza delle varie storie narrate; c’era stata la carrozza de Il mondo nuovo, la sala da ballo di Ballando ballando, l’appartamento de La famiglia. Ora tocca ad “Arturo al Portico”, trattoria vecchio stile che nell’affetto autobiografico di Scola appare un incrocio tra “Otello alla Concordia”, il ristorante tra piazza di Spagna e l’Ara Pacis che fu il luogo di ritrovo prediletto per lui e i suoi compagni d’avventura, e le osterie del ghetto (e infatti Franco, l’ex tossico che raggiunge a cena la sorella e il padre interpretato da Giorgio Tirabassi, si chiede se il carciofo che ha fatto cadere da un tavolo entrando sia alla romana o alla giudia). I grandi pasti collettivi assumono spesso nelle narrazioni cinematografiche un ruolo di primaria importanza, e assurgono immediatamente a metafore della società: sempre rimanendo nell’alveo della filmografia scoliana impossibile non pensare al “Re della mezza porzione” immortalato in C’eravamo tanto amati, alla cena nel refettorio del convento in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (con tanto di prete che con voce flebile chiede ad Alberto Sordi: “Che cosa ci sta preparando il nostro Fellini?”), e al pranzo al mare dell’intera famiglia/branco di Nino Manfredi in Brutti, sporchi e cattivi. La cena si muove dunque in direzione di un proponimento piuttosto semplice, e di immediata comprensione: cercare di mappare una geografia umana e politica dell’Italia sul finire degli anni Novanta focalizzando l’attenzione su una serata in un ristorante così noto da poter accogliere anche la Roma “bene” ma con dei prezzi così popolari da essere alla portata anche dei ceti meno abbienti.

Scola, seguendo uno schema di lavoro che sperimenterà anche nel successivo Concorrenza sleale, scrive la sceneggiatura a otto mani e due famiglie, coinvolgendo la figlia Silvia (già sua collaboratrice dai tempi di Che ora è?) e allo stesso tempo l’amico di una vita Furio Scarpelli con il di lui figlio Giacomo, a sua volta già impegnato – senza però il padre – nella stesura dello script di Romanzo di un giovane povero. L’atto dello scrivere, come poi quello del filmare, è per Scola una questione privata, affettiva, legata in modo indissolubile a volti, timbri, memorie pressoché infinite. Per questo il ristorante non sembra neanche tale, non fosse per l’irruzione della macchina da presa in cucina di quando in quando, magari per immortalare uno sfogo inacidito del capocuoco Duilio – Eros Pagni –, decenni di militanza comunista e ora perso in una contemporaneità che non ha e non vuole più avere memoria del partito-massa togliattiano e berlingueriano. Per il resto il muoversi di tavolo in tavolo, di crisi in crisi (perché ogni posto assegnato nella sala trascina su di sé un trauma più o meno grave da sopportare), sembra quasi l’agitarsi tra spettri del passato. In questo senso la figura di Vittorio Gassman, che incarna un maestro in pensione – cliente fisso al quale vengono ancora concessi i prezzi di vent’anni prima – assume quasi le sembianze di un Virgilio che deve accompagnare le anime prave in un inferno che altro non è se non la società del consumismo sfrenato, liberata dal Muro di Berlino ma solo in funzione capitalista. Non è certo un caso che tutti si affannino a parlare, sotto ogni veste possibile e immaginabile, di democrazia. Lo fanno gli squallidi imprenditori che rivendicano il diritto di non pagare le tasse, considerate antidemocratiche. Lo fa l’allieva e amante del docente di filosofia Di Fonzi (Giancarlo Giannini, che si diverte a dare in escandescenze), interpretata da Marie Gillain, che chiede alla moglie del suo concupito di lasciarglielo, lei che ne ha potuto godere per quarant’anni: non è forse democrazia, questa? Vuole essere democratico anche il padre del già citato Franco e di Alessandra, che non ha più un rapporto con i figli ma pensa che tutto possa risolversi con una cena. Dopotutto l’Italia da non molti anni è entrata nella Seconda Repubblica, e dopo il trionfo berlusconiano ha già assaporato il retrogusto amaro del centro-sinistra prodiano, cui per esempio guarda con simpatia anche uno dei succitati imprenditori.

La cena è la rappresentazione di un mondo che non c’è più, scacciato via dal liberismo, dal capitalismo “progressista”; è la mesta canzone dedicata a chi ancora sopravvive, pur tra mille difficoltà. Anche il mondo di cui ha fatto parte per tutta al vita Scola dopotutto non c’è più, e il cinema che hanno prodotto è svanito a sua volta. Scola non ha intenzione di arrendersi al Tempo, ma si vede che lo cristallizza a forza, non lo accetta ma vorrebbe poterlo comunque raccontare senza rancori. Un tentativo, questo, che non può che essere fallimentare. E allora una volta di più si torna agli affetti, al rapporto personale. La galleria di personaggi che si sviluppa nell’arco del film è anche un modo per Scola per ringraziare, abbracciare e forse in parte salutare amici e compagni di ventura. È così, è ovvio, per Gassman, qui al penultimo film della sua gloriosa carriera (l’anno successivo arriverà La bomba di Giulio Base) e al nono con Scola; Fanny Ardant era già sul set de La famiglia, e con lei Hanja Kochansky; Riccardo Garrone torna a lavorare con il regista a trentaquattro anni da Se permettete parliamo di donne, e Giancarlo Giannini a ventotto da Dramma della gelosia (Tutti i particolari in cronaca); Stefania Sandrelli è al quarto film con Scola, mentre Rolando Ravello dopo Romanzo di un giovane povero tornerà sia in Concorrenza sleale che in Gente di Roma. Ma anche nel reparto tecnico si può trovare il montatore Raimondo Crociani, al quattordicesimo lavoro con Scola, e ovviamente Armando Trovajoli, autore di tutte le colonne sonore dei film del regista con la sola eccezione de La congiuntura, Trevico-Torino – Viaggio nel Fiat-Nam, e Ballando ballando. Non tutte le sotto-trame che si sviluppano ne La cena meritano particolare attenzione, e alcuni passaggi appaiono forzosi, meccanici, quasi che dovessero funzionare a forza in scena. Ma la presa di posizione netta dalla parte degli ultimi, e dei puri (politicamente, soprattutto) non viene mai meno, anche se è disillusa, priva di speranze, immersa solo nella nostalgia del passato – il cameriere che avrebbe voluto diventare poeta e conserva come una reliquia l’autografo che gli fece a inizio anni Ottanta Evtušenko. Ci sarebbe anche il sogno zavattiniano del volo con la scopa per l’uomo insicuro e solo e il sedicente mago, ma oramai può essere messo in scena solo scimmiottando Super Mario Bros., e non c’è orizzonte di vittoria possibile. Solo il Game Over.

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