La casa 2

La casa 2

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A sei anni di distanza dal capostipite Sam Raimi torna sul luogo del delitto (la baita malmessa in montagna) con La casa 2: il budget è più sostanzioso, ma è l’immaginario di Raimi a correre una volta di più a velocità sfrenata, abbattendo porte, superando la forza di gravità e muovendo i passi sia in direzione dell’orrore che dello slapstick, con uno sguardo ai cartoon. Impensabile all’epoca, impossibile da ipotizzare nella mediocrità contemporanea.

Il ritorno di Ash

Ash Williams e la sua fidanzata Linda vanno in vacanza nei boschi, per soggiornare in una baita molto isolata. Mentre Linda si sta cambiando, Ash trova un sinistro libro, con la copertina in pelle umana e apparentemente scritto col sangue. Lo accompagna un magnetofono, in cui un certo professor Knowby, archeologo, ha registrato i suoi appunti riguardanti il ritrovamento del testo, la sua traduzione durante il soggiorno nei boschi con la moglie, e gli strani eventi che hanno fatto seguito alla lettura dei primi passaggi dell’opera. Questa si rivela una copia del famigerato Necronomicon Ex-Mortis, il “Libro dei morti”. La voce registrata ripete un’invocazione dal libro e così richiama una misteriosa e malefica presenza demoniaca. [sinossi]

Passano gli anni, addirittura sei tra il primo capitolo e La casa 2, ma le vecchie abitudini tardano a morire (e potrebbero comunque risorgere): ad esempio se Ash Williams trova un magnetofono in una vecchia e malmessa baita di montagna non sa esimersi dall’ascoltare il nastro che vi è inserito fino in fondo, quando la voce dello studioso scandisce con dovizia di particolari la formula per risvegliare la malefica presenza demoniaca che da chissà quanti millenni, forse dall’alba dell’uomo, abita quei boschi. E così anche nel 1987, così come nel 1981, e con una produzione alle spalle – Dino De Laurentiis – invece dall’autarchia dura e pura, la lotta dell’uomo contro il demone può riprincipiare. Rivisto a oltre trent’anni dalla sua realizzazione, il secondo capitolo della trilogia cinematografica che troverà conclusione cinque anni più tardi con L’armata delle tenebre mantiene intatte tutte le sue qualità, ma permette anche di interrogarsi sulla decadenza dell’immaginario occidentale, e sulla mediocrità imperante a Hollywood e dintorni. Nel 1987 era ancora affidarsi con cieca fiducia all’immagine, al suo potere, liberando il cinema da qualsivoglia vincolo per creare una nuova legge, tanto della gravità quanto del corpo. Se La casa aveva dimostrato come un budget ridotto di appena 350.000 dollari poteva essere utilizzato per ridefinire gli spazi dell’orrore, in un kammerspiel demoniaco che non si risparmiava nulla, La casa 2 ribadisce quest’intuizione – per quanto la cifra per affrontare economicamente la produzione risulta decuplicata, fino a 3 milioni e mezzo di dollari: in ogni caso decisamente bassa per gli standard statunitensi – ma allarga ulteriormente la visuale, concedendosi libertà concettuali che oggi in pochi potrebbero permettersi, e non di certo un regista ventottenne con alle spalle un esordio minuscolo ma di culto e un primo film industriale (I due criminali più pazzi del mondo, scritto in combutta con i suoi carissimi amici Ethan e Joel Coen) che era stato accolto abbastanza male tanto dalla critica quanto dal pubblico. Proprio l’insuccesso al botteghino di Crimewave – questo il titolo originale del film – spinse Raimi a considerare l’ipotesi di tornare a occuparsi da vicino del demone kantariano, che tanta curiosità aveva smosso negli addetti ai lavori.

La casa 2 parte dalla brillante intuizione di mescolare il sequel a quello che oggi verrebbe chiamato reboot: la primissima parte del film, con Ash e Linda che arrivano alla baita montana, riprende in tutto e per tutto l’incipit del primo film, eliminando dalla scena gli altri amici – che sarebbero pleonastici in questa nuova vicenda – ma replicando le situazioni, a partire ovviamente dall’utilizzo della Shaky Cam che permette le folle corse notturne della macchina da presa nei boschi. Solo quando una di queste corse, sfondando tutte le porte della casetta, finisce praticamente in bocca ad Ash il film si slega completamente dal primo capitolo per lanciarsi in tutto e per tutto nella nuova vicenda. Raimi, che scrive il film insieme a Scott Spiegel, riduce al minimo indispensabile lo sviluppo narrativo: la trama è semplice, e non ha bisogno di orpelli né di eccessive spiegazioni. Raimi si concentra invece semmai nell’approfondire lo studio del personaggio di Ash, già unico sopravvissuto del primo capitolo e il solo a poter contare anche nel 1987 sull’interpretazione del medesimo attore, quel Bruce Campbell che legherà in modo indissolubile la propria carriera al personaggio – è infatti tanto nel remake La casa del 2013 quanto nella serie televisiva Ash vs Evil Dead. La casa 2 incorona definitivamente Ash Williams come eroe epico, per quanto privo della tempra ineffabile che dovrebbe essere interconnessa al ruolo. Difficile d’altro canto rintracciare epica in un discorso che, sventolando come un vessillo la succitata libertà creativa, fa del meticciamento delle suggestioni il suo punto di caduta naturale. Sposando in modo immediato ed evidente un approccio fortemente ironico, sarcastico, perfino goliardico, Raimi decentra subito il film rispetto allo spazio occupato dall’esordio del 1981, dove pur non venendo meno tratti da commedia a dominare era l’atmosfera claustrofobica e l’elemento demoniaco. La casa 2 mette in mostra invece una girandola di situazioni surreali, che si fanno beffe della logica ma allo stesso tempo ridono alle spalle anche dell’horror più serioso: Raimi gioca, dimostrando come il gioco possa essere una cosa seria, tema questo che troverà altre nervature nel corso degli anni, fino all’ottimo Drag Me to Hell.

E per giocare il regista che dirigerà tre dei pochi marvel-movie degni di essere portati in palmo di mano (il riferimento è ai suoi capitoli dedicati a Spider-Man, con protagonista Tobey Maguire) ricorre a tutti gli stratagemmi possibili e immaginabili. C’è di nuovo la Shaky Cam, per l’appunto, così come il grandangolo sui primissimi piani e un profluvio di angoli olandesi; c’è il movimento perenne della macchina da presa, che sovrappone immagine oggettiva e soggettiva confondendo volutamente i piani, in un completo spaesamento dell’occhio dello spettatore, che non ha mai un centro gravitazionale del campo nel quale trovare ristoro e tranquillità. Ma è soprattutto l’immaginario di Raimi a correre una volta di più a velocità sfrenata, abbattendo porte, superando la forza di gravità e muovendo i passi sia in direzione dell’orrore che dello slapstick, con uno sguardo ai cartoon. Ne La casa 2 si parlano lo splatter e Chuck Jones, il dramma e l’orrore classico, le silly symphony e il post-moderno, in una dialettica incessante, spassosa, impossibile da descrivere a parole. L’esperienza visiva è appagante sotto il versante ludico, ma si palesa anche come riflessione mai banale sul corpo orrorifico come parente stretto del corpo comico, in un percorso che vedrà impegnati in quell’epoca altri registi, da Brian Yuzna a Stuart Gordon fino a Peter Jackson in Nuova Zelanda e lo Shinya Tsukamoto di Hiruko, the Goblin in Giappone. Raimi, grazie anche all’aiuto di Spiegel, inanella una serie di sequenze destinate a divenire di culto, a partire ovviamente da Ash che combatte contro la propria mano posseduta, dove la deriva cartoonistica raggiunge il proprio apice. Tra effetti speciali a basso costo e sempre lucidi nel riferimento iconico che vogliono risvegliare e la recitazione sublime di un Campbell che domina letteralmente la scena – e per buona parte è anche l’unico interprete in scena, visto che decapita la sua fidanzatina già dopo pochissimi minuti dall’inizio del film – La casa 2 è la testimonianza di un cinema che ancora credeva nel proprio potenziale, sfidando lo spettatore ad accettare nuove regole in corsa e liberandosi dal fardello ipocrita della morale. Un lusso, a confrontarlo con l’oggi.

Info
La casa 2, il trailer.

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