La volta buona
di Vincenzo Marra
Tra realismo socio-antropologico e tenui riflessi di tradizionale commedia all’italiana riletti in chiave crepuscolare, La volta buona di Vincenzo Marra si propone come un apprezzabile esempio di cinema medio, che però sembra anche mirare più alto con alterna efficacia, scontando qualche squilibrio nella globale costruzione narrativa. Bel ruolo e bella prova per Massimo Ghini.
Se diventa una pippa
L’attempato Bartolomeo, procuratore di calcio in cerca di nuovi talenti tra bambini e adolescenti, si barcamena in mezzo a mille difficoltà economiche, dovendo far fronte alle richieste di un’ex-moglie che esige alimenti più congrui (e intanto non gli fa vedere la figlia) e alle minacce di alcuni tipi poco raccomandabili con i quali ha contratto ingenti debiti. Contattato da un vecchio amico rifugiatosi in Uruguay che gli segnala un prodigioso talento calcistico poco più che bambino, Bartolomeo vola oltreoceano e scopre le strabilianti doti naturali del piccolo Pablito con il pallone tra i piedi. Dopo aver vinto le resistenze della nonna di Pablito con una lauta ricompensa, il procuratore riesce a portare il ragazzino con sé in Italia, ma i primi provini sono molto deludenti… [sinossi]
Il calcio e il cinema. Restando nei confini della produzione italiana, il tema ha dato luogo a un numero di opere forse poco numerose rispetto all’enorme popolarità di tale sport nel nostro paese, segnando tuttavia alcune tappe fondamentali della cultura di massa – a suo modo, L’allenatore nel pallone (Sergio Martino, 1984) si è ormai tramutato in un rocciosissimo classico. La materia si è spesso tramutata in occasione di commedia, ed è ancor più esiguo il numero di autori che hanno tentato invece qualche affondo realistico in un ambiente che, sia nelle alte sfere sia in quelle basse, conserva molteplici riflessi oscuri sulle proprie pratiche con consistenti ricadute etiche. Sembra partire esattamente da qui La volta buona di Vincenzo Marra, che arriva nelle nostre sale in questa strana e inquieta estate Covid in cui, alla riapertura dei cinema, si sono viste drasticamente ridotte le apparizioni di nuovi film nella programmazione degli esercenti, molti ancora con le serrande chiuse.
Lo scrupolo del film di Marra è primariamente etico, e prende le mosse da un’introduzione al racconto che sulle prime non disdegna nemmeno di rileggere, in forma sommessa e crepuscolare, alcune linee della tradizione della nostra commedia. È infatti un avvilito cialtrone d’altri tempi il Bartolomeo messo al centro del racconto, un protagonista assolutamente centrale che si presta a un ritorno da indiscusso protagonista per Massimo Ghini, al quale il film di Marra regala un gran bel ruolo che ne valorizza le doti su un doppio crinale tra conferma del proprio talento e apertura verso nuove modalità attoriali. Al Bartolomeo di Ghini La volta buona riserva infatti una chiara messa in evidenza realistica di un corpo e di un viso segnati dall’età, un invecchiamento del quale non si nasconde praticamente nulla, per trasformare la biologia fisica in mappa di un personaggio segnato dalle delusioni, dalla rincorsa quotidiana e affannata verso disponibilità economiche che gli permettano di far fronte a enormi debiti contratti con persone poco raccomandabili e alle richieste di un’ex-moglie risentita che reclama alimenti e che fa di tutto per non fargli vedere la figlia.
Bartolomeo è dunque una figura dolorosa che si colloca in un territorio narrativo caratterizzato da un’apprezzabile confluenza di realismo da campetti da calcio di periferia, affanni quotidiani, cinismo dettato da precise condizioni di vita e qualche lieve sorriso suscitato dalla cialtroneria da commedia all’italiana con la quale l’uomo affronta i suoi incerti destini. Il viaggio in Uruguay sulle tracce di un talento calcistico poco più che bambino, e il relativo incontro con un fuoriuscito italiano ridotto praticamente alla miseria (un Max Tortora alle prese con solitudine, depressione e crepuscolarismi) riverberano di qualche tenue reminiscenza di una commedia romanocentrica tra anni Cinquanta e Sessanta, ridisegnata in un sostanziale allentamento degli accenti più divertenti all’interno di una cornice neorealistica. I toni da commedia sono nettamente depotenziati, ma affiorano costantemente anche in figure marginali come il fratello parroco di Massimo Wertmüller o in alcuni dei successivi scambi tra Bartolomeo e il giovane talento Pablito. È un mondo di sconfitti e di falliti, sociosfera che la tradizione del cinema italiano ha sempre avuto uno speciale talento nel narrare.
Le tenui risate suscitate dal film non perdono mai di vista un più ampio progetto di racconto aspro e volenterosamente socio-antropologico su una realtà di periferia in cui il calcio si delinea per possibilità di riscatto, e dove per periferia intendiamo sia i quartieri popolari di Roma, sia le periferie del mondo come l’Uruguay, che possono guardare al di là dell’oceano come speranza di fuga dalla miseria grazie al prodigio delle doti naturali con un pallone tra i piedi. A tenere insieme il tutto, emerge il profilo di un racconto morale, che a sua volta aderisce a un preciso canone cinematografico, il riscatto di un uomo marginale e marginalizzato (non incolpevole rispetto alle pieghe che ha preso il suo destino), imprigionato in un cinismo voluto e subito al contempo, che riscopre il valore e la possibilità della scelta etica.
La volta buona sembra dunque riscrivere un racconto caratterizzato da modelli pregressi secondo un passo narrativo che ben conosciamo nel cinema di Vincenzo Marra, in cui ricopre probabilmente un ruolo importante il costante dedicarsi dell’autore anche al cinema documentario: passo lento, cauto e pedinante intorno ai suoi personaggi, e tentativi di inserire il racconto in una fenomenologia del reale dalle precise coordinate sociali – c’è sempre più spazio, comunque, per primi piani, mezze figure o figure intere sul personaggio centralissimo di Bartolomeo che per il contesto in cui si muove, quasi a voler tramutare il realismo sociale in realismo psicologico-umanistico sia pure con puntuali richiami a una realtà ben determinata. Per le figure di contorno, invece, Marra ricorre a soluzioni di sintesi espressiva dai tratti fortemente stilizzati (il viscido avvocato di Antonio Gerardi, il cattivissimo procuratore di Francesco Montanari, la nonna di Pablito), metodo che già avevamo registrato nel precedente L’equilibrio (2017) e che ibrida le pratiche di un cinema sensibilmente legato al dato bruto della realtà con qualche tenue riflesso di genere.
Il film sembra anche scontare un discreto squilibrio narrativo interno, diviso tra una lunghissima introduzione dove le figure evocate hanno tutto il tempo di ben delinearsi nella loro dolorosa caratura umana, e un effettivo sviluppo della vicenda che si riduce poi a poco più di un terzo del film. Colpisce soprattutto il passo inaspettatamente rapido assunto dal racconto dal momento in cui il piccolo Pablito approda in Italia al seguito di Bartolomeo. La sezione dei provini si riduce a un solo tentativo fallimentare che ha luogo in Trentino-Alto Adige, mentre i successivi sviluppi dovuti al cattivissimo personaggio di Montanari sono improvvisi e si risolvono nell’arco di una manciata di sequenze. Accade un po’ lo stesso per la vera e propria risoluzione della vicenda, che segue le note di un riscatto morale fin troppo facile per le mille beghe in cui naviga a vista il povero Bartolomeo. E l’ultima sequenza è altrettanto affrettata, affidata a un improvviso ottimismo della volontà che non trova precise giustificazioni nella costruzione del racconto.
Sicuramente meno centrato ed efficace rispetto a L’equilibrio, il nuovo film di Vincenzo Marra si presta dunque al profilo di un cinema ambizioso ma sostanzialmente medio, capace di tratteggiare figure umane ben cesellate e anche coinvolgenti (il mesto calvario di Bartolomeo resta comunque avvincente per tutto il racconto, e molto è merito della gran bella prova di Massimo Ghini) ma un po’ in difficoltà nello stringere un discorso coerente e nell’affidarsi a una solida costruzione narrativa da inizio a fine. In tal senso La volta buona riduce la propria portata alla “visione piacevole”, che non è esattamente un peccato mortale, ma che disconosce un po’ gli intenti intorno ai quali il film di Marra sembra prendere le mosse.
Info
Il trailer di La volta buona
- Genere: drammatico
- Titolo originale: La volta buona
- Paese/Anno: Italia | 2019
- Regia: Vincenzo Marra
- Sceneggiatura: Vincenzo Marra
- Fotografia: Gianluca Laudadio
- Montaggio: Luca Benedetti, Marco Costa
- Interpreti: Alessandro Forcinelli, Antonio Gerardi, Francesco Montanari, Gioia Spaziani, Massimo Ghini, Massimo Wertmüller, Max Tortora, Ramiro Garcia
- Colonna sonora: Pasquale Catalano
- Produzione: Leone Film Group, Lotus Production, Timvision
- Distribuzione: Altre Storie
- Durata: 95'
- Data di uscita: 02/07/2020






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