Mission

Mission

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Palma d’Oro al Festival di Cannes del 1986, Mission di Roland Joffé è un anti-kolossal molto amato dal pubblico, a metà strada tra grandezza di mezzi e approccio intimo al tema della fratellanza tra i popoli. Lo score di Ennio Morricone si è rapidamente tramutato in uno dei suoi più popolari e ricordati. Efficace anche l’amalgama tra due attori molto diversi come Jeremy Irons e Robert De Niro.

L’Innominato Rodrigo Mendoza

Ai confini tra Brasile, Argentina e Paraguay, intorno all’anno 1750. Dopo una pericolosa arrampicata di una parete di roccia a fianco delle Cascate dell’Iguazù, il gesuita Padre Gabriel raggiunge una tribù di Guaranì e avvia nei loro confronti un’opera di evangelizzazione. Dopo qualche tempo si aggiunge alla missione gesuitica anche Rodrigo Mendoza, spietato mercante di schiavi sulla strada di una dolorosa conversione dopo aver ucciso il fratello per gelosia nei confronti di una donna amata da entrambi. La missione di San Carlos è però al centro degli interessi politico-strategici di Spagna e Portogallo, e un ruolo rilevante nel dirimere la questione è assunto dal cardinale Altamirano, che ha più di un dubbio nei confronti della spregiudicatezza politica dei suoi sodali… [sinossi]

Classico moderno assurto a enorme popolarità, Mission (Roland Joffé, 1986) fu premiato con la Palma d’Oro al Festival di Cannes, non senza qualche polemica, e raccolse ampi consensi anche agli Oscar – 7 candidature a fronte di una statuetta conquistata per la fotografia di Chris Menges. Per lo più gli attacchi si appuntarono a una certa disinvoltura verso la verità storica, così come si mise in luce la tendenza del film all’oleografia visiva, attribuibile al britannico Joffé che salì rapidamente agli onori della fama internazionale alla sua opera seconda per il cinema (dopo il già molto apprezzato Urla del silenzio, 1984) per poi disperdersi in pochi altri titoli mai alla stessa altezza, anche con qualche sonoro scivolone (La lettera scarlatta, 1995). Da subito Mission risultò un film molto amato, per le belle prove di un duo decisamente inedito (Jeremy Irons e Robert De Niro) e per la sagacia con cui Joffé seppe combinare il grande spettacolo popolare alla potenza delle location e alla maestosità spartana (più che gesuitica, francescana, si direbbe) dell’insieme. E, anche, per lo score di Ennio Morricone divenuto in poco tempo uno dei suoi più amati e popolari, elemento decisivo per conferire alle vicende di padre Gabriel e Rodrigo Mendoza quell’intima nobiltà d’animo che muove le loro pertinaci intenzioni. Il Maestro Morricone ci ha lasciati pochi giorni fa, ma non è soltanto effetto immediato di tale triste evenienza a commuoverci nel rivedere il film. Il tema «Gabriel’s Oboe» si spinge immediatamente, oggi come ieri, a muovere leve profondamente intime, profilandosi come strumento di incontro e raccoglimento tra esseri umani, e come espressione di un mesto ripiegarsi dell’animo pur in una rocciosa e nobile determinazione a impegnare la propria vita fino alla fine. Fa questo padre Gabriel, missionario gesuita che al confine tra Brasile, Argentina e Paraguay si dedica anima e corpo, intorno al 1750, all’opera di evangelizzazione dei Guaranì locali, dopo aver superato le aggressive diffidenze degli autoctoni. A lui si accoda poi Rodrigo Mendoza, un ex-mercenario, spietato mercante di schiavi, avviato su un percorso di redenzione dopo aver provato il più indicibile dei rimorsi per aver ucciso il fratello. A seguito dell’opera di padre Gabriel si insedia una missione gesuitica in un paesaggio letteralmente mozzafiato, in mezzo a una verdissima e lussureggiante natura solcata dal fiume e isolata sulle cime di possenti cascate. Con le dovute proporzioni, l’incipit, che vede padre Gabriel avventurarsi in un’arrampicata a mani nude per raggiungere la comunità guaranì, ricorda un po’ lo spirito herzoghiano alla Fitzcarraldo (1982) della sfida tra Uomo e Natura, dove la determinazione della finitezza umana sfida l’infinito della divinità – sia pure in un contesto di gesuiti, peraltro. È la stessa fiera determinazione che contrappone poi i profili di Gabriel, Rodrigo e i confratelli alle bieche mire di potere politico e papale, sostanzialmente intenzionati a ridare fiato al consueto mercato di schiavi a danno dei nativi convertiti. Sfida che del resto, in Mission, rientra poi in un progetto più o meno cosciente di perfetto riequilibrio tra Uomo e Natura e tra tutte le differenze culturali, profilando l’immagine di una comunità da paradiso terrestre dove ogni conflitto è sanato nell’ottica di una pacifistica fratellanza ecumenica.

La rilettura di Joffé piega effettivamente verso un’oleografia venata di facili e buoni sentimenti, e la riflessione sembra più universale che storica. I riferimenti non sono né puntuali né rigorosi, convocando in una disinvolta mescolanza varie cronache del tempo spalmate addirittura su due secoli. Ma lo script del glorioso Robert Bolt e le scelte di Joffé sembrano mirare a un ecumenismo umanitario dietro al quale si possono veder fluttuare le persecuzioni culturali e religiose in qualsiasi parte del mondo e in ogni epoca, alle quali si risponde tramite una fiera opera cinematografica motivata dall’idea dell’incontro e della fratellanza tra culture, con piena condanna della spietata politica eurocentrica, piaga storico-antropologica che allunga la sua ombra praticamente fino a oggi. Certo, gli stessi gesuiti condussero un’opera di evangelizzazione sui nativi che intrinsecamente contiene forme più o meno implicite di violenza e repressione culturale. Su tali implicazioni Bolt e Joffé glissarono con atteggiamento furbesco, senza prendere posizione ed enfatizzando sul buon carattere dei suoi due protagonisti. Tuttavia, se attraverso l’incontro con il Vangelo s’innescò anche un tentativo di plasmazione culturale, d’altro canto Mission racconta di gesuiti che riconoscono ai nativi quantomeno il legittimo diritto sui propri territori, e nella fattispecie di Gabriel e Rodrigo Mendoza assistiamo a un’affiliazione dei due alla causa degli indigeni. A voler forzare la mano allegorica, dietro all’approccio universalizzante di Mission è possibile rintracciare anche una metafora della situazione palestinese, come di qualsiasi altra dinamica di oppressione dei popoli tramite la sottrazione del loro legittimo territorio, fisico e culturale. Il film di Joffé è comunque più superficiale di quanto si propone, identificando rapidamente in poche figure emblematiche l’arroganza di un generico e astorico potere politico, dove funge da elemento dubbioso e fluttuante il cardinale Altamirano incarnato da un sofferto ed emozionante Ray McAnally. Coerentemente la posizione estetica di Joffé è piuttosto opaca, priva di una scelta forte e realmente politica verso una limpida e motivata polemica culturale.

D’altra parte Mission guadagna una notevole forza espressiva da tutto ciò che attiene ai puri strumenti espressivi del cinema, a prescindere dai più o meno convinti messaggi didascalici che si vogliono veicolare. In tal senso, il film di Joffé sembra allinearsi a più tendenze in atto nel cinema internazionale del tempo, a cominciare dalla «British Renaissance» degli anni Ottanta che aveva preso le mosse dal grande successo di Momenti di gloria (Hugh Hudson, 1981) – sia per quest’ultimo che per Mission il produttore fu la figura cardine di David Puttnam, e in qualche modo Hudson e Joffé sembrano pure accomunati da un condiviso sentimento di fratellanza umanitaria tra i popoli, tra diversi credi religiosi e/o identità nazionali. Lo stesso Joffé sembra particolarmente affezionato a tale sentimento, poiché ne era già pregna la sua opera prima Urla del silenzio. Se dunque le avventure sudamericane di padre Gabriel e Mendoza sembrano alimentare una coeva crescita del cinema britannico in ambito di industria internazionale, d’altro canto Mission sembra anche spostare l’asse verso i contemporanei aneliti verso la riscoperta del kolossal esotico in cui possano confluire nobili temi e fascinazioni esotico-paesaggistiche. In tal senso non sembra casuale trovare responsabile dello script Robert Bolt, che più volte collaborò con David Lean e che solo due anni prima si era occupato di altri contesti edenici con il remake Il Bounty (Roger Donaldson, 1984), e al contempo si potrebbe apparentare il film di Joffé al grande successo di La mia Africa (Sydney Pollack, 1985). In realtà Mission sembra piuttosto profilarsi come un anti-kolossal, sostenuto cioè da un ricco comparto produttivo ma utilizzato per uno spettacolo più discreto e sommesso, che sceglie una via mediana tra rigore di messinscena e coinvolgimento delle grandi masse di pubblico. Se lo sguardo sul “buon selvaggio” si mantiene discretamente ambiguo e soggetto a facili poesie estetizzanti, d’altra parte Joffé mette la sordina ai suoi due protagonisti, affidando in particolare a Robert De Niro uno dei personaggi più laconici e ieratici della sua carriera. È anzi inconsueta anche la posizione attoriale accettata da Bob, sostanzialmente un comprimario laterale di Jeremy Irons ma con un fondamentale peso narrativo. È una posizione di umiltà, che tuttavia riserva all’attore anche momenti di altissima intensità drammatica – la scalata di espiazione con il fardello legato al collo, il pianto di conversione (invero un po’ eccessivo), le poche parole ma incisive del dibattito pubblico riguardo ai destini dei nativi. Mendoza è quasi un personaggio manzoniano, a metà tra la redenzione di fra’ Cristoforo e quella dell’Innominato, baciato dalla Grazia dopo aver toccato con mano il baratro dell’anima perduta. Più volte viene da chiedersi, durante la sua visione, se Mission sia anche epico. Alla fine, se di epica si tratta, essa è perseguita comunque tramite strumenti fintamente minimali. Le riprese, collocate in siffatte location, devono essere state particolarmente impervie, e l’impianto generale resta anche fortemente spettacolare. Tuttavia Joffé sembra tenere particolarmente ad allentare gli eccessi del kolossal conclamato, e ciò emerge con grande evidenza nell’esordio e nella conclusione del film. Da un lato, l’ingresso narrativo nella comunità dei guaranì è in punta di piedi (nel vero senso della parola); dall’altro, l’ultima mezz’ora (indubbiamente la più efficace dell’intero racconto) si delinea per una lunga e angosciata guerriglia in mezzo alla foresta, punteggiata di pochissime parole e tantissima azione. Grande lavoro di riprese e di montaggio, con esiti di intensa emozione e coinvolgimento. Sul finale Joffé sembra rivalutare una sorta di funzione primaria del cinema, quella di coinvolgere lo spettatore in un’azione finalizzata a un’appassionante immedesimazione. Un lavoro enorme di messinscena e montaggio, indubbiamente. Epica perseguita tramite strumenti anti-epici. Kolossal in forma di anti-kolossal.

Mission è in parte edulcorato e un po’ facile e immediato nei suoi messaggi acritici, e lascia inesplorati i territori più scomodi, senza discutere troppo i fondamenti violenti dell’evangelizzazione sudamericana, sia pure perseguita dai bonari gesuiti. Ma a tratti il film presenta anche gran bei pezzi di cinema, nei quali Morricone sembra aver intuito perfettamente lo spirito dell’operazione rimettendolo in musica. Un anti-kolossal dai sentimenti sinceri, discreti e intimi. Gli stessi evocati dal suono sottile e penetrante dell’oboe di Gabriel. Commovente, come tutto ciò che arriva a far vibrare i sentimenti più privati. Commovente. Semplicemente.

Info
Ennio Morricone dirige il tema di Mission.

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